venerdì 8 febbraio 2008

In memoria Caligulae


Sono tre giorni ormai che se n’è andato. Di colpo, dopo aver visto il corpo morto di Drusilla, sua sorella ed amante. Prima di sapere che c’è la morte tutto sembra credibile, ora non resta che questo futile potere smisurato e ridicolo. Cesonia che ami Caligola, il mondo sorrideva al tuo amato attraverso i denti di Drusilla. Quando Caligola poggiava la mano sul corpo di un’altra donna, tutto il rimpianto della sua carne gli saliva alle labbra, e quando qualcuna si appoggiava alla sua spalla, l’avrebbe uccisa senza concederle un sorriso per punirla d’aver tentato d’imitare una tenerezza che non apparteneva ad altri che a lei.
Ha emesso un gèmito ed è fuggito via senza voltarsi. Se non torna lo sostituiremo, non sono certo gli imperatori che ci mancano, sono gli uomini che mancano. Mostro, Caligola, per aver troppo amato. Come si può continuare a vivere con le mani vuote quando prima stringevano tutta la speranza del mondo? Fare un contratto con la solitudine? Darsi delle ragioni, scegliersi un’esistenza tranquilla, consolarsi. Non è per Caligola…


Eravamo preoccupati per te, Cesare. "E con che diritto lo eravate?"
Ci sono da sistemare certi problemi che riguardano le finanze pubbliche, il Tesoro.
… il Tesoro è fondamentale, la vita umana non lo è. Ho deciso di esser logico. Tutti i sudditi devono diseredare i propri figli e fare testamento a favore dello stato. A seconda delle necessità metteremo a morte questa gente seguendo l’ordine di una lista a caso. La prima parola per salutare il ritorno di Caligola è stata: Tesoro. Avete fatto una scelta, e si gioca con le vostre carte, pagherete cara questa logica.
Sento crescere dentro delle presenze senza nome, segnate da volti orribili di una volontà disumana. Non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte, perché in quel momento tutto gli è indifferente tranne il colpo di spada che farà scivolare via il suo sangue. E Caligola renderà la libertà al suo popolo di schiavi singhiozzanti. Tutti condannati alla morte e alla libertà.


Caligola ha preso le nostre mogli e trucidato i nostri figli senza ragione. Attraverso Caligola, per la prima volta nella storia, la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza. Lui fa ciò che sogna di fare. Lui trasforma la sua filosofia in cadaveri. Voi dite che è un anarchico. Lui crede di essere un artista. Ma in fondo non c’è differenza. Le vostre ipocrisie e le vostre viltà mi danno maggiore protezione. Finché Caligola è vivo, si è alla completa mercé del caso e dell’assurdo, cioè della poesia.
Un’esecuzione mi attende, ma prima devo mangiare. Rufo è il cavaliere che oggi deve morire… Non mi chiedete perché? Bene, state diventando intelligenti, avete capito che non c’è motivo per vivere o morire. Sono sicuro che quel Rufo non apprezza questo piccolo rinvio. Eppure qualche istante strappato alla morte ha un valore inestimabile, è il lento gustare della vera libertà. Non guardarmi così, Muzio, anche se ho appena finito di divertirmi con tua moglie. Domani siano chiusi i granai, ci sarà carestia. Ci sarà flagello, è qui il potere. Si è sempre liberi a spese di qualcuno. La gelosia è davvero brutta, soffrire per vanità e fantasia. Vedere la propria donna che spalanca le gambe per ricevere un altro nel proprio ventre. Mescolare l’amore a questi miseri giochi di mucosa.



Tu che cosa bevi, Mereia? Una medicina per l’asma? Menzogna… è un antidoto contro il veleno. Tu temi che Caligola ti possa avvelenare. Mi sospetti, mi spii. Credi che io voglia avvelenarti e fai il possibile per opporti a questa volontà. Doppio delitto, perché se Caligola non volesse ucciderti, tu lo sospetti ingiustamente, il tuo imperatore… oppure volevo davvero ucciderti, e tu, lurido insetto, ti opponi al mio disegno. Ma se mi attribuisci la volontà e ti opponi, sei un coraggioso rivoluzionario contro il fato infame e il destino assurdo, e questo è bello: morire da vero uomo, per aver tentato di mutare il corso inesorabile dell’ingiustizia.



