martedì 1 luglio 2008

Cosa ti turba?






Prendiamo in considerazione l'ipotesi che faccia freddo il primo giorno di luglio, che ci sia vento, che io mi riesca a svegliare tutte le mattine con un mal di gola cigolante.
Osservavo, mentre ero seduto in quella navicella che saliva su e giù, la gente che stava compiendo i passi che oggi compio io.
A ripensarci sembra come spogliarsi del proprio ruolo, è un vedersi nelle orme altrui. Più fitte, meno posate, più rigide a volte, più pesanti sul tacco, più sulla punta, ad ogni pensiero c'è un carico sui talloni, ogni pressione della suola è un lineamento del viso che si altera, perché ciascuna scarpa ha una sua comodità. E a seconda di quel che frulla, così ci si muove nei calzari. E quel che frulla dipende da come si soppesa il mondo oltre la nostra porta.
E occorre una scarpa che riesca a lasciare la giusta orma, attutendo le dovute botte. Perciò ogni scarpa una camminata, ogni camminata, una diversa concezione del mondo.

Sembrava che gli altri si muovessero sempre come nella stazione métro di Chatelet, con una specie di scorrimanano che supporta i gentili signori lungo un tappetino metallico scorrevole, indirizzato verso un'uscita predefinita, a prescindere dalla volontà.

- Ma io voglio camminare con le mie gambe! Ancora non mi è venuta l'osteoporosi...

- Eh lo so, ma l'hanno fatta apposta per andare più veloce.

(ed io mi ricordo tutto a memoria, che condanna...)

Vederli dall'esterno, e vedersi, tutto appare così lineare, così quietemente predestinato e preconfezionato. Talmente lindo da indurre il desiderio di indossare gaiamente una t-shirt con su scritto "I love Jean Cauvin".
Anche perché quell'etica lì sarebbe alla base del sistema economico-sociale che ci dovrebbe condurre al benessere. O meglio, ci ha indotto quel modus vivendi che è quasi un sostrato mentale, lo spirito del capitalismo.
E si pullula verso la carriera, verso il traguardo, verso il successo, verso la Mercedes clk, verso uno scranno parlamentare, o un'agognata cattedra. Sembra quasi già tutto scritto.
Ma lo sembra essere per la gente normale.
Quando ti rivesti di te stesso non è più così. E ti chiedi se l'indolenza di cui ti senti vittima, se la disattenzione e la distrazione quotidiana verso altri piaceri, molto spesso caramellati nel più abominevole e leggiadro niente, possano comunque essere ostativi al conseguimento della vita scritta inevitabilmente.

Che ce la faccio a diventare quello per cui sono stato addestrato a diventare, anche se non sto facendo poi molto?
E chi ha già percorso quelle orme prima, aveva altre inquietudini? Causalmente difformi ma consequenzialmente analoghe?
Perché qui tutto sembra così sostanzialmente fermo? E le scadenze anche imminenti sembrano trascinarsi in fondo a date lontanissime, che poi ti vengono sbattute in faccia quando le fronteggi inerme e inadempiente.
La costanza non è tra le mie doti, preferisco la sinusoide che galoppa. Che andare verso il lungo perdiodo a gambe levate non mi par così noioso come a chi dileggia le scadenze indeterminate. Solo che io ci arrivo volentieri saltellando.

Sotto i portici fatiscenti, dove scappano i senegalesi che vendono stampe di Padre Pio e dvd pirata, pensavo che io riuscivo sempre a fare le stesse cose degli altri in minor tempo. E che quindi sarei riuscito a colmare sempre eventuali deficit senza temere di non essere competitivo.
Oggi non è che sono più così tanto convinto che questa cosa sia ancora vigente... però che bella una giornata di sole sballottata dal vento.

Perché penso che ognuno si porta dietro la carretta dei suoi casini. A qualcuno basta una bustarella in carta riciclata, per sua fortuna, e magari l'ingrato risolverà i suoi impicci e poi la getterà per strada, ignorando gli appositi cassonetti; a qualcun altro invece occorre un TIR a tre assi che inquina la strada, striando l'asfalto con la gomma disciolta.

- Allora, Calogero... verso mezzogiorno, già ti viene fame, eh?

- E già...

- Ma rispondi... Ti viene fame perché è mezzogiorno, o è mezzogiorno perché ti viene fame?

- ...ma non è la stessa cosa?

- Eh no! Eh no che non è la stessa cosa, Calo'!

- E se qualche giorno ho mal di pancia?... E non voglio mangiare, non ho fame... e mezzogiorno non arriva mai?!

- ...mai!!!


Scorrerà, probabilmente, la vita. Ma chi non si riesce a vedere solo dal di fuori, questo fluire, non lo coglie così semplice. Magari è come per noi che ci muoviamo a velocità inaudita nell'universo, eppure ci sembra di stare millenariamente immobili, a guardare un cielo che è sempre lo stesso.
Lo sappiamo dai ricordi che le cose mutano.
Che alfa Ursae Minoris non è sempre stata lei la Stella Polare; che migliaia di anni fa il nord lo indicava Vega, alfa Lyrae.
Siamo immersi in una bottiglia vagante nella precessione degli equinozi. Quanto contiamo noi nel determinarci?

- Posso camminare su questa specie di coso che scorre? Va contro la mia volontà...

- Ma comunque ti porta lo stesso verso l'uscita, non è contro la tua volotà.

- Lo è, perché a volte non importa solo dove arrivi, ma come ci arrivi. Ed io ci voglio arrivare con le mie gambe...

E mentre ancora non riesco a completare il lavoro che dovrebbe rappresentare una fittizia ragione per svegliarmi, allargo oltremodo gli orizzonti di un pomeriggio che mi pare eterno, perché deve riempirsi di tutto quello che ancora non ho concluso.

Trovare improvvisamente
qualcuno che stava smarrito tra i sentieri di un quadro di Van Gogh...
E confondere i tuoi alibi e le mie ragioni, che vuol dire?
  

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