venerdì 18 settembre 2015

La strada senza nome

Quelle strade avevano un sapore di gomma nuova, di lavori sempre in corso, di notti intrappolate nei labirinti della nebbia anche quando erano sequestrate coi sigilli del giorno.
La prima corsia per coloro che stanno per raggiungere casa, la seconda per coloro che la raggiungeranno con la pazienza delle lunghe distanze e della costanza, la terza corsia per quelli che scappano anche quando non sanno neppure da dove provengono.
Era la strada delle 19.30, quella dello svincolo che precede la telefonata per avvisare di poter preparare la cena. Quella che si consuma in fretta come l'alba di una domenica mattina di fine estate. La strada dei racconti e dei ragguagli sullo stato di salute di  tutti quelli che figurano accidentalmente tra i comprimari di questa morta storia,  la strada delle parole da giorni attese e conservate per essere spese tra quei limiti e quelle gallerie controllate da fari indiscreti.
Alle spalle la metropoli e le sue luci che spingono il cielo ancora più in alto, dinanzi le montagne in filigrana ricamate come toppe di mondo sul drappo madido e buio che non donosce bordi e confini. Abbiamo poco da mangiare domani, ma tanto siamo dieta, vero?
Se sbagliassi l'uscita le montagne cominceranno a sollevarsi sotto i nostri piedi senza che ce ne accorgiamo, ed un tuo urlo mi rimprovererà per la disattenzione, mettendo tutto in discussione.

Un sibilo sembra attraversare anche la strada più silenziosa che taglia un campo non illuminato prima del grande cancello che apparirà alla nostra sinistra.
Un sibilo ininterrotto che sembra irradiarsi da tutte quelle luci, che sembra portarsi dentro, come il cesto di un raccoglitore di cotone, tutte le voci che hanno riempito questi spazi intorno. 
Come un fumo impercettibile nella sua consistenza e negli odori si infonde e si raffredda senza che se ne rilevi traccia in quella normalità  così straniera e  imponderabile.
La mattina getta solo un po' di luce senza azzardarsi a rischiarare nulla fino in fondo. Sembra che le voci ristagnino arenandosi sulle dorsali dei monti a nord. Non è la nebbia dell'atmosfera o delle basse pressioni, o delle conche naturali ad abbassarsi. Sembrano le sospensioni di tutte le anime che popolano quella terra.

Un freddo che ti prende dentro alimentandosi da un chiasso indistinto, dove solo il suono della sua voce sembrava zittire l'urlo strozzato degli affanni a fine corsa, l'indispettito spiare del sole tra i nembi, e le stelle camuffate da aerei immobili come mosche indecise.

Volti sconosciuti che prendevano forma umana a partire da poltrone svuotate di senso, e vilipesi scheletri ricoperti di carne e abiti confezionati dai sarcofaghi dipinti dalla considerazioni altrui. Storie misere abbandonate su marciapiedi lerci ed appiccicosi, ed una calamita di misericordia su cui strisciano esistenze fragili che non riesco a sentire fraterne.

Sguardi rivolti ad altre convenevoli rive dove lasciar correre via una coscienza rachitizzate da camicie di forza cucite con schemi sociali tanto rigidi e acuminati dentro ai quali è così semplice smarrire se stessi.
Agende sgualcite a misura di tutte le cose, e i giudizi di un occhio opprimente in questa landa invisibile che sferza la terra ai confini del cielo.

Abbiamo attraversato insieme quello sciame di luci sibilanti e mi sembravi l'unica creatura vivente di quel cimitero di ghiaccio. Avevi un freddo permanente dentro che tentava di astrarti in quel quadro asfaltato senza nomi.
Corrono i palazzi intorno, i mega-store sulla Valassina, i negozi che ho impressi neimricordi sempre uguali, le insegne e le pubblicità e corrono in sogni dopati su circuiti rotanti su fulcri sbandati sganciati da ogni licenza di guida su queste piste senza punti di arrivo.
Sono al warm up di una vita che vorrei ripetere non appena giungerà alle mie latitudini un sibilo di quei cementi che sembrano piangere, e un sordo rombo sostituirà un tuono a quello sparo che non farà morti o feriti.
Ed una pioggia fresca e pura cancellerà tutto. Quei volti, quel silenzio bugiardo, quel vento stanco, quella nebbia mescolata al celeste opaco, quelle luci scialbe e scriteriate, sfondate come corpi svuotati in canopi bucati, cadaveri sciolti e annegati in un'aria immobile che accarezza con dolcezza e amore quelle strade senza nome.

sabato 29 agosto 2015

La natura

- E alla fine,  per colpa di questo cazzo di vento, la nostra gita alle Tremiti è saltata.

- Amore, ma sono appena 10 secondi di filmino e già hai sparato il primo "cazzo".

- Ahahahhaha, scusami, è la mia natura.

- Quando i nostri figli vedranno questo filmino, diranno: che madre scurrile abbiamo!

- Eh sì.

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Alcor, dovresti fare un film su questa cosa. Parti da queste parole, e poi dopo anni i suoi figli arrivano. Sei tu che non ci arriverai.

martedì 25 agosto 2015

Rendez-vous avec la vie

Lo avevo chiesto a gran voce di star lontani dalla folla.

Ma non mi si è voluto dare ascolto, e per fortuna adesso ci troviamo qui, in un locale deserto. Ancora è mal di testa... è da questa mattina che non oso rivolgere le mie attenzioni impure e peccaminose alla volta della nimesulide che da sfoggio di sé accattivante e ammiccante, benevola e accondiscendente, disponibile a estinguere le fitte emicraniche; spiandomi come fosse inopinatamente distratta oltre il vetro della credenza, seduta dinanzi alla collezione dei bicchieri di cristallo. Accanto al termometro, alle pillole per la pressione alta, e ad argentei cimeli rimembranti ricorrenze più o meno rapprese nel loro plumbeo tenore teologico-mondano.

Cavare un'idea che abbia una larvata coerenza, ed indi si faccia carico di un qualsivoglia messaggio tale da rimestarsi proficuamente in una pagina, oggi è difficile, Monsieur.

Anche scrivere la parola "difficile" costa fatica. La fatica di un'affannosa spulciata nella semiotica della propria ontologica identità. Perché quella parola è imprecisa, e come tale bugiarda. E scrivere falsità è per me una violenza che si assomma già alle scenette grottesche che la penna celebra per riderci su. Di gusto, su ciò che sempre più appare come una fumettata vicenda non seria, questa lunga passeggiata che costeggia gli anni. 

Non è, in punta di verità, "difficile", è solo che non mi riesce più di manipolarli altrimenti questi pensieri. Forse è soltanto "diverso". Ma io non so più scrivere, non come mi piace. E di colpi ne sto perdendo parecchi ultimamente, Monsieur. Forse tu comprenderai cosa vuol dire ridursi ad incipit conservati per scrupolo come frammenti di storie che non saranno mai compiuti. Che quando l'istinto narrante viene pompato da un orgasmico impulso lo devi consumare in fretta, giungere al nucleo della fiamma che ha infervorato l'istante, afferrarvi con slancio i volti e le parole ed inchiodare il flusso nella teca di un racconto.
Ma finché redigi la cornice, la storia s'è già sgualcita e non ne vale più la pena.

Compunta ovviamente di parole inadeguate. Perché quelle giuste sono come limiti che tendono all'infinito. Quell'infinito a cui rende giustizia solamente il silenzio. Quello che rende le proprie parole straniere e allo stesso tempo talmente personali da potersene disfare pressappoco con indifferenza. A prescindere da quanto possano essere care a chi ti è caro. Non riuscire a liberarsene vuol dire essere incompleti. Essere incompleti non è un problema.

Ne convieni? Considererei il silenzio come la più pura delle forme di comunicazione. Chiudere gli occhi e avvicinarsi, sentirsi adiacenti e restarsi accanto senza necessitare d'altro, e senza domandare oltre. Uno scambio che non depriva e non inganna.
Prendiamo qualcos'altro, Monsieur? Un'altra birra e qualche inezia recante in sé adipose conseguenze per accompagnare la discesa giù lungo l'esofago del biondo liquido amarognolo. Ricominciamo daccapo.
Anche se ho appena finito il solito drink, e ancora sto frantumando in bocca i piccoli cubetti di ghiaccio. 
Uno dei piccoli e irrinunciabili piaceri che fanno orripilare i detrattori dell'acqua corrente.
Con la lingua approfitto per dirigere un cubetto a coprire la gengiva sottostante il premolare inferiore collocato a destra del mio viso rispetto a chi mi guarda. Perché mi accorgo che duole un tantino, quando mi capita di pensarmi.