Giovane poeta, Caligola ti ha portato via tuo padre. Che cuore fetido deve avere! Quanto lo deve torturare quest’odio e questo male! E come deve essere immonda la sua solitudine…
Tu la conosci la solitudine? Quella dei poeti e degli impotenti… Mai si è soli. Dovunque ci portiamo dentro il peso del passato e del futuro, di tutti coloro che abbiamo ucciso, dei rimpianti, il male di coloro che amavano e non abbiamo amato di rimando, il peso del desiderio, del disincanto, della dolcezza e delle puttane, e la sorda banda degli dèi. Se solo si potesse godere di una solitudine vera, non infestata di fantasmi, la solitudine fatta di silenzio e tremore degli alberi ove lasciar sentire l’ebbrezza del cuore. La solitudine risuona di denti che stridono, di lamenti perduti. Se esiste una fuga da questo orrido silenzio? Il disprezzo.



Caligola, troppi morti, la vita si va sguarnendo, non esiste potenza senza incontrollata sottomissione al proprio destino profondo. Bisogna essere logici fino in fondo. Ho cancellato gli dèi dal cielo. Ho dimostrato che si può essere effimeri quanto loro, ogni uomo può esercitare il loro ridicolo mestiere. Un mio tragico respiro investe i timori e le vite di migliaia di uomini che hanno la debolezza di affidarsi agli dèi.



Volete uccidermi, lo so. Per ritornare nella sicurezza e nel calore dei caldi letti nei quali consumare le vostre insensate esistenze. Non siete in grado di vivere in un mondo nel quale la più folle fantasia può introdursi nella realtà in un attimo, come una lama nel cuore. Tutti voi desiderate la morte di qualcuno, o la donna di qualcun altro, ma siete vili nella vostra sicurezza senza potere. Libertà e logica piegate alla pace e ad una felicità monca. Ma siete tutti colpevoli.
In questa mano Caligola regge la prova della congiura dei traditori e dei colpevoli che cospirano la morte del loro imperatore e dio. Non c’è bisogno di prove per mettere a morte un uomo, ecco che queste carte siano bruciate. E voi tutti diventate innocenti del vostro tradimento. Congiurati, come siete belli ora che siete innocenti. Neanche gli dèi possono rendere l’innocenza senza punire. Ammirate la potenza rivoluzionari di Caligola!



Caligola ha mal di stomaco, ha vomitato sangue stanotte. "Giove, prendi la mia vita per la sua!"



Grazie Cassio, non merito tanto amore. Non ne sono degno. Addio, amico, ricorda che Caligola ti ha dato il suo cuore. È bello vivere. Ammirare le vergini in riva al  mare coperte di veli trasparenti cinte di mimose. La senti la bellezza della vita nel cielo fresco e vibrante, Cassio?  Mettetelo a morte, a che gli serve la sua vita? Se ci avesse tenuto davvero non se la sarebbe giocata così inutilmente… Quando si perde si deve pagare.



Sei rimasta tu sola accanto a Caligola, dolce Cesonia. Alla follia del tuo amato hai sacrificato i tuoi giorni e stai invecchiando. Non varrebbe la pena che anche l’ultimo testimone sparisse? Amare qualcuno vuol dire accettare d’invecchiare con esso. Caligola non è capace di un tale amore. Esiste un male maggiore: accorgersi che anche il dolore per la scomparsa di chi ami passa col tempo, non ha più senso. Non resta neanche l’ombra dolorosa di un amore spezzato, né la dolcezza di una malinconia. Io vivo, io uccido, esercito il potere delirante del distruttore, al confronto del quale il potere del creatore non è che una pallida imitazione. È tempo che cali il sipario su di te che dici di amarmi, inutilmente.  Anche tu eri colpevole, Cesonia cara.



Anche tu sei colpevole Caligola, ma ti capiranno mai? No, loro non capiscono, loro giudicano senza capire ascoltare, nemmeno un pallido e sfuggevole sentire. Ed anche tu, ti giudichi. Come ti ammiro per questo potere di giudicare! Hai ritrovato il vuoto nel quale l’anima si placa. Sei l’imperatore, ma sei anche niente. Sei un tronco vuoto e cavo, senza cuore, un vuoto malefico dove si agitano le ombre e le passioni. Potresti essere tenero, Caligola, ma non c’è niente che vada bene in questo mondo, eppure, ti basterebbe l’impossibile che hai cercato a braccia distese sino ai confini del mondo.



Tendo le mani e non incontro che te, sempre te, come uno sputo sul mio viso. Te, nel chiarore splendido e dolce delle stelle. Te, che sei come una ferita che vorrei strapparmi di dosso con le unghie perché il sangue infetto possa sgorgare con la vita a fiumi. Dove posso trovare tanta tenerezza da soddisfare la mia sete? È pesante questa notte come il male, ed il dolore umano.





