giovedì 19 maggio 2011

La casa sul mare


I
Sedeva saldo, accostato a quella grande finestra serrata da tempo.
Il suo braccio destro giaceva grave sul freddo davanzale di marmo, immobile; il sinistro pendeva indifferente e le dita di quella mano tentennavano lentamente, ostentando un’opaca presenza di vita, quel che n’era rimasta e non accennava a distruggersi, perseguendo invano una secca e sconosciuta vendetta contro un rimorso amaro che lì lo aveva esiliato.
In un miserabile stato, che pochissimo sapeva d’umano.

I vetri luridi si rifiutavano ormai di riflettere l’impressione del suo viso, né permettevano allo sguardo di eludere il suo castigo, neanche per un istante. La luna del fresco cielo notturno non avrebbe mai avuto accesso in quella buia tana, per consolare chi si consumava in un letargo eterno.
Tutt’intorno aleggiava un’aria fosca, satura d’insopportabilità, di rassegnazione, di mestizia; il pendolo appeso alla parete ingiallita, che di là si confondeva alle sue spalle, non osava più cercare il coraggio per scandire gli attimi di un tempo defunto, relegato ai ricordi in cui tutto si era lì fossilizzato.
Tutto si sospendeva e forse la vita, dormiva, senza sognare, né reagire, e la notte avvolgeva la casa con straniera indifferenza e ripugnanza: le stelle non ardivano spiarla per non recarle offesa o disturbo. E il mare, che s’abbevera sazio e non pago delle intangibili lacrime che la reietta violenza scagliava disperse, riposava spesso quieto contemplando la noia che l’empio vento riusciva a sfiorare, per non carpire ancora dolore e angoscia.
Occhi sguainati dall’esistenza che non trovarono la via di riaversi al profumo del sole, non avevano incontrato ancora faccia a faccia il destino che leggesse loro la sentenza che avrebbe sancito la risolutiva condanna.

Ansimava. Il fiato singhiozzante non aveva più lacrime da disperdere alla mercé delle onde.
Espirava.
Confondendo al respiro un’enorme brama di liberazione da quell’affanno asfissiante, dal quale immaginava di separarsi piano, lungo piccoli passi di salvezza tracciati per lui dalla prudenza di essere, che l’avrebbero avvolto di pace, spogliandolo dalla carceriera memoria di uomo errante, adagiandosi nel breve ristoro della sua debolezza, pago dell’insulsa dimensione finalmente lambita.

Una meta silente ove l’ozio della ragione e dei sensi era bottino sopraffino ricchissimo, al riparo dal vento, il suo naufragio si sarebbe così tacitamente arenato, nella baia dove non albeggiava mai estate, dove la follia di petali secchi di una primavera remota non avrebbe sussurrato l’abbaglio dello strappo che lo spogliò della sua anima.
Poi inspirava. Tanto e tanto forte. Con furia. Con rabbia. Con realtà. Per assorbire in sé quella cappa di piombo che gravava minacciosa, immergendo sempre più in fondo ai suoi polmoni, alla sua milza la sua colpa, e l’atroce condanna di cui egli sempre volle recitare il copione del boia più spietato; ma… se l’umana viltà avesse fatto mai capolino sorretta dall’orgoglio, dalla dignità, dall’infernale sentirsi di sé, dagli inganni meschini di un mondo che aveva forgiato il male covandone il seme nel suo seno protetto, che l’avrebbe accompagnato verso un tramonto improvviso cui non sarebbe seguito alcun giorno bensì una notte che in un attimo avrebbe annerito d’ombre l’idea stessa del tempo impercettibile, che avrebbe cancellato tutto senza preservare la via da cui la vita sarebbe potuta tornare accanendosi nell’impedire ogni ritorno possibile, allora egli rigettava fuori dal respiro ogni cosa. Per poi ritornare al patibolo, quasi s’allontanasse da sé per essere parte del fumo ansante che divorava la sua insulsa presenza, che aveva per sempre escluso la vita dalla casa sul mare.

Nulla poteva racchiuderlo in categorie umane. Tranne quel trascendente castigo che s’era cucito addosso con le mura di quell’umida casa. Neanche l’ufficiale vessillo di una colpevolezza acclarata e pronunciata da un giudice. La colpa è pur sempre un abito sporco che tiene ancorati all’esistenza, è l’idea di una presenza dai precisi connotati scalfiti dai giorni vissuti.

Quella casa sul mare era tutto ciò che gli fosse rimasto dell’eco dei ricordi. Un tempo era stato un delizioso appoggio di fortuna per le vacanze, piccolo e scomodo, ma prezioso rifugio di pace, in un villaggio di pescatori che vivevano delle fecondità del mare.

2 commenti:


  1. Va da sè. Ma può sembrare strano a dirsi.

    Sono quasi certa che aprire la finestra fosse una buona idea. Notare che il mare non si vede più a causa di alcune costruzioni post moderne poco convincenti e molto funzionali. Con sollievo.

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