I miei dieci piccoli irrinunciabili piaceri: dei cubetti di ghiaccio s'è già accennato; giocare con i sacchetti di riso o di farina, affondando le dita in quella morbidezza elastica, tralasciando qui biasimabili similitudini; suonare come un automa l'arpeggio di Is there anybody out there?; fare gli origami con i biglietti già obliterati dell'autobus; conservare tutto il conservabile come testimonianza inoppugnabile che su questo pianeta ci ho davvero messo piede pure io; avere le mani umide e i capelli bagnati; gironzolare da solo e salutare le persone soltanto con un cenno del capo e sorridendo, per evitare di fare figure di merda nel non ricordare i nomi; scartare con evidente soddisfazione i pomodori da un mio qualunque piatto; avere la "finestra sempre aperta" anche fino a notte fonda; e infine gli indovinelli che capiscono in pochi, soprattutto quando si legge di corsa senza soffermarsi più di tanto.

Siamo venuti quaggiù in quattro, era come se fossimo in tre, e tali si è rimasti nonostante la successiva addizione di ulteriori vispi commensali. Monsieur che siedi alla mia destra, hai ordinato un piatto di patatine fritte che io di norma, non dovrei poter mangiare. Ne assaggio qualcuna ma non vi si cosparga il sale, sono comunque a dieta. Domattina so già che mi sveglierò tardi e non correrò. Ma la mia è solo una morbosa curiosità di testare la tenuta dei bronchioli carbonizzati durante le ultime due settimane, mi si consenta di preservarvi un'illusione ancora a riguardo.

L'altra sera dopo aver cenato fuori torno a casa in tutta fretta, sotto le gocce di pioggia che si perdevano nella moresca chioma spettinata anni '50, rinfrescandomi con la loro sorpresa posata, e fresca. Volevo comunque andare a letto presto.

Pensavo, Monsieur, che sto riscoprendo un particolare gusto per i liquori secchi.
I fulmini illuminavano il cielo a giorno, infiammando per improvvisi istanti i contorni delle nuvole che suturavano il cielo come un cranio sbriciolato ricostruito a botte di gesso e saratoga visto dall'interno. Era da molto tempo che non mi abbandonavo sul cuscino del letto con un libro che non presentasse figure simili agli effetti del tasso di cambio giapponese sulla delocalizzazione in Cina. 
E l'ho ritrovato dilettevole quella sera. 

Ma quando qualcuno vuole sfottere a denti stretti il quarto cazzone che ci portiamo insieme imbevendoci passivamente delle sue varicose vicende senza soluzione di continuità, e mi sussurra un decontestualizzato e canzonatorio "che culo...", mentre la mia mente scorrazza altrove, vien facile per me, nel rinsavire dal sonnambulismo incedente, esprimere un parere disgustato sul fondoschiena della signora in stato di pre-obesità che riempie il campo visivo a me innanzi. 
E scusami, cazzo, se poi ridestandomi dal sabbioso abbaglio, esterno con voce moderatamente media-udibile il mio punto di vista sul quid di cui sopra, tale da intercettare torvi sguardi sospettosi dal marito di questa che deve avere inteso qualche sciagurato decibel del mio sommesso proclama. 
Che tu parli per quel che hai in testa tu, ma io ti rispondo per quel che ho in testa io, per la miseria... 

Vale per tutti, più o meno consapevoli, che chi ci fa star bene e chi più o meno ci comprende non è  altro che la proiezione meglio riuscita di sè... guardare dentro al cuore  e avvicinarmi al suo mistero  non come quando io ragiono ma come quando respiro. Ma non diciamolo ogni volta, le espressioni reiterate ne rovinano il senso. Sarebbe bello scoprire una bella frase, tratteggiare un bel pensiero, e dimenticarlo dopo un po'. In quel momento avremo scoperto qualcosa di noi e l'avremmo consegnata all'eternità.

Mi prende una stranissima voglia di ballare come intorno ad un ripetuto picchiettare di un dito medio della mano sinistra sul MI bemolle di un pianoforte scordato. Battendo i passi al suolo come un bicchiere che si rompe comprensivo del contenuto, che non si è sorseggiato per incantarsi a guardare l'alone interno lasciato sul bicchiere da ogni oscillata nelle nostre mani inquiete e sincere. Più della calma dipinta come la ceramica intorno agli occhi.

Monsieur. Che cosa vuoi che ti racconti? Un'altra storia.

Stanotte ho sognato Adriana. Indossava una lunga veste bianca; avanzava lungo la spiaggia. Avevo come l'impressione che la mattina di quel giorno in sogno fosse venuto giù un acquazzone impietoso; io stavo seduto su una poltrona a sdraio e le ho fatto cenno col braccio. 
Ma lei ha continuato a camminare come se non si fosse accorta di me, guardando fissa in avanti, e quando mi è passata vicino mi ha investito una folata di aria gelida, come un alone che si portava dietro.

A volte una soluzione sembra plausibile solo sognando. Forse perchè la ragione è pavida, non riesce a riempire i vuoti tra le cose, a stabilire la completezza come un forma di semplicità.
Ma poi domani, o un altro giorno, sognerò che passerà di nuovo vicina al mare e acconsentirà al mio richiamo e si siederà vicino a me. Poserà le mani sulle gambe con un gesto lento e languido, pieno di sensi, e guardando il mare mi indicherà una vela o una nuvola, e riderà. Ed io continuerò a ridere, mentre la guarderò; rideremo insieme, come l'esserci trovati ad un appuntamento.

La vita è un appuntamento, lo so di dire una banalità, Monsieur. Solo che noi non sappiamo mai il quando, il chi, il come, il dove. Magari capita che il primo saluto avvenga per caso, ad esempio a  febbraio, e nel posto più sbagliato, ma che importa... 

Il diritto, il rovescio... l'estate. Non so se ci si trova in un punto perchè l'esperienza ti ha portato per mano fin lì, non so se è vero che dal passato si impara la lezione come un vaccino. A volte sì, lo penso e lo confermo, altre volte lo disprezzo insieme al fascio secco di tutti i princìpi fasulli; più sovente lo ignoro. 
E allora spesso uno pensa: se avessi detto questo anziché quello, se mi fossi svegliato un giorno prima, se non fossi mai andato a letto presto, se non avessi temuto, se mi fossi fidato di più... Forse sarebbe stato lo stesso. O forse non starei neanche qui a raccontare questa storia. E ogni tanto racconto di una certa soluzione che tuttavia ignoro a qualche amico, raramente, bevendo un bicchiere.

Un appuntamento e un viaggio, è la vita. Fatta di percorsi sulla crosta di questo pianeta, che a sua volta si muove, ma verso dove? Ti sembrerò maniaco, Monsieur. Però a quel tempo io ero fermo, un momento di stasi e il mio tempo ristagnava in un pozzo di accidia. Con quella tranquillità di quando non si è troppo giovani ma non si è ancora troppo adulti, e si aspetta semplicemente la vita.

Ed al posto della vita, venne Adriana.

Talvolta indifesa e interpretabile che pareva di leggerle in volto il carattere di tutti i suoi momenti. E poi era bella, certo, ma questa non era una sorpresa: ma quel giorno mi sembrò di una bellezza assoluta, perché lì capii che non esiste bellezza al mondo superiore alla bellezza di una donna, tu mi capisci Monsieur, e questo mi accese una specie di frenesia.

La strada dietro di me fuggiva, davanti a me si apriva, e io pensavo alla mia vita e alla mia accidia, e a tutto quello che mi era stato detto. Frasi più nitide man mano che si procede lontano alla radice dei ricordi, e stranamente più fragili e tremule nel risalire fino a quel momento. Quando le prima parole son cariche di mistero, di un voler spiare tra le fessure dei propri vissuti, sospinti da una curiosità che poi si evolve e scende giù portando alla luce i reperti più celati, confidenze meno infrangibili, sensazioni più acute. E sempre meno descrivibili con l'alfabeto.
Mentre le parole più prossime stentano ad aggrapparsi alla mensole della mente, e all'esigenza di lasciarsele propagare per giorni e giorni nella testa. Come se si comprendessero già senza il bisogno di doverle riprendere, rispolverare con cura e ricercarne tutti i sensi per star sicuri di essere davvero felici a giusta ragione. 

E sentii, quel giorno, una specie di vergogna per non aver mai provato niente di tutto questo fino ad allora. Fu proprio così, una specie di rimorso, come una consapevolezza di mediocrità o di codardia.
Come quando si ha la concreta sicurezza di aver sì corso per milioni di chilometri, ma in maniera lenta e accidiosa attraverso una strada lunga, e senza ricordare alcun paesaggio.