Costruito intorno a: A. Camus, Caligola, 1944
.


martedì 5 febbraio 2008

Suggerimenti per la politica immigratoria

Nativi vs Immigrati/terroni





Con la splendida collaborazione di Peter Gabriel che ha firmato la colonna sonora di questo piccolo massacro. Se solo Calderoli avesse un minimo della classe di Bill il Macellaio, mi sentirei un po' meno incline ad andarmene definitivamente ai Five Points...

lunedì 4 febbraio 2008

Guarda Emily che gioca...








Ogni volta che mi addormento il pomeriggio mi sveglio sempre con il mal di testa e con un latente sostrato di sonno che mi impedisce di adempiere al meglio le rituali gesta con cui è sancito ormai che debba compiersi il giorno. Perché bisogna sempre adempiere le scritture. E su un registro  c'è scritto che devo fare determinate cose entro un determinato tempo, altrimenti il sinedrio e gli anziani non mi fanno arrivare a trentatre anni. Nessun Barabba si propone per uno scambio di incombenze e responsabilità? Nemmeno un Cireneo che mi dia una mano lungo la scalata al colle ventoso? Vabbè finiamola con la metafora blasfema, non vorrei dare adito a tutti coloro che mi accusano di superbia e boriosità.
Ieri mattina derogavo all'adempimento dei precetti della mia apocrifa esistenza, e appoggiavo il tallone delle mie lucidissime scarpe nere alla parete di un grande palazzo settecentesco che faceva ombra su una miriade di pargoletti mascherati intenti ad perfectum gaudium.
Ammiravo il folto addensarsi di quell'indistinto sciame di homini sapiens chiamato società. Giovani coppie alla maldestra ricerca della prole istantaneamente smarrita mentre ci si era voltati un secondo a salutare quell'altra coppia che invece la prole la regge al guinzaglio. Teneri fanciulli imbacuccati da pagliacci o fatine, e la lacrima disegnata sulla guancia che non è solo un trucco a matita, che sognavano invece di scorrazzare disordinati per la piazza travestiti da qualche violento guerriero dalle mani grondanti di sangue. Entrare per un attimo nei panni della propria innocente fantasia, dove follia e spontaneità si intersecano e si abbracciano. Nella parata di angosciate porcellane di buona famiglia io vedo gli anarchici e i ribelli a cui servirà solo pompare la giusta dose di autocoscienza. Ovviamente la vita di ognuno sperimenta tangenti che non si identificano in un genere specifico. La giovane coppia che mi ha messo al mondo apparteneva alla schiera di quelle che mettevano il guinzaglio alla prole, ed esibiva il proprio prodotto infagottato da gentile imbecille, mentre costui nella sua mente covava di essere Jack lo Squartatore. Soprattutto quando in tenera età rimasi estremamente affascinato dal XXVIII canto dell'Inferno e dalla pena riservata al seminatore di discordia Bertram dal Bornio.
Mentre ogni tanto mi distraevo dal rimirar il social consesso, perché i filantropi avventori sociali che mi accompagnavano mi richiamavano ai loro monotoni argomenti, una giovane coppia che frequentavo è subentrata nel mio campo visivo. Il papà portava in braccio un bimbo di neanche due anni. Per diverse ragioni senza importanza non ho più contatti con queste persone. Fino a qualche mese fa’ quel bambino però lo prendevo in braccio, lo coccolavo, ci giocavo così come adoro confrontarmi con la sincerità di chi non capisce un tubo di quello che dico, e che mi risponde sempre e solo ridendo. L’inconsapevolezza, che è la massima delle libertà e la più avvilente delle catene. A volte quel piccolo mi era sembrato l’unico essere umano che era riuscito a darmi un’identità, ogni volta che mi vedeva batteva le mani, era la prima lezione che gli stavo impartendo per farne un buon militante prima ancor che sempre azzurra non potesse essere più la sua età. Lo guardavo ieri da lontano,  camminava, ha imparato bene e si confondeva tra le gambe dei giganti. Avrà rimosso ormai il mio volto dalla sua flebilissima memoria; un giorno diventerà un ragazzo ed io avrò i capelli completamente bianchi e gli occhi indeboliti.
Gli parleranno di me, gli racconteranno la storia di uno spregevole bastardo. E mi guarderà torvo mentre io attraverserò la strada oppure mi rinverrà nel sinedrio della sua piccola ridicola realtà. Realtà così prona nel dispensare giudizi senza appello e senza disporsi ad ascoltare, in nome di superstizioni morali corrotte dal non esser capaci di guardare oltre la sterpaglia che cinge il proprio orticello coltivato a cavolfiori e ignoranza. Ma questa per me sarebbe una sconfitta atroce, perché vorrà dire che non me ne sarei andato. O peggio ancora, che sarei potuto essere tornato. Qui forse, non ci tornerei nemmeno a morire. Vorrei non avere alcun luogo da ergere a tomba del passato e del futuro.
La persona a cui il piccolo si rivolgeva battendo le manine, è morta già.
L’Emilio di Rousseau, un giovane che doveva forgiarsi
e educarsi nell’amor proprio, e nella purezza di una vita senza contaminazioni sociali che trasformano l’individualità e l’originalità in egoismo e paura. Finché sei innocente, Emily, giocare e non pensare è gratis.



