giovedì 24 gennaio 2013

Out Out

Le ultime cose che ho scritto fanno davvero pena, a parte l'avvincente episodio di una sega giustiziera della notte.
Occorre chiedersi se non sia necessario provare a scrivere qualcosa di diverso da una pippa sul perchè si scrive o non si scrive. A ben vedere sto per impipparmi anche adesso.

Ma  io ho cominciato a scrivere in una fase di risorgimento la bellezza di 6 anni fa, con alterne fortune. E per me ha rappresentato tanto, forse tutto. E non tutte quelle cagate da centrometristi della crisi esistenziale, o del sottoprodotto grafomane dell'astinenza da svuotamento della sacca scrotale. A tratti questa dimensione ha assunto contorni che hanno fagocitato tutte le altre vie di espressione normali per un umano medio di caratura insignificante.
Ma quando ad un certo punto ti pettini come alcor, ti vesti come alcor, magni come alcor, pisci come alcor, rispondi male alla gente come alcor, ti imputtani la vita al solo scopo di poter esaltare il tutto con quattro mirabolanti frasi su un blog disabitato, la cosa comincia a scadere nel patologico.

E lo è stato, patologico. Il bilancio di questo pasticciaccio nel suo periodo di massimo splendore nel recinto limitato di una community di provenienza (splinder), son stati il prosciugamento dei miei risparmi, la presa di coscienza che fare il ricercatore sarebbe stato l'equivalente di un'evirazione, tre o quattro fellatio guadagnate, l'illusine di poter apparire interessante, una temporanea via d'uscita dall'onicofagia alternata al fumo intensivo, ed infine mi ci son anche fidanzato grazie a 'sto blog del cazzo.

Poi il vuoto più vuoto e la necessità di sloggiare e ricominciare. Un bisogno sempre vivo ma mai assecondato nelle giuste dimensione.
Capita anche di beccare saltuariamente qualche frequentatore di quella sporca dozzina che ha prese parte a quella terapia di gruppo mascherata da estro e creatività, e una sorta di depressione latente è il minimo comune multiplo che si percepisce da una breve analisi del precipitato di queste vite che procedono senza contatti.
"Ma scrivete, cribbio, scrivete", suggerisco loro, spiegando le ragioni di uno sport liberatorio da assumere come terapia di convalescenza permanente dopo l'urto di una guerra quotidiana. La verità è che sono un bugiardo malefico, perchè sono io a ad aver bisogno di loro.
Il bisogno di ricostruire un presepe dove la storia si ferma, e far rinascere gesù bambino all'infinito, e mantenere gli attori nella stessa posizione a prosueguire i loro racconti, talvolta così ben scritti, senza fine. A scavare goliardicamente e sarcastcamente 'sto pozzo becero che è l'animo umano alla ricerca di non si sa che cosa. Il tutto nella semplicità di un fine a se stesso.

Perchè è da questo confronto permamente che mi son nutrito e mi sono ononisticamente dato un tono  con il quale riuscire aa riconoscermi. E nella lunga e lenta fase di autodistruzione incerta che permea l'esistenza, rinascere in una forma propria e autonoma ha rappresentato un fittizia ma divertente salvezza.
E vai così: pettinarsi come alcor, vestirsi come alcor, magnre come alcor, pisciare come alcor, rispondere male alla gente come alcor. Esserlo senza alcuna distinzione.

E se la didascalia sul copione mi suggersice di non nutrire alcuna speranza sulla qualità dell'umanità, ecco, lo registro senza colpo ferire.

E chi se ne frega del pubblico. La benzina non è mai stata il consenso di cui pure ho ampiamente goduto, no, il carburante è stata la compulsiva lettura di quanto producevano queste anime disperse nella lora naturalezza, nella loro così splendida insostenibilità del crescere.

Che quattro o cinque cazzatelle per un volumetto ci starebbero anche bene, ma questa indolenza a rifiutarsi di completare il giro è proprio disarmante. E ad un certo punto, quando si hanno trenta anni suonati, diventa una sorta di baluardo identitario e incorruttibile.

- Preferisci il mare o la montagna, Alcor?

- Mah, non so né nuotare né sciare...

- I boschi allora...

- Meglio il salotto.

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