Ed ora viaggiavo, con questa vita, su un'altra strada che non importava dove mi avrebbe condotto, con la compagnia di una donna bella e distante che fuggiva non sapevo da cosa, o che evitava non sapevo cosa: era una corsa che mi vibrava dentro e intorno lungo una strada vuota in mezzo alla Francia.

Accostai la macchina e mi fermai. Mi volsi e stavo per dirglielo... Ma lei mi mise un dito sulle labbra, molto dolcemente, e mormorò: "non essere stupido". E restrinse le sue labbra in un bacio mai dato.

Nel luogo del nostro appuntamento c'era uno stabilimento balneare con una fila di poltrone a sdraio. Mi sedetti e mi misi a guardare il mare. Sentii il campanile che batteva le dieci, e poi le undici, e poi la mezzanotte, le ore si facevano giorni, i giorni si facevano mesi, ed i mesi diventavano tutta l'immensa attesa che non sarebbe mai bastata.

Ah, tu mi hai fatto bere troppo, Monsieur, però in quanto a bicchieri sei una buona compagnia. Non ho la giacca e fa freddo, e una sigaretta non riscalda. Sai, a volte, quando si è bevuto un po' la realtà si semplifica, non occorre sclerarsi a coniare nuovi idiomi per riconoscere quello che proviamo. Si saltano i vuoti fra le cose, tutto sembra combaciare e uno dice: "ci sono". Come nei sogni.

Attendere, quella vita che che non ha alcun appuntamento col dovere imperativo, e che tuttavia non scappa come un codardo che non lascia tracce di sè nel mondo intorno stimato come un magazzino immanente per saziare le proprie voglie, deprezzando e svuotando ogni senso. 
Come a non voler essere responsabili dei propri affetti, dei propri gesti, delle sensazioni e dei germogli che si innestano negli altrui cuori, indipendentemente dal più ignavo dei propositi. Salvaguardarsi non è essere egoisti, è viltà. L'egoismo naturale come un fiume è l'esserci sempre in svariate forme che non affollano l'esistenza di chi si attende, pur non essendole mai lontano. 
La retorica della viltà invece è merda.
Un ammutolito lungometraggio di incontri che a lungo andare assomiglia più che altro ad un reciproco masturbarsi. Una feroce razzìa al termine della quale sputarsi in faccia non suonerebbe neppure stonato.
Non sono né un santo né un moralista, detesto appena con una puntina di odio qualunque cosa renda la vita volgare, brutale e sporca. E che spogli la dignità del suo valore, lasciando qualche livido breve che porta ancora i segni della paura e dell'insensibilità.

Attendere, e ritornare ardentemente al mio sorriso che a tutto questo non vuol pensare.
Attendere, come un silenzio nelle notti di semi-veglia in controluce, con gli occhi stanchi e l'animo gioioso. Attendere, e percepire che anche il sonno è vita, e non riposo. Attendere, scagionando l'anima dalla paura di non meritare, di esservi capitati per un caso avulso dagli intenti. Attendere e non domandarsi alcun perché. 
Attendere, e sentire per chi non c'è, quasi una solitudine.

Andiamo a casa. Fa freddo, e mi gira la testa. La radio passa Aida di Rino Gaetano. Non c'entro assolutamente nulla con la maggior parte di questo teatrino di nuvolette. La sceneggiatura degli ultimi minuti appartiene già ad un film che non mi riguarda, i figuranti si predispongono per un ciak nel quale non siamo stati scritturati.
Scrivere... è una forma di presidio per i propri dilemmi e insieme l'esigenza di correre incontro. 
E devo andare a pisciare.

Ma a te interessano le storie altrui? Forse anche tu, Monsieur, devi essere incapace a riempire i vuoti fra le cose? Non ti sono sufficienti i propri sogni?

Adoro quando sorgono le amenità prodotte dai meandri della mia fulgida immaginazione.
Altresì spontaneamente da non esigere che si vada a sbirciarvi...
Ci vivo di questi scatti. 
Ma mi odio anche un po' per questa medesima ragione, quivi scanzonatamente narrata.

Le parole fanno danni

Ed io credo solo a quello che scrivo. E odio profondamente quello che dico.

sabato 22 agosto 2015

Anime bastarde

Mi appaiono come soldatini di gesso in attesa di un ordine per scrollarsi di dosso la polvere bianca e rianimarsi. Li sento mentre acquistano forma umana innervandosi attraverso le attese indirizzate a chi ha scelto di sposare il silenzio. 
Come bolle d'aria create da caotici flutti si ritagliano brevi circonferenze sulla superficie dell'acqua schivandosi l'un l'altra, cercando di catturare quel raro fotone radiante che possa filtrare l'abbaglio e selezionare tutti i colori della luce. Distribuendone con cupidigia le singole onde d'urto.
L'età aumenta la nostalgia di un'esistenza quasi sopportata, quella che da giovane avresti voluto capovolgere e riempire di tutto ciò che hanno potuto solo raccontarti, fagocitare le esperienze degli altri, adottarne i tremori, recitandone i conflitti non rimarginati, interpretando col proprio orizzonte affermato gli scherzi della sete e delle sbronze che non hanno neanche profuso alcun labile guizzo lungo tutti i tuoi giorni.

Quei giorni che si susseguivano come attese indirizzate a chi stava per ricacciare indietro il silenzio.

Quando erano bolle d'aria nel proprio stomaco, apnee gonfiate dal furore della libertà che le avrebbe ripulite fino all'ultimo atomo. I giorni di ieri e quelli di oggi si assomigliano, carta carbone di scarabocchi tracciati dal vile intromettersi di un bicchiere bastardo.
Manca quella rara cresta su tutta questa pesante normalità che riempiva di echi tutti gli anonimi attimi che facevano la fila per farsi rigurgitare dalle lancette che esultavano ad ogni proprio annientamento. Morti propizie di tempi transitivi a congiungere picchi di vita, confetti di memoria, canti sparsi come sirene dalla sinusoide sfibrata e zingara, con gonne ampie pronte a raccogliere le invasioni più bestiali e le gioie più scivolose dell'impero della mente.
E tutto questo sparisce portandosi via l'ammirazione verso i ricordi degli ospiti che presiedono quei minuti scippati da tutta quella immensa attesa che generava vita e sangue tra i vicoli ardenti delle proprie vene.
T'ho riconosciuta alle spalle di un sorriso di plastica esposto come vessillo di una presenza lontana proiettata da un fuoco volutamente nascosto. Straniera in un labirinto nella quale sembri esser caduta in un'età sedimentata sotto le orme ricalcate dai riflessi dei tuoi bicchieri.
Riflessi innanzi ai quali ti cali e ti spogli, lasciandoli attraversarti, trafiggerti e quasi sostarti dentro come lampi di pensiero senza fardelli di dubbio o fatiche di angosce.
Ripeti le parole del mondo con una cadenza insopportabile, ti agiti come un bambino che sta imparando a nuotare e sente ancora l'ostilità dell'acqua. Come una bolla d'aria generata dalle onde, che sa di dover sparire al prossimo vento, e tenta di imprimere quanta più esistenza possibile in quei giorni oscuri e confusi.
Come se il mondo non riuscisse ad accorgersi della tua imponenza, non sapesse come tradurre la tua immagine nella scena del tutto, le tue frasi si addensano in imperativi con architravi puntellati dalla colpevole innocenza di chi trema persino al peso di un braccio sospeso ed una sigaretta all'estremità più remota della mano.
Un'innocenza ripudiata, ma che giace intatta in una teca di vetro con le impronte dei troppi polpastrelli che hanno tentato di forzarla.
Ogni respiro è un sollievo da quel fardello.
Poi cala uno strano silenzio che chiude il sipario dalla tua bocca.
La paura sembra governare quei fragilissimi silenzi. La paura che il vento possa spirare talmente forte voltando le pagine del libro sospeso sulle tua mani, e possa riportarti a capitoli differenti da quelli su cui s'era arenata la tua voglia di interpretazione, e di nuovo da quel momento in poi, a disorientarsi in città invisibili. La paura di non trovarsi in alcuna delle immagini con cui s'è popolato il circo degli astanti che funambolano tra un menzogna e una sentenza.
Sembri spegnere con un mite rigetto quel crepitante ronzio, e per me sembri rivestirti di un'anima libera.

