lunedì 22 giugno 2009

Ebben? Ne andò lontano







"Fumo un'altra sigaretta, perché è facile buttarsi via. Respiro e scrivo. Tutto quello che mi manca è un'assurda specie di preghiera, che sembra quasi amore... "

La pioggia leviga gli argini dei confini tra i luoghi che popolano il mantello dell'esperienza. Come una deriva al contrario di tutti i continenti che regrediscono nella pangea dell'unicità dell'essere.  Colui che dà forma alla vita filtrando i respiri ed i pugni del mondo, nella recondita gemmazione di impermeabili squame ad ogni indesiderata simbiosi, ad ogni sbadato stupro della propria eleganza incorso erroneamente durante l'infantile ratto della propria dignità.
Tornando ad essere misura e giudice scelto dal prato madido in cui raccogliere la cotta coriacea esposta ad asciugare durante un temporale.

La pioggia invisibile che si sospende nell'aria all'altezza delle labbra e della fronte non tocca le orme ed ha la stessa ingiustizia di uno starnuto contrito e di un'ansiogena attesa sospinta oltre l'orlo di una discarica abusiva.
Avevamo imparato dalla pioggia a cadere, e dallo scirocco a rialzarci. E dal vento, che decreta la dislocazione della polvere nello spazio, quale fosse la giusta collocazione delle cose.

C'era quella stessa pioggia, e indossavo gli stessi occhiali.
Sarà l'ultima notte in questo letto.
L'ultima nel volto che mi riconosco oggi. Il volto che strisciando la barba sulla delicata pelle salvava una lacrima dal confondersi in una goccia di pioggia che ne avrebbe sminuito il carico.
Il volto tratteggiato dalle traccie di quanti vi hanno posto un firma, o staccato qualche calcinaccio. Il muschio che vi aveva appeso il riscatto di voglio bruciate.

Mia nonna mi attendeva in fondo a quelle scale dietro il portone sul suolo bagnato dalla pioggia.
Ed è così che finalmente me ne vado.

Sembra che non me ne fotti nulla. Non ho l'ansia dell'ultimo giorno. Ho cancellato l'ultimo giorno per aspettare direttamente lo sconto al varco della dogana. Non ho nulla che possa rischiare di dimenticare, nulla che possa rivendicare il diritto di rappresentare un ponte di rimpianto tra questa culla e quel cielo.

Forse abbandono soltanto il rabbocco delle sensazione dal mondo esterno alla mia cisterna. Un pieno che non trasuda pensieri o fa trasparire segni di ammanco.
Arriverà un giorno in cui riuscirò di nuovo a parlare, a scrivere, ad ascoltare.

Troppe parole sbagliate, troppe. Foss'anche il rigurgito di difese estradate dalla propria paura. La comprensione è emozionale, la pazienza è illuministica.
E se i ricordi son tanti, nessun rimpianto.

Un tale espansione mi ha consentito di trattenere in me ogni cosa, al punto da non rilasciare neanche la possibilità di un'appendice di rimorso in coloro che mi hanno lasciato andare.
Per un'unità faticosa e fallace, per un pigrizia acerba che affetta il mio movimento del dare. Per quell'egoismo non ipocrita che è soltanto il tenore più sincero di ogni mio dono.
Che non si svende.

"...splendi sole, da far male.  Ho già fatto le valigie, ma rimango ad aspettare. "

Dalla mia prospettiva condita dal fumo, osservo il panorama più vasto che mi ha cantato la vita. Quello dal quale ho raccontato i miei moti a qualcuno via via più distante, agganciandone la voce  alla stiva dei miei desideri, e vedendone i passi raggiungermi al di là dei contorni del mare lontano.

L'eredità del silenzio è quella intrusione di sconoscenza che spezza gli sguardi di esseri paralleli naturalmente viventi per ammirarsi e tenersi.
Lo splendore che ha illuminato la breve e invalicabile distanza.

Eppure, in questa dubbiosa arsura che ha prosciugato ogni arco teso all'incontro, permane il sovrastante disegno del cielo.
Il cielo che non cambia mai. Che cambia poco, e lentamente.

E se questo mio cielo persisterà a quanto vivrò, io ne resterò dentro, silenzioso e vivo.
Intorno a me, nessuno. E furono soltanto fruscii di nuvole lontane.
Soltanto fiordalisi.

"...tutto il bene che so dare,  come il sasso e la fontana,  si consuma, si consuma."

1 commento:

  1. ARCHIVIO DELLA DISLOCAZIONE

    L’archivio della dislocazione documenta il trasferimento continuo di sé.

    Ad ognuno dei partecipanti al progetto è richiesto di realizzare fotografie di sé nel contesto di panorami più o meno noti, esibendo nella mano la cartolina del proprio luogo di provenienza.

    ES PRODUZIONI 2009

    http://dislocazione.altervista.org

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