domenica 19 dicembre 2010

Immobilità - chapter 2


- Ah! Buonasera professor R., come mai da queste parti? - si fece avanti un vecchio dall’aria gracile e attenta, che sembrava conoscere davvero bene il professore, giacché quella sua piccola libreria era uno dei pochi luoghi che a questi non dispiacevano affatto.

Il professore difficilmente avrebbe definito amico quell’ometto, dal volto contrassegnato da un tempo che sembrava averlo incoraggiato a calcare affannosamente gli anni per raccogliere i frutti di quelle promesse ancora senza risposta. Sembrava non aver avuto tregue, ma anche di non essersi mai arreso; anziano e piegato, di certo era una di quelle poche persone che incontravano il professore con piacere, con cui talvolta aveva trascorso lunghi e piacevoli pomeriggi nella libreria. Dal suo canto, il libraio aveva da subito inteso che nell’austera figura dal fiero portamento, fosse celata una personalità del professor R. invverità sempre percepibile sul suo volto, ma che pochi riuscivano a cogliere, in quello sguardovgenuino e timido, diffidente per paura; i suoi occhi emanavano lo sfavillio di un bambino chevnon aveva mai conosciuto l’infanzia e che si era sforzato di cercarla in ogni momento, per poivriscoprirla ogni volta diversa.

Passava da quelle parti e vedendo la libreria ancora aperta aveva pensato di affacciarsi evsalutarlo. Caricava la sua voce di un senso di devozione, come sempre faceva nei confrontivdel vecchio, da qualche tempo relegato nella solitudine della sua attività, che questi rimasevcommosso al punto che, se anche il professore fosse andato via senza comprar niente, sarebbevstato in ogni modo contento per l’importanza che qualcuno finalmente sembravavriconoscergli.

- Ah! Se non fosse per quei pochi che sanno ancora come si sfogliano quattro pagine,vpotrebbero anche chiudere tutte le librerie e le biblioteche! Comincio a credere che oggigiorno non resti che la miseria per quelli come me... tutta colpa del... - mentre questi seguitava a parlare senza prendere fiato, professando una lunga serie d’invettive in un linguaggio quasi ancestrale, il professore gironzolava tra gli scaffali della libreria, che in verità, tra i suoi casellari annoverava più polvere che libri.

Seppure il suo studio fosse colmo quasi quanto quel mercato della cultura avrebbe dovuto essere, il professore indugiava ancora tra i titoli che vi erano esposti, annuendo ogni tanto con un incoraggiante sorriso verso l’anziano che proseguiva il suo monologo con vera passione, gesticolando e imprecando.

Ad un tratto, lo sguardo che per un po’ sembrava aver cercato senza sapere cosa esattamente volesse trovare, si arenò in un indeterminato istante su un volume dalla copertina azzurrina, e vi rimase ad esaminano rigirandolo tra le mai.
- Ehi figliolo, cosa hai trovato di tanto interessante? Eh, eh, possibile che ci sia ancora qualcosa qui dentro che tu non conosca già? Fa vedere. Come?! Non dirmi che non lo conosci! - Esclamò il buffo libraio sbalordito, mentre si avvicinava zoppicando appena, sotto il peso dell’esperienza. S’affrettò ad interrompere il suo sopraggiungere inveente prima che si evolvesse in un’interminabile recitazione di notizie circa quel libro. Restò per qualche minuto immobile con quel volume tra le mani, ne sfogliava avidamente alcune tra le prime pagine, ma dalla direzione lontana del suo sguardo, sembrava che stesse sfogliando l’agenda dei ricordi, che in un certo senso, la vista di quel titolo aveva destato da un sonno a lungo cercato.

Non ebbe il tempo di pensare, neanche in seguito, come mai quel volume l’avesse cosè stranamente colto, non trovava alcun nesso tra quel titolo e ciò che sembrava animarsi nel suo inconscio. Capitavano spesso quegli improvvisi scivoloni della mente in vie mai considerate, a causa della parziale inerzia nella quale i suoi pensieri preferivano scorrazzare senza logica, piuttosto che rassegnarsi all’inattesa e amara inoperosità di quell’età, matura benché ancora inconcludente.