Indossi tutta la struggente bellezza della malinconia, di un'imperfezione che ha catturato un riflesso del caos, trasformandola in un miracolo che si alimenta ad ogni sguardo lanciato sul pavimento, assumendone luce e contorni per fiorire in un punto unico e singolo nell'intero universo.
Lascio questa notte, sperando che la corruzione della falsità del compromesso a cui siamo condannati non ti abbandoni, che continui a corroderti e a isolare dal resto degli alberi il tuo piccolo inerme fusto preda dei rovi in questa foresta minacciata dalle fiamme.
Che questo sapore acido sia come una cura, una placenta che preservi il frutto più dolce. E se anche la tua stessa memoria dovesse smarrire le chiavi della dispensa, lascia che da quella credenza di vetro traspaia un riflesso dal tuo malinconico sguardo. E la strada per coglierlo sarà solo un guizzo di luce senza parole drogate.

domenica 9 agosto 2015

Risorgenze

Mi hanno detto che dovrei scrivere, ricominciare davvero, senza rileggere le pagine dei miei giorni passati.
Mi hanno raccontato che le mie storie devono giungere ad un epilogo, e che quindi dovrei al più presto riacciuffare quello che mi sono lasciato indietro e portarlo per mano fino al suo compimento.
Pare che gli anni non si estinguano del tutto in un botto di fine dicembre, ma che restino a trascorrere in una dimensione propria ignorante il tempo. Possono poi cercare risorgenze e riaffiorare con tutti i loro detriti a rendere meno agevole le strade.

Mi hanno detto che non si può invecchiare davvero senza aver chiuso le proprie pagine, e che altri libri ed altre storie non ascolteranno i nostri richiami se non viene posto un punto al termine di ogni capitolo.
Dicevano che avrei dovuto svegliami nel cuore della notte e racimolare il coraggio ridotto a brandelli di questa strana estate, coagulare la volontà dispersa in mille pozzanghere di una pioggia soltanto accennata.
Non si può vivere di accenni inchiodati in immagini che abbiamo cercato di fissare nei contorni nei quali abbiamo rinchiuso la nostra aspettativa di felicità.

Hanno ribadito la necessità che affronti finalmente questo magma impazzito che mi ha reso gelido a tutte le cose del mondo. Che mi ha svelato persino l'invidia verso la natura docile delle parole altrui che per la prima volta mi appaiono così valide, così riconoscibili e degne di essere ricopiate ed appese nei promemoria dei pensieri dolci allietanti speranze sopite di debolezze mascherate in rigide posture delle proprie braccia.

Mi hanno dipinto l'evoluzione di questo silenzio che assomiglia ad una mano incancrenita che ha dimenticato la consistenza delle corde della propria chitarra, e il frastuono denso di canzoni stonate e sincere sepolte sotto spiagge mai calcate fino alla punta del mare.

Hanno provato a indicare la mia rotula destra malandata come il punto esatto di scarico di questo incompiuto confronto con verità atroci che dovrebbe precludere il giudizio finale e inappellabile di un uomo a contatto con il proprio lato oscuro, e le su pretese di chiarezza, le sue voglie di invadere la confusione con la plaudente certezza della chimica esistenziale.

Persino nella cronaca metaforica di questi pensieri la strada si allunga sino a volersi allontanare dalla inevitabile méta in fondo alla quale il bersaglio di tutti gli errori e i disagi di questi giorni approdano sconfinando il guinzaglio stretto intorno alla gola della propria falsa solida aderenza alla crosta terrestre.
Si frappongono ragionamenti ed analisi che non conoscono coordinate, ignorando il punto di equilibrio, il fattore di bilanciamento da cui si irradia questo tremore sconosciuto, questo freddo, questo inconcludersi proteso solo verso reazioni dense di rabbia.

Dicono che dovrei fare le valigie e intraprendere il mio solito viaggio, senza immaginare quello che ci troverò. Non dovrei chiedere null'altro a questo prossimo ultimo viaggio, se non un'indagine senza sospetti confezionati di quella che sarà la mia reazione e la mia paura. 
Solo lei, la mia paura.

martedì 28 luglio 2015

Filmaking

Ad un certo punto ci si ritrova a percepirsi di esser soli.

A vedersi, toccarsi (in tutti i sensi) e a riconoscersi soli.

La cosa non è sconosciuta né sgradita,  però è sovente foriera di qualche cazzata, compiuta in nome del senso di onnipotenza che pervade un animo dagli indirizzi sparpagliati.
E quindi, tra tutte  le opzioni esistenziali possibili, la percentuale di cazzate schizza come il valore dell'oro nei mercati ai tempi dello spread a 500.
Quelle inequivocabili gesta insensate, tuttavia, sono reinterpretate dal proprio geniale intuito come una mera seduta psichica tra te stesso ed il dio Onan. Perché a vedersi vivere non è poi tutta questa storiaccia il nostro tempo, nonostante, in fondo, si sia perfettamente consci dell'abisso tra le intenzioni e la reale esecuzione dei propri propositi.
Tradotto: che cazzo ci esci a fare con una se non sei convinto di volerci niente? 

Ma chissenefrega dell'utilità marginale, dopo tutto non abbiamo fatto un mezzo dottorato in economia politica per scoprire che tutto si regge sull'asimmetria informativa? Il guaio è quando il venditore infame lo fai con te stesso, e cerchi di rifilare una sòla all'uomo descritto nel documento che hai in tasca.

L'aggravante di questo pellegrinare vacuo attraverso templi sconsacrati alla ricerca della pentecoste, si verifica quando questa conferma di se stessi,  passa attraverso la mera ed impalpabile (in tutti i sensi), contemplazione delle evidenti prosperositá di costei, così celate nell'abbondante e intrigante superfetazione di vestiti in una notte di quasi estate.

E mentri cerchi di capire inutilmente la consistenza di quelle femminee ghiandole che determinano il nostro inquadramento nella classificazione del Linneo nel regno animale, ti ricordi quelle grandi verità matematiche che hanno popolato la tua gioventù: la possibilità che lei te la sganci è inversamente proporzionale agli ingiustificabili strati di vestimenti che ricoprono le sue agognabili membra.

E mentre con la tal donna ci ragioni anche piacevolmente, e ti lasci anche andare all'indicazione della esatta collocazione nel firmamento di qualche astro, ti rendi conto che la tua vera, unica, auspicabile chimera è allontanata vorticosamente da una disvelata faticosa necessità di conquista lenta e irreversibile che non figurava propriamente nei propositi a breve termine di quella serata.

Mentre il dilemma dell'azione giusta nei modi errati stava cominciando a scavare la sua tana nella mente, la vita con tutta la sua ferocia si abbatte come una scure su quelle nombrilistiche scommesse cerebrali, e ti riporta a più materialistiche considerazioni: t'hanno fregato la macchina, povero idiota.

Insomma, potevano fregarmela in seguito ad esperienze di più notevole importanza? No! Doveva succedere per la più lapalissiana delle inconcludenti cazzate, a sancire il colpo di grazia.

Senza rammentare qui i dettagli che hanno condotto i nostri eroi al miracoloso ritrovamento del mezzo deportato dagli ignoti malfattori, ci si ritroverà una sera a riderne con uno dei tuoi più fidi compari.
Lì ti suggeriscono di buttare giù una storia che dia un senso all'avventura e ad i suoi portati grotteschi.

Mediti dunque che la maniera più bella che un uomo ha di infondere un senso a tali episodi possa essere quello di tentare di elevarli a casi universali, e a berci su un paio di Oban mentre coinvolgi altra gente.

E che nella scrittura di quella sceneggiatura prende forma la ragione di ciò che hai vissuto ed imparato. E quando giungi ad accendere la macchina da presa e a provare un copione con gli attori quel senso si allarga e sconfina. Avvolge tutto.
E scopri cose e persone che meriterebbero da sole, forse, una nuova puntata. Quella del che cosa è successo dopo aver girato un film ispirato ad un'esperienza generata dall'aver tentato una cazzata in seguito ad un dispiacere non propriamente sottile di qualche mesetto fa.

Così come potrebbe finire tutto in una puntata pilota senza seguito. Probabile,  conoscendo la timidezza e il tratto lieve del mio essere al mondo.

Ma sedendo e rimirando oltre la siepe delle proprie barriere, oltre il mondo più disordinato della propria mente, se allarghi la sfera dell'indagine sui possibili futuri, più s'espande l'ombrello convesso delle cause gestanti dei tanti ieri che si incatenano in tanti possibili oggi, e minuscoli domani lontani.
Come in un cerchio fatto di scuse e motivazioni che si rincorrono, e ti chiedono soltanto di non addormentarti come sempre nella contemplazione del tuo masturbante egoismo. Ma che forse vale la pena porgere qualche domanda in più a chi incontri lungo la strada, soprattutto se ritieni le possibili risposte degne di conservarsi tra le cose di cui tener conto nella tua memoria a breve termine.

