martedì 8 gennaio 2008

Il Barone Rampante


L'ennesimo dispetto, l'ennesima provocazione, l'ennesimo disturbare le corde tesissime e l'infinita tenzone che costringe ogni istante a fare a pugni con il facile risentimento che infesta il mondo dei normali. La finestra è aperta, supera la pioggia e il vuoto, infilza la nebbia che non si rimargina, ed il primo ramo è talmennte vicino che non occore un balzo, basta trattenere il respiro e si è già lì, in quella minima e invalicabile distanza. Dove non si dorme mai, e dove gli occhi non temono di affrancarsi un momento dai fanaloni della retorica. Un'unica verde macchia travalica tralicci e dogane, un'enorme babele che si compiace di drogarsi con gli sguardi che sanno catturare molto più del fiele di vocaboli ed orpelli linguistici di madre terra ignota. E l'uomo è sospeso, su cuscinetti di voci a cui potrebbe non prestare ascolto, e di cui non si cura affatto. Non guarda dall'alto della sua serpeggiante residenza che si permea nei più angusti valichi  e nei passi più smilzi che affabulano identità insensate e appartenenze meticce, dove svolazzano inganni e soprusi. Semplicemente non guarda e non canta, e non suggerisce, traduce a suo modo quel che il silenzio degli altri che ha qualcos'altro per lui da raccontare tra le righe bianche dei respiri intercalati tra spossati discorsi di chi non ha ben chiaro la ragion del suo ciarlare. E' facile, troppo facile stancarsi di tutto questo ciarpame che ingolfa le soffitte, gli scantinati, rende sorde le stanze e mute le fessure praticate sulle pareti esterne del grande MURO per scagliare le frecce e l'olio bollente addosso agli araldi della stupidità. No che non può esserci amore né perdono, nè fratellanza e rispetto, se non lassù, sulla cima d'un acero mirando attravero le guglie del nibbio. L'amico brigante è disteso ai rami inferiori, prima che venga sgozzato implorerà perché non gli sia offerta la cicuta, leggendo Platone e Parmenide, e sarà molto più ricco delle sue spassose scorribande.
Tra gli esiliati, si riconoscono falene notturne che gli avventati furtivi residenti del giorno non hanno mai per fortuna imbrattato con i loro respiri affannati di ingordigia affarista, e con l'invidia latente d'una libertà rinnegata sbarrata nelle retine e rifratta da vilipendi e insulti.
A lagnarsi di ogni cosa, ascolta ancor cos'hanno da insegnare i nembi ed i cirri che sfidano il tramonto rosso sulla tavolozza d'un grande ingegno che sa deliziare lo sguardo con poche forme e colori. Quelli che sanno stuzzicare un immenso più piccolo che alberga in chi sa  ascoltare. Viziato egoista. Pazzo e inconcludente. Quella goffa risata prima o poi esigerà il degno fio dalla sorte.
Ma che belle stelle ha la cintura d'Orione! Da quassù sembran zaffiri più puri perché l'aria è meglio considerata. Alnitak, perché mi osservi soltanto, con uno sguardo che è come una lama rovente che tenta invano di scardinarmi un orgoglio che non c'è, non facendo altro che far sanguinare un affetto vero e profondo? Parlami Alnitak... rispondimi... perchè non sai distinguere il volo di un aquilone impertinente da quello di un corvo?
Alnilam, non temere che la tua luce possa sembrarti meno azzurra di Sirio e di Rigel, m'hai spalancato gli occhi sul mio male, e non importa se non guarirò mai, almeno ne sarò cosciente...
Mintaka... Mintaka, perché mi ostino a crederti? Perché non riesco ad ingannarmi da solo senza ricorrere a fattucchiere trovate del bislacco intelletto? Mintaka io promisi che da quassù non sarei sceso, da questo albero che sospende dove non è transitata l'estate e non è mai piombato l'inverno, il cielo è una fragile porcellana dove anche una lacrima sa perforare la sfera di Tolomeo. C'è quasi da impazzire, un ragno sulla mia soffitta, non può essere che quello la macchiolina scura che ghermisce la mia anima. Non sarà la malattia a farmi scendere dove non saprei guadare i flutti e le pozzanghere delle folle anomiche che non sanno incontrarsi negli occhi. E prima della fine, prima che mi si tenti di strappare a questa estasi, per consentire al mio incerto ginocchio di dover sostenere un passo che nella terra non sa premere l'orma d'uno starnuto su scaglie di trucioli, attenderò la mongolfiera che sorvoli il salice grigio, inerpicato sulla fronda aggancerò quelle funi di disperate àncore senza pesi tese verso il nulla, e un sorriso dopo aver scavalcato il punto del mare ove è issata la vela dell'anima, ciao...

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