Preso da quell’emozione, decise di riporre il libro al suo posto e di tornarsene subito a casa, per evitare che la sua mente approdasse laddove avrebbe volentieri posto confini invalicabili per la coscienza, temendo il riaffiorare di una memoria tutt’altro che dolce, che appesantisse oltremodo il senso della sconfitta, che in silenzio coagulava in fondo alla sua pallida parvenza d’impassibilità.

La valle giaceva totalmente coperta dall’oscuro abito di velluto che la sera aveva indossato, piccole luci tremavano in lontananza, come lucciole impaurite che avevano di colpo perduto la via in quel pozzo di tenebre; la fievole luce dei lampioni illuminava l’aria fitta d’umidità, accerchiando le lampade di un alone di bianco sbiadito, cosicché la via pareva costeggiata da una lunga fila di spettri che si dissolveva nel buio indistinto.

Un brivido strano lo scosse, come una fuga d’emotività che evadesse dalle rigide gabbie silenziose di quelle giornate che trascinava con sé, impedendo a qualsiasi rimpianto di riproporsi sulla scena del presente. Tante volte aveva temuto la minaccia di timidi ripensamenti che avrebbero potuto minare quell’artificioso equilibrio, ma il tempo, la consuetudine e l’indifferenza riuscirono ad isolare i suoi timori. Adesso però, come blocchi ghiacciati che emergono dalle acque allo sgretolarsi della banchisa, quei pensieri stavano tornando a galla di prepotenza. La sua esistenza, ormai, aveva perso del tutto quel gusto d’imprevedibilità, tanto che sarebbe stato vulnerabile a qualsiasi insolito capovolgersi di circostanze; i suoi attimi si susseguivano sempre identici come freddi binari di un treno immersi in un soffio di tedio dal quale cercavano tregua, senza voltarsi, ad occhi chiusi, senza scopo, senza un forse.

C’erano stati giorni, dove l’abitudine era solamente la cornice esile di un dipinto del quale avrebbe chissà quanto voluto essere sia l’artista sia il soggetto ritratto; i temi che vi raffigurava, erano trame intrecciate tra loro, da cui talvolta spiccava qualcuna che s’allontanava, per rintanarsi in un angolo in basso, dove l’artista avrebbe posto la sua firma, il sigillo che racchiude nelle forme a lui più gradite, sentimenti ed anime senza voce. Nulla lo spingeva laggiù, anzi spesso, un ricamo d’armoniose tinte celesti scendeva, forse per sollevano e trascinarlo via, ma non poteva vincere quei toni scuri che allora s’incupivano ancora, occludendo ogni volta quella speranza.

Una schiena ricurva, rannicchiata su se stessa, abbandonata in un angolo di un’enorme scatola, vuota, dimentica, e le pupille rivolte laddove era quanto lui disertava.
Ciononostante, in un tempo o nell’altro ancora, anche per lui poteva esserci stato altro, oltre l’illusione, e quel libro n’aveva ridestato il gemito sepolto, in fondo al ruscello mite dei ricordi, ed una nostalgia diversa prese a comprimergli il fiato. Forse, proprio per questo adesso si trovava in città, conduceva una vita regolare scandita come dai battiti di un orologio il cui pendolo oscillava nel vuoto, per non badare a quella notte priva di luna che s’addensava nel suo intimo.

All’improvviso, qualcosa interruppe la sua assenza, un lampo di realtà lo rapì per un momento inconsapevole e popolò i suoi visionari pensieri di nuove presenze, che quel corpo senza coscienza incontrava lungo il cammino.

Un’auto di piccole dimensioni procedeva lentamente verso di lui, pareva che avesse bisogno d’aiuto, tuttavia, scosso com’era, il professore sembrò ignorare in un primo momento l’automobile che s’avvicinava, poi attese che questa si facesse più prossima. Prima che il mezzo si fosse fermato, riuscì a distinguere una donna alla guida; probabilmente estranea a quei luoghi.


[to be continued...]

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