Ché poi ci son sorrisi ed espressioni di un viso che non avresti ammirato mai se qualche coglione una sera non avesse deciso di asportare il tuo veicolo criminalmente. E quella stupida storia non fosse stata scritta.
Ogni più piccola cosa genera conseguenze per l'eternità, come un'aria di immenso cielo che ritorna anni dopo anni nel sestetto Atlante delle Nuvole.
Dove anche un diverso colore di una tazzina al mattino può rivoluzionare tutto completamente.

martedì 21 luglio 2015

L'uomo e la grotta

Abbiamo studiato, abbiamo viaggiato, abbiamo scritto, abbiamo filmato quello che abbiamo scritto, abbiamo amato, abbiamo detestato, abbiamo rilanciato, abbiamo avuto stenti, abbiamo subito la circoncisione, abbiamo conosciuto il potere, abbiamo persino vissuto, talvolta.

Abbiamo conosciuto luoghi che hanno segnato le nostre coscienze come una macchia di olio motore sui polpastrelli. La vita ci ha teso trappole come il venerabile Jorge arrapato da una commedia.

Sembrava che l'unica mèta geografica raggiungibile sarebbe stata la penisola del prossimo divano, in un salotto adornato di copie false di Munch e incensi all'oppio, con bottiglie di brandy lasciate a metà ad evaporare di inedia, e la collezione di piccoli Trudy a memoria delle tue ex come unici possibili trofei di caccia. 
Una vita avventurosa che ha conosciuto i suoi massimi sforzi solo quando chinata sull'ovale trono, protesa all'espulsione dei sottoprodotti dell'apparato più ginnico del proprio essere.

Ora sono qui, da solo. In un luogo dove la temperatura è costante, ed il tempo è scandito da uno stillicidio lontano su una parete di zolfo. Un tacito sussurro che fende il silenzio assoluto, e l'indifferenza del buio trasforma le palpebre in inutili lembi epidermici. Sento il mio odore, quello della stanchezza che segue allo sforzo di una risalita da un pozzo stretto e profondo una decina di metri. Pochissimi ma infiniti alla prova di chi fino a ieri sembrava non essermi mai mosso.
Il silenzio, il buio, una goccia d'acqua fredda, ed una corda da dieci millimetri impregnata di fango che ti salva la vita.
Quelle rocce sono lì da migliaia di anni, sono crollate quando il fiume si è ritirato in questo letto sotterraneo. E adesso ogni goccia scava queste pareti con la perseveranza dell'eternità. Ho attraversato meandri fangosi e strettoie che avrebbero fatto intimidire una mia sola gamba nei periodi di massima noia.
Sono stato appeso per quasi un'ora nel buio. La mia vita è stata affidata alla tenacia di uno spit infilato nella pietra ad un'altezza che non posso immaginare. Il moschettone ed il nodo che mi reggono sono fuori dalla portata della mia vista. Devo risparmiare il fiato, devo misurare la risposta d'acqua alla mia eterna sete, devo risparmiare le energie dosando con esattezza i movimenti delle mie caviglie e delle mie ginocchia, in un gioco di equilibri in un cappio in cui è infilato il mio piede. Ogni movimento sfasato, ogni scatto di rabbia che mi allontana dalla precisione con cui deve essere dosata la mia azione, mi allontana dalla resurrezione.
Le gambe si indolenziscono alla morsa delle fasce del mio imbrago, troppo a lungo sono state inermi, e bramano la riscoperta della vita per la quale il mio genoma le ha programmate.

Nessuno può tendermi una mano, o aiutarmi a sganciare la morsa bloccante che tiene ferma la corda al mio petto, consentendomi di restare appeso.
Sto usando muscoli che non credevo neanche di possedere, e per la prima volta nella mia vita mi impongo di non tremare, di non irrigidire la mia carne davanti all'ignoto, di non arrendermi e di avere fiducia. Un giorno quella fiducia saprà scorrere limpida e autonoma, dopo che il crollo delle mie paure e resistenze scaverà letti millenari che la raccoglieranno, e quelle gocce sapranno pazientemente zampillare in ogni atto della mia esistenza che sarà generato dal momento esatto in cui potrò consegnarmi al sole o alle stelle.
Perché io dovrò uscire prima che il freddo venga a prendermi. E dovrò uscirne da solo. Entrato per caso, uscirò con la volontà.

Avrò le ginocchia bruciate e le caviglie gonfie, non basteranno due giorni per smettere di dormire, camminerò sulla mia strada come mi avessero montato i piedi per la prima volta, e dopo aver conosciuto il buio, i miei occhi sapranno distinguere meglio i contorni ed i movimenti delle cose del mondo.

E quando guarderò a me stesso saprò che ho fatto parte dei moti millenari che hanno costruito questo universo, ricongiungendomi a quella polvere che ha generato le stelle, i pianeti, le rocce, la mia carne e tutti i miei sogni.

lunedì 6 luglio 2015

Speleo Alcor

Cronache di un week end underground nel vero senso della parola, a Verzino (KR)

I nostri eroi: Grossman, Bart, Alexander, Danny, Bechy, Alcor, Frank, Francys.

I nostri si ritrovano alla stazione di servizio ESSO nei pressi di Chiatona (TA) sulla s.s. 106. Dopo aver fatto colazione, rigorosamente offerta dai ritardatari in base allo statuto “grossiano”, alle ore 9.00 circa, e con un ritardo di circa 1 ora sulla tabella di marcia prestabilita, ci inoltriamo lungo la statale Jonica.

Una prima forzata sosta lungo il tragitto avviene approssimativamente all’altezza di Roseto Capospulico, quando un posto di blocco della Guardia di Finanza, insospettito, ritiene meritevole di approfondimento la vettura del Bart, probabilmente a causa della nota pericolosità degli individui ivi presenti.
Effettuata una seconda pausa caffè subito dopo Sibari, si è approfittato per chiedere ragguagli a gente autoctona a proposito del migliore e sicuro percorso per raggiungere Verzino.
Confidando illuministicamente nella modernità decidiamo di affidare i destini nostri, e delle auto, al navigatore Google del Bart, rassicurati dalla indicazione di un percorso attraverso la rassicurante voce “strada provinciale”.

Intrapresa la via che ci avrebbe condotto a Verzino attraverso Umbriatico, troppo presto ci rendiamo conto del ruolo fallante dei navigatori satellitari, ancora non muniti di intelligenza propria, e cogliamo l’occasione per apprezzare le condizioni infrastrutturali calabresi, discettare di federalismo incompiuto, e constatare l’effetto franoso delle precipitazioni sulla viabilità del luogo. Il pensiero di tutti va alla vettura dell'Alexander, già particolarmente provata dalla precedente esperienza di Muro Lucano, e nuovamente costretta a cimentarsi tra buche, sterrati, cedimenti, e crolli di asfalto.
Infine giungiamo a Verzino intorno alle 13.00 dove ad attenderci vi erano Frank e Francys del locale gruppo speleo. I nostri amici ci conducono alla sede del gruppo dove abbiamo la possibilità di sistemare i nostri averi
.
Alle 14.00 circa perveniamo sul sito di Grave Grubbo e dopo aver proceduto alla vestizione, alle foto di rito, e ad una serie di rituali tipici del luogo (omissis), alle 15.00 circa siamo all’ingresso della grotta che si presenta subito molto caratteristica e scivolosa fin dalle rocce esterne prospicienti l’ingresso. Dopo esserci calati dal pozzo di 6 metri decidiamo di lasciare i nostri imbraghi e di proseguire liberi alla scoperta della grotta messiniana. Questa si esibisce pochissimo concrezionata ma molto spettacolare per le sue volte di gesso lamellate dallo scorrere millenario delle acque. Preziose le indicazioni geologiche fornite dal  Bart circa le origini della grotta e le caratteristiche della stessa, che ci accompagnano lungo il ramo della “Cenerentola” per un breve tratto. Meritevoli di menzione sono alcune curiose formazioni che lasciano liberamente immaginare il desco di un bar con bancone, utilizzate dai nostri per alcune prime dilettevoli fotografie coreografiche.
Successivamente ci imbattiamo in una parete caratterizzata dalla presenza di piccoli sbocchi d’acqua fredda, prontamente utilizzati dal Alcor per placare sul nascere la sua notoria sete. Infine, lungo questo tratto, il Frank ci mostra orgogliosamente la “perla della Calabria”, una concrezione stalagmitica che Dan Brown nel suo Codice Da Vinci avrebbe senza dubbio inserito nella sua ricostruzione fallocentrica della storia umana.

