sabato 16 febbraio 2008

La scrivania


Da qualche giorno la voce nella segreteria era pressoché sempre la stessa,  era come se quell'aggeggio avesse rubato un'anima e se la fosse bevuta nei circuiti. L'immaginazione che associa un viso ad una parola aveva quasi rimosso un volto per associare quella cadenza e quelle tipiche espressioni ad una spia rossa ed intermittente. Sollecitazioni quasi del tutto sistematicamente ignorate. Dove stava? Come stava? Cosa faceva? Perché non chiamava? A che cosa serviva dar conto di tutto questo...  Se quella che ormai era diventata solo un led su una scatolina nera coi pulsanti grigi lo conosceva almeno un po', avrebbe già dovuto comprendere che la distanza non era un confine scavato dal rancore, ma un solco che si nutriva da sé, tra la piazza gremita e l'inquieto silenzio. Spiacente vocietta dispiaciuta e sempre più incalzante, ma non si torna indietro; un'onda del mare non rimetterà mai nello stesso antro la sabbia sollevata dall'impeto. Quando tutto si sconvolge e la verità appare più infame, sarebbe meglio intascare il biglietto di sola andata dell'ultimo treno, le ruspe sono pronte a demolire anche questa stazione nel deserto. Da qui puoi andartene, ma non sarà qui che farai ritorno.
Richiuse le imposte della finestra dando un' ultima occhiata alla tempesta che infuriava sballottando i pini del viale che opponevano un'elastica resistenza. Il pomeriggio si spegneva nelle fessure che ancora tradivano il bisogno di un fresco riposo degli occhi, e l'ombra delle incombenze e delle letture sparpagliate sulla scrivania si confondeva sulle pareti della sua stanza con il prolungarsi della sera che metteva a tacere i fatui richiami del senso del dovere.
Scomparivano i registri ancora da riempire di valutazioni ed impressioni tutte da inventare. Scomparivano in un angolo il telefono ed il computer, accanto ai libri. Scompariva un'agenda incostante, e scompariva  il calendario fitto di appunti e memorandum.  Voleva che fosse il mondo intero a scomparire, con le sue tenaglie che gli stavano stringendo i polsi e annerendo le dita, impedendogli di recuperarsi in quelle parole nelle quali aveva da qualche tempo ormai disperato di potersi riincontrare e riconoscere. Il vento ed il mondo impattavano violentemente alla sua porta, ma non era la serata adatta da sacrificare alla commiserazione verso i mendicanti e i giorni di pietà. C'era una gran confusione, le storie si erano tutte interrotte al terzo paragrafo, quello che preludeva all'azione. Ogni personaggio non viveva alcuna vicenda, era egli stesso un fatto, un caso. Come pareva morbido il suo lato oscuro quando nessuna lampada magica poteva contrastarne il profilo su quella tela mossa delicatamente da un finissimo frammento di esterno che straripava dall'argine della sua porta con le giunture arrugginite.
Poteva tranquillamente sentirsi estraneo alle fughe di rabbia nelle quali s'era abbandonato negli ultimi tempi. Quelle precedute da ampie e silenziose convulsioni della mente, dai rimbrotti delle falde sotterranee prima dell'agitazione superficiale di un monte irrequieto e fumante di polveri e lapilli.
Tra le carte e gli abbozzi sedimentati osservava con gli occhi non abbastanza desti una lettera non spedita. La busta recava l'indirizzo ed un nome. Non aveva scritto il mittente, quella lettera non sarebbe tornata indietro e chi l'aveva scritta forse non c'era più.
Non scorrevano le fantasie abbacinanti di un'innocenza curiosa verso il principio che muove le corde dell'abbandono ai riflussi della marea e al dondolare variopinto delle prime rose ai sussurri di maggio e ai profumi di pollini pigri che inseminano i giorni di sole e le notte d'un chiarore d'avorio. Quei timidi miracoli dell'ingegno che riconciliano il silenzio ad un tacito infondersi con le attese di una piccola mano dedita a scavare nel proprio sentimento la giusta parola che sappia cullarti la vita per qualche indimenticabile istante.
Tutto questo sembrava disperdersi. E la spia rossa tornava a singhiozzare in quella sera offuscata dal disinteresse. "Scusa se ti disturbo ancora, so che non puoi capirmi. Volevo dirti una cosa. Oggi pensavo che dei due manoscritti che mi hai mandato preferisco quello della bambina che muore in riva al mare, e lo sai perchè? Perché non hai saputo descriverla bene la morte, è troppo fredda. Ti sembra quasi del tutto indifferente, il fatto che le persone ci siano o non ci siano sembra che per te  sia quasi un dettaglio insignificante. All'inizio la storia del professore solitario l'avevo adorata perché mi aveva folgorato l'amore di cui sembri capace..." - Ma sono soltanto parole, pensava affranto lui, raccogliendosi i capelli dietro la nuca e tenendo stretta poi la chioma fra le dita. - "...E' così che sarebbe bello ricordarti, anche se penso che scrivevi soltanto per te stesso. Ciò che ammiro oggi, invece, è una storia che non mi parla, come non mi parli più neanche tu, e questo aiuta il distacco..."
Poteva bastare. Con una forbice recise il cavo
di quell'oggetto che teneva in vita il mondo esterno sulla sua scrivania. La storia a metà, abbandonata tra una calcolatrice ed una lattina di Coca-Cola vuota, era la storia di una donna triste alla ricerca di una libertà che la spaventava ed un dolore che le consentiva di sentirsi presente al mondo come un essere completo, pur nella rinuncia alla felicità.
Era lì che lo aspettava, come quel vento che bussava assillante alla sua finestra le cui imposte di legno divorate dai tarli e tinte d'un verdone salamastro ancora tenevano la morsa dell'invadenza lontana ed innocua. Gli occhiali scaraventati sul banco deformavano le parole che si rifrangevano sulle lenti e ne rendevano ancora più straniero il senso. Non si riconosceva in esse e nemmeno nel significato del dolore della donna che stava costruendo con le sue mani e con i suoi ricordi.
Non si sentiva in diritto di sancire il destino di una creatura di cui sapeva di non riuscire ad essere un padre sincero. Non c'era, non c'era più e quella lettera senza padrone forse non sarebbe mai più partita per coltivargli dentro un altro rimpianto bugiardo.
Vinto dal peso di una sonnolenza che gli sospendeva i giudizi e gli seccava la bocca, non accettava che quegli attimi potessero lasciarsi avvincere così impunemente. C'era del caffè ancora caldo nella caffettiera sui fornelli spenti. Riempì lentamente una tazza guardando al calendario sui cui sua madre appuntava le scandenze prossime e gli appuntamenti scaduti. Il mese era quello venturo, la vita correva più ansiosa della sua capacità di stanarla.
Uno spiffero d'aria poco più che effimero oltrepassò le inferriate per scuoterlo dalle caviglie alle palpebre, e la tazzina fumante non lambì mai le sue labbra, per scivolare alla flebile scossa, e frantumarsi sotto il suo sguardo impotente.

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