Ritornati alla biforcazione iniziale, ci apprestiamo ad affrontare il fiume, che ci cattura immediatamente con il suo fragore. Ci inoltriamo lungo un percorso di circa 3 km sino al laminatoio,  e man mano che ci addentriamo la presenza dello zolfo diventa sempre più evidente. Lo splendido scenario della grotta è reso ancor più peculiare  dal fiume che mette a dura prova  la capacità degli esploratori di non scivolare sulle rocce madide. Giunti nei pressi di una piscina naturale, alimentata da una piccola cascata, situata poco prima di arrivare al laminatoio, il gruppo fa una sosta per fotografare gli ambienti, ed l'Alcor ne approfitta per testare le potenzialità della sua muta subacquea trascorrendo qualche piacevole minuto in quelle “Chiare et fresche et dolci acque”.
Giunti alla fine del percorso stabilito, i nostri ripercorrono il loro tragitto al contrario per tornare all’uscita, non senza cimentarsi in cadute e scivolamenti per fortuna senza conseguenze.
I nostri escono dalla grotta alle ore 19.20 circa per fare ritorno alle auto.
Lì ad attenderci è un campione di prelibatezze locali gentilmente offerti dagli amici Verzinesi.

In serata, dopo aver provveduto al lavacro delle stanche membra, ci rechiamo a cena in un agriturismo. Il menù prevede pizze ai sapori tipici, orecchiette in bianco al daino nella duplice variante con panna e senza panna, penne al sugo di cinghiale e spezzatino di cinghiale in umido; birra, vino, grappa e digestivi.
Dopo cena, il meritato riposo.

La domenica mattina, dopo aver consumato la colazione con caffè offerto da una gentilissima signora residente nei pressi della sede del gruppo speleo, crostata con marmellata di amarene offerta dalla signorina Danny, e pasticcini offerti dal Frank, ci rechiamo in località Caccuri, dove possiamo apprezzare le proprietà terapeutiche dei fanghi dei laghetti di acqua sulfurea. Appena arrivati i nostri si imbattono in uno strano figuro dalla pelle grigia che a prima vista si palesa come l’apparizione del sacerdote Imothep nel film La Mummia. Sincerati sulla natura umana dell’individuo, e appresa la pratica di infangamento terapeutico, i  nostri decidono di infangarsi completamente a loro volta, fino all’essicazione completa del proprio epidermide, per poi immergersi del tutto nell’acqua purificatrice.
Con l’occasione la Bechy offre gratuitamente al gruppo una lezione di acqua gym che ne esalta le qualità di istruttrice.

In seguito gli speleologi si recano presso una limitrofa sorgente d’acqua sulfurea, a differenza del Grossman e del Alcor che restano presso i laghetti a discutere con una turista calabrese di eclatanti casi di malasanità, e vizi della pubblica amministrazione.
Alle ore 13.00 circa si consuma un piccolo pasto frugale a base di pane, prosciutto crudo calabrese, formaggi e salsiccia piccante, il tutto con del buon vino rosso locale, asprigno ma gradevole.


Giunti alla controra , sopraffatti dal caldo, i nostri, dopo essersi accomiatati dagli splendidi ed ospitali amici Verzinesi, non senza un tocco di malinconia, decidono di fare rientro in patria.

giovedì 2 luglio 2015

Golden Age

Un tempo si guardava la scollatura, il colore degli occhi, e l'assenza di piercing e tatuaggi.

Oggi si guarda direttamente se c'è qualcosa d'oro all'anulare sinistro per evitare di perdere tempo.

Arriverà la Fornero anche per noi.

martedì 30 giugno 2015

28 - XX - 20XX

Hai sete? Ancora vino?

No, grazie.

Dimmi dove ti fa male.

Qui.

E adesso?

Ahi!

Adesso?

Va meglio.

Vado di là, ti lascio sola.

No, puoi restare.

Va bene, resto.

Che fai?

Perchè?

Sei lì fermo, quasi in attesa di qualcosa.

Inizio la mia veglia.

Veglia? Non dormi? Io sono molto stanca.

No, non saprei perché addormentarmi.

Non hai sonno?

Dormo molto poco da qualche tempo. Preferisco restare qui e vederti dormire come se stessi ammirando un'opera d'arte. Meraviglia e silenzio.

E non hai paura di addormentarti?

No. Ho paura di svegliarmi. E capire che tutto questo non è accaduto mai.

lunedì 29 giugno 2015

The show must go wrong

Quando qualcosa si interrompe, dopo un po' ci pensi,  ti rendi conto che si sta portando via tutto. Sembra come se la fine, o la morte, annebbino persino la vita che è stata. Ma ci sono davvero io in quel ricordo? Ma quel viaggio l'ho fatto davvero? Ma quella diarrea l'ha covata davvero il mio colon?


giovedì 25 giugno 2015

Tra qualche anno

- Sono contenta di rivederti Alcor. Davvero.

- Be' sì, passavo da queste parti e, dato che non hai cambiato numero di telefono, ho pensato di...

- Hai fatto bene. Mi fa piacere. Sì sì.

- ...

- Ti trovo in forma Alcor, sai?

- Embé vedi, le grotte, le arrampicate, il canyoning, la speleosub, il parapendio, i ponti tibetani...

- Ah... e per il resto come...

- Eh no, eh! Non ci provare! Non ti interessa nulla di me! E non provare a raccontarmi niente di te perché non voglio sapere che cosa è successo dopo! Va bene? Non voglio che ci raccontiamo niente! Altrimenti  me ne vado subito!

- O-ok. Come vuoi tu, Alcor, non ci raccontiamo niente.

- Brava.

- ...

- ...

- ... E quindi? Mi hai rimpiazzato? E lui com'è? Alto, magro, biondo. Aspetta... scommetto che è medico! Anzi no, è anche il figlio di un medico che ha ereditato la clinica del padre. Ed è pure glabro. E poiché ricorda vagamente che due secoli fa è esistita la lotta di classe pur ignorando minimamente cosa sia il proletariato, ha deciso di votare il Movimento 5 stelle, e ha convito anche te a votare per le parlamentarie per mandare tutti a casa i politici, giusto? Ed è pure vegano, vero?

- ...

- ... E dove andate in vacanza questa estate? In Australia? Be' sì. Vacanze in Australia. E dimmi, l'ha pagata la TASI sul mega-villone in brianza? Ha bestemmiato contro il governo? In effetti con quei soldi avrebbe potuto posare la prima pietra della nuova piscina, giusto. Oddio... No, non dirmi niente, non mi rispondere. So già tutto. Non mi interessa sapere niente. Non mi importa più nulla. Me ne vado. Ciao. 

mercoledì 24 giugno 2015

Spettri

Noi amiamo uscire per strada durante il temporale perché i tuoni sono sempre lontani

noi abbiamo preso le poesie di quando eravamo giovani e le abbiamo appese ad asciugare come trippa avariata

abbiamo lasciato che ci rubassero l'auto per uscire con una soltanto per dimostrare a noi stessi di essere ancora capaci di meritarci qualcosa

abbiamo attraversato ponti tibetani sospesi tra la costa della generosità ed il baratro dell'inganno comminato ai nostri congiunti

abbiamo frodato la malattia dell'anima, annacquando i bicchieri dell'esistenza con un'ironia che taglia il vento come un machete sul culo di una vacca

abbiamo scorticato ginocchia senza guardare alle nostre spalle, chiedendoci se ci fosse un senso in quel che provavamo a fare, e se qualcuno se potesse accorgere

abbiamo indossato manti di roccia per lasciare che la pioggia corrodesse piano e ci bagnasse poco alla volta, impiegando millenni prima di toccarci la pelle

abbiamo issato la bandiera degli anti eroi, per ricordarci che i tronchi non puri sono stati infelici abbandonati nel vento da piccoli

abbiamo chiesto ai latori del bene di farsi da parte per lasciare alla contraddizione del governo assoluto di poter raccontare il proprio disprezzo avverso l'ordine morale degli eventi

noi, profondamente cattivi e sinceri.

martedì 23 giugno 2015

L'amore ai tempi della mononucleosi

- E cosa ti  resta, dopo tutto, Alcor?

- Qualche mobile da spolverare, e un po' di cattiveria, ancora un po'.

- Ma cos'è l'amore?

- Quando non avverti l'urgenza di mandare via a calci nel culo una, dopo averla scopata.

mercoledì 20 maggio 2015

Famous blue slippers

- Eccoti qui la tua roba, adesso puoi ricostruirti una vita, Alcor.

- I miei pantaloni, il mio maglione, il mio pigiama, i miei scarponi di quel capodanno di ghiaccio, c'è tutto.

- Sì, c'è tutto, puoi scomparire.

- E queste? Cosa significa?

- Mi sembra di ricordare che fossero tue.

Sono le quattro del mattino, è la fine di dicembre 
Ti sto scrivendo solo per sapere se stai meglio
New York è fredda, ma mi piace dove vivo
C’è musica in Clinton Street per tutta la sera
Ho sentito che stai costruendo la tua piccola casa in fondo al deserto
Tu stai vivendo per niente ora, spero che tu tenga qualche specie di nota


Potevano restare dov'erano. Nell'armadio a specchio, tra i sacchi del cibo per gatti, i piccoli guinzagli, e le giacche di ogni stagione. Ammassate nei ricordi della tua vita, come ogni ricordo sepolto dall'incedere dei giorni.
Le pantofole infilate di corsa nel carrello al supermercato in un sabato sera di inverno. Quando si sperimentava un'esistenza soltanto sfiorata. Non le ho mica scelte, quelle pantofole, presi quelle che costavano meno, quelle meno importanti. Le utilizzavo per stare in casa, a cucinare, ad aspettare, a guardare i film, ad osservarti libera nella tua dolce alcova.

Senza alcun nome, senza alcuna rilevanza tra le concrete sublimazioni di due vite intrecciate. Erano un'orma anonima su un sentiero che guardava a ben altre meraviglie.
Ma ci ho poggiato la solidità della mia presenza, in quelle pantofole blue.
E quando tra milioni di anni riappariranno tracce della nostra specie, quelle pantofole segneranno le orme di una vita in cui ho davvero creduto, nelle sue note, nei suoi rintocchi, nei suoi sbadigli, nelle sue sorprese.

Sognare e guardare nei medesimi istanti lascivi, pensare e toccare come a fissare quei momenti per sempre.

Poi è calato il silenzio che ha nascosto il rumore delle mie orme.
Chi è colui che cammina? Ma sei sicuro di quel che troverai in fondo a quell'armadio tutto sporco di impronte di mani grasse e maldestre?

Non devo lasciare mai il pettine sul termosifone, la plastica si scioglie al caldo ed è pericoloso respirare la plastica sciolta nell'aria.
Potrei non pettinarmi più, d'altra parte a che servirebbe? Sistemarsi i capelli non è affatto un segnale del risveglio di un'anima apparentemente morta.
Sono un fantasma, torno una voce che gridava da lontano di una terra sconosciuta.

Li riconosci i miei amici? I nostri amici. 
No, conosco più nessuno, anche la tua famiglia mi è ignota.

Lì c'è la tua roba, cosa aspetti ad andartene. Hai detto che ti serviva per esplorare le viscere della terra. Calarti da buchi nella roccia per osservare i millenni scolpire le pareti della storia dell'universo, e provare a esistere in questo flusso indistinto e ignaro della tua miserrima esperienza.

Non dimenticare le tue insignificanti pantofole blu. Ed ogni tanto raccontami come ti senti. Avresti potuto tornare a cercarmi, ma hai preferito un silenzio senza coraggio.
Mi sono ri-appeso nel cielo come ad una corda su una parete del cielo armata per sostenere la mia incapacità di aggrapparmi ai gradini della scaletta verso la vita.
Non ho nulla da perdonarmi. L'estate fa caldo, ed io ho bisogno di finestre aperte anche di notte, magari per provare a tornare a casa. Magari per provare a telegrafare i miei sogni attraverso la fredda brezza che trapela dal regno dei chirotteri.

Te ne sei andata il giorno in cui non ho potuto più raccontare il mio pezzo di storia nel millenario percorso della storia.
E l'estate fa caldo, quindi ho deciso di buttare via le mie vecchie pantofole che non hanno lasciato alcun segno.
Indosso queste adesso, provando a percorrere tutte le superfici che mi sono state negate.

Riporta via tutto. Non eri tu quello che cancellava il futuro senza risparmiare il passato? Come il Grande Fratello che modificava la storia ad ogni evenienza, rimuovendo dal tempo assoluto persino i ricordi e i rimpianti? Non eri tu colui che recideva ogni speranza, ogni memoria, ogni volto riconosciuto ed ogni fotografia? Non eri tu a non voler trattenere nemmeno un respiro prima di un tuffo in un mare sconosciuto?

Come pensi di poter cancellare il cielo e i suoi magnifici abitanti?

Come pensi di poter stracciare via le parole perfette e il letto su cui hanno giaciuto?

Guarda bene, forse qualche orma c'è ancora nella tua casa, dovresti lavar bene.
Un giorno non spirerà del vento freddo olandese, misto a pioggerellina, nei pressi di una stazione. Sul vetro della vetrina i nostri contorni sono ancora tracciati mentre sfidavamo la furia dell'aria. Ma quel vento vince, il freddo vince, e le mie mani non sono più calde. E sanno più toccare il mondo nel buio per ricordarne i contorni.
Il vento vince, e cancella le orme. Queste pantofole non hanno nome.

Si, e grazie, per le ansie che hai tolto dai suoi occhi
 Pensavo che fossero lì per sempre e quindi io non ci ho neanche mai provato

lunedì 11 maggio 2015

Il Conto del veterinario

Comunque il tuo cane è anziano, stavolta è andata bene, ma tieni in conto che può andarsene da un momento all’altro.

 Anzi, dovresti tenere in conto che anche io potrei andarmene da un momento all’altro.

Ok. Anche tu potresti andartene da un momento all’altro.

As Alonso

Ora, se io andassi in giro a bordo di McLaren Honda capace di stritolarmi il cervello con una scarica elettrica da 600V, potrei anche io perdere la memoria per una settimana e ritrovarmi di colpo proiettato indietro di 20 anni.

 – Buongiorno Alcor, sei sveglio?

– E chi è Alcor?

– Sei tu.

– Come scusi? Dove mi trovo, chi siete voi?

– Stai tranquillo, va tutto bene.

– Dov’è Artù, il mio gatto? Che cosa è successo, e cosa sono tutti questi peli? Ma guarda… e qui? Che fine ha fatto il mio prepuzio???

– Cosa ricordi Alcor?

– Tra un mese devo cominciare il liceo, ho già cominciato a studiare latino, spero che non abbiano trovato i giornaletti porno che ho nello zaino. I miei amici hanno cominciato a fumare... Coglioni…. è già estate? Bene! Vado a vedere la costellazione dello Scorpione e voglio trovare anche M3 nel Bootes. Un giorno farò l’astronomo. Che bella quella camicia nera, anche io sono fascista,  lo sa? Metti un cd dei Queen, per piacere,  voglio sentire Radio Ga Ga.

– Hai altro da aggiungere alla tua giovinezza di merda, Alcor?

sabato 2 maggio 2015

Un apatico

Mercier uscì di casa perché non riusciva a dormire. Entrò nel nuovo bistrot nella piazzetta della cattedrale, e dalla popolazione che si palesò ai suoi occhi riuscì a comprendere quale sarebbe stato il destino di quel posto. 
La proprietaria gli venne incontro con rumorosissimi passi, e Mercier fece una smorfia di disappunto con il rintoccare di quei tacchi se sembravano volerlo assalire. Ordinò dello scotch e fissò per un attimo un tavolo poco più in fondo, dove un uomo molto alto e ben vestito stava urlando qualcosa ad una ragazzetta che a stento tratteneva le lacrime. In giro calò uno strano silenzio, e tutti parvero coinvolti nella lite tra i due, ma Mercier concentrò i suoi occhi sul suo bicchiere, e con la punta delle dite della mano destra spostava avanti e dietro un quadrato di cioccolato bianco.

La proprietaria rimbrottò qualcosa di riprovevole sull'uomo più in fondo, e in generale sembrava avercela con tutti i presenti di quella serata, per lo più ubriachi. Mercier distoglieva lo sguardo dal suo bicchiere ogni volta che la donna appuntava nei suoi discorsi un nuovo individuo; Mercier lo guardava un attimo, e poi rientrava sulla sua rigida posa.
La donna si fermò all'improvviso, e prese a fissarlo silente. Mercier s'accorse di quello sguardo dopo qualche minuto. S'accorse del suo sguardo languido, e del viso ammiccante. La donna tornò sul retro, e andando via sfiorò il braccio di Mercier che ancora reggeva il bicchiere vuoto. Lasciò la porta socchiusa, rivolgendogli un ultimo sguardo.
Mercier girò dietro il bancone e la raggiunse. La donna era piegata a sistemare dei barili di olio. Mercier le si avvicinò e la prese dai fianchi. La donna gemette, e tentò di baciarlo, ma Mercier allontanò la sua bocca, spingendola con forza contro un bancone. Le sollevò la gonna e la prese da dietro.
Fece presto.
Prese uno straccio e si ripulì le mani. Si sistemò i pantaloni e fece per allontanarsi.
- Ehi! Tu! - Gli urlò la donna.
Mercier si fermò davanti la porta, ma non si voltò a guardarla, ne sentiva lentamente allontanarsi le urla e le maledizioni. Poi uscì verso la notte.

La Luna illuminava il cielo ad est, a pochi centimetri dalla costellazione della Vergine. Mercier accusò un leggero brivido, poi proseguì il suo cammino alternando i propri passi sulla colorazione a scacchi delle chianche sul viottolo.
Pensò a sua madre, e al dolore che avrebbe provato nel ricevere la notizia. Pensò a quella vita che sfioriva come in preda ad un interminabile inverno. Pensò a quelle combinazioni cosmiche che tornavano a mescolarsi nel caos, alla chiamata di una nuova vita a cui non si sentiva pronto di garantire una rigenerata presenza.
Pensò a come sarebbe stata la sua morte, alla gente che avrebbe condizionato, agli eventi che avrebbe messo in moto. Pensò ai pochi giorni dall'imprecisato numero che lo avrebbero ancora visto sulla scena del mondo a recitare ruoli comprimari. Si ricordò di una donna amata anni addietro. Della debolezza con cui aveva avvilito col tempo quei giorni dal sapore dolce e ricco di speranza. Dell'abbandono lento cui s'era condannato non riuscendo a nutrire un senso alcuno ai suoi giorni, e a quella serenità così scomoda.
Da lì a poco quel ricordo si sarebbe affastellato ai tanti racconti incompiuti che hanno ricopiato nei secoli le bozze del mondo, avrebbe avuto volti di vite mai nate.
Ricordò la profondità di quei giorni che pure gli furono sottratti con violenza. Pensò che, in fondo, in quello stretto recinto in cui s'era confinata la sua possibilità di scegliere non provava alcuna paura.
Quando lei se ne andò Mercier pensava che avrebbe dovuto fermarla, che avrebbe dovuto riprendersela. Che avrebbe dovuto forzare lo scorrere inevitabile delle cose piegando la vita alla sua volontà.
Come l'uomo nel bistrot che urlava contro la ragazza, avrebbe dovuto imporre al suo stesso mondo delle regole rigide e dei contorni precisi.
Pensò che racchiudere quei sogni condivisi in un solitario epitaffio coi tempi al passato l'avrebbe assolto per l'eternità. Quell'eternità che stava per giungere a compimento di lì a breve.
Mercier osservò che in quel momento tutti i suoi dubbi stavano per disperdersi. Anche la Luna, apparentemente costante ed infinita, avrebbe fatto a meno di lui. Così nulla al mondo ne avrebbe mai reclamato la presenza o aborrito le intemperanze. 
Si sedette su un improvvisato giaciglio ai piedi di un pino avvolto nella notte. Respirò l'odore della pece che veniva rafforzato dal suono tenue del vento tra quei rami. Si sentì chiamare un'ultima volta.
Sapeva che il  momento stava per arrivare, ma non lo avrebbe mai afferrato fino in fondo. Si sentiva impotente, come tutte le volte che la vita gli era sfuggita di mano.
Ma in quel sibilo tra i rami ascoltò il canto della sua resa al tempo, e nella sua mente rivolse delle ultime parole a sua madre.
Le disse che non valeva la pena aspettarlo a pranzo. Le disse che aveva perso l'illusione di poter governare il vascello della sua propria esistenza, e che nell'inevitabilità del naufragio ogni condanna risultava inefficace.
Attese che quell'attimo anarchico lo cogliesse. Non aveva idea di quando avrebbe potuto coglierlo. Un'ora o un mese, che differenza avrebbe fatto?
Mercier lo attendeva, e si addormentò.
    

giovedì 23 aprile 2015

Che fai?

- Be' che hai?

- No, niente.

- Ma come niente? Stai lì, non dici niente, non bevi, hai la cenere della sigaretta tra le dita. Che hai?

- No, è che pensavo che...

- Che cosa pensavi, Alcor?

- Che noi, noi non stiamo poi così tanto bene insieme.

- E perchè?

- No... perché, insomma, non mi dici nulla di quello che fai, di ciò che ti succede. Mi accenni qualcosa che  poi dovrei ricordare come fossero cose complete? Ma chi sei tu?

- Ah, ti interessa quello che faccio, Alcor? E da quando?

- Da sempre. Mi interessa quello che fai, il tuo lavoro. Davvero. Dimmi ad esempio di quella nuova associazione di cui mi parli spesso, come si chiama....?

- Non è un'associazione, è team di lavoro.

- Ah, sì, il team di lavoro...

- Se ti interessa davvero quello che faccio, potresti anche chiedermi qualche volta come vanno le cose. Potresti farmi delle domande, darmi l'impressione che davvero vuoi sapere qualcosa. Invece no, niente, stai lì, col tuo sguardo fisso verso gli alberi. E non ti importa di nessuno, neanche di me. Ti preoccupi solo di te stesso.

- E invece no! Io voglio sapere tutto. Voglio che tu mi racconti spontaneamente, non voglio farti domande.

- Ma come faccio a raccontarti la mia vita se ogni volta che ci provo il tuo sguardo si piega verso il basso. Me ne accorgo quando non te ne frega niente, quando respingi le parole degli altri come se stessi passando uno straccio per levar via la polvere dalla tua concentrazione sui tuoi problemi.

- Ma no, io voglio sapere tutto, conoscere, esserci.

- Ah, tu vuoi sapere tutto, vuoi conoscere? Tu non vuoi sapere nulla, tu vuoi solo assicurarti che quello che faccio e che penso sia di tuo gradimento. Non ti interessa nulla delle mie cose.

- Cosa hai fatto oggi?

- Quanto sei indegno, davvero! E tu invece, perché tu non mi racconti mai nulla di te, delle tue cose, delle tue belle riunioni. Che cosa stai facendo della tua vita? Della nostra?

- Ma... veramente a me non capita nulla di importante, va sempre tutto in maniera uguale, non cambia niente, non succede niente... che cosa vuoi sapere?

- Ah, vuoi che io ti faccia domande, mentre tu vuoi ricevere confessioni spontanee? Ma non ti sei sempre rivolto in maniera scontrosa agli interrogativi? Non hai sempre detto che sembravano indagini inopportune, che sembravano "odiosi visti di conformità da parte di estranei", quelle domande sul "che hai fatto oggi", o "come è andata la tua giornata"? E tutte quelle volte che ci permettiamo di commentare, ci aggredisci facendoci credere un lusso l'aver appreso una qualunque notizia sul tuo conto, un lusso estremo che non può spingersi fino al commento per non eccedere nella grazia sociale di considerarti uno di noi...

- Va bene. Ho capito. Non mi importa nulla di quello che hai fatto oggi. Da me cosa vuoi?

- Che cosa c'è in quel tuo "niente"?

- Niente. Forse.

Riunioni

- Ma mi si nota di più se vengo e non prendo la parola, o se non vengo per niente?

- Tranquillo Alcor, l'hanno rinviata.

giovedì 16 aprile 2015

Il metalmeccanico neomelodico

Attraversavo una strada che un organo di governo di cui faccio parte ha dichiarato a traffico limitato durante il week end e durante l'estate.

Lo stesso organo di governo di cui faccio parte ha altresì stabilito che durante i giorni feriali il transito veicolare dovrà avvenire a velocità molto bassa per consentire, ad esempio, ai difensori della salute mentale pubblica come me, di litigare serenamente sui social mentre si attraversa la strada in questione, con la dovuta e sacrosanta distrazione da polemica, senza ritrovarsi falciato  via da una golf grigia con assetto ribassato e vetri oscurati.

E dopo essere stato graziato dal fato, mentre uscivo sconfitto dalla sfida immane di far comprendere a un grillino che l'avanzo di amministrazione in un comune non è propriamente un vanto, ho osservato il mio boia mancato al volante del suo veicolo. E l'ho sentito nitido e inconfondibile, così fermamente affogato nell'aria da scoraggiare l'effetto doppler: il neomelodico a palla.

E non ti ho odiato. Ti ho invidiato. Ho invidiato la tua battaglia personale sconosciuta che conduci dentro, perché qualunque sia la tua trincea, figliolo, è splendida. Per te non provo rispetto, provo infinito amore, perché rappresenti la meta ultima di libertà a cui ogni essere umano assennato dovrebbe tendere: il nulla.
Ho visto la tua busta paga da metalmeccanico, leggera e sicura nonostante la fiom, nonostante il jobs act.
Nella tua splendida spaccata automobilistica nel corso, sulle note di Gianni Celeste, ho visto lo stato intermedio che separa l'essere umano mediamente incasinato dal massimo dei possibili stati della libertà: il cane randagio che caca per strada.