Emily prova ma non capisce
Ha spesso la tendenza a farsi prestare
I sogni di qualcun'altro fino all'indomani
Non c'è un altro giorno
Proviamo in un altro modo
Libererai la tua mente e giocherai
Giochi gratis oggi
Guarda Emily che gioca
Poco dopo che si è fatto buio Emily piange
Guarda fissa attraverso gli alberi, afflitta
Quasi non emette un suono fino all'indomani
Indossa un vestito che tocca terra
Galleggia su un fiume
Per sempre
Emily, Emily

Syd Barrett, See Emily Play, 1967
Pink Floyd - Relics


sabato 2 febbraio 2008

To be or not...? Hotly not.


Dubita che le stelle siano fuoco, dubita che il sole si muova, dubita che la verità sia mentitrice, ma non dubitare mai... È una bella prigione, il mondo. I commedianti non son capaci di tener segreti, dicono tutto. Questa è follia, se pure c'è del nesso. Ci son più cose in cielo e in terra, che non sogni la filosofia.
I giorni che si dipingono dell'ozio che divora e restringe le maglie della gabbia non dovrebbero conoscere l'alba. Reietti nella tetra notte senza sogni e senza risvegli, senza tumulti o brevi spazi di cielo squarciato dal quale trafugare frammenti della volta serafica per lenire le turgide ginocchia rapprese dalla stritolata menzogna di dover respirare, camminare, assorbire gli odori e osservarsi far questo impotentemente.
Parlami di te... Io non so, né voglio raccontarmi.
Se è lo specchio a voltarmi le spalle, io mi rifletto in chi legge. Non si è né buoni né cattivi come non si è tante altre cose ancora. La bontà è la luce che a sprazzi e ad istanti illumina l'oscuro animo umano. Occorre la fiaccola bruciante per accendere la luce e l'essere pensante a quella luce può poi scegliere la direzione per muoversi nell'oscurità. Si può perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo è l'importante. Quando la luce ritorna non mi sorprendo. Ci soffierei su per spegnerla prima, visto ch'io non ne ho bisogno. Basta conservare il proposito, cioè la direzione, nel lato oscuro. Una corona che sappia tracciare i contorni della luce del sole, necessita di un'eclisse totale. Che si spenga il giorno... che bruci la notte di un falso crupuscolo e di un ermetico rotolare di passi verso la stazione. Torna indietro, zoppo robivecchi, il treno non ha ancora fischiato. Il sole sorge dove tu non guardi.

Chi indovina tutte le citazioni?

venerdì 1 febbraio 2008

Berlusconi redux !?


Le barruffe chiozzotte di questi cialtroni mi hanno stremato. Non ce la faccio più... non so nemmeno se avrò la forza di tornare a fare i girotondi col grande NANNI. Non ho voglia di fare campagna elettorale, perché questo vorrà inevitabilmente dire che dovrò molto spesso metter via la maschera dell'inutile grafomane fine a se stesso, sublimando la mia soglia di indifferenza, e "scendere in campo".
Che scatole... non si vive mai una primavera tranquilla...
Confidando nelle doti da negoziatore filibustiere del Presidente Sindacalista Marsicano, sapremo presto se la scheda elettorale potrà essere una valida alternativa all'attrezzatura per l'igiene personale "posteriore" (ndr, carta igienica: c'è gente in giro che non coglie al volo le metafore). Attenti quando nella cabina elettorale procederete a celebrare il rito di consacrazione della classe dirigente nella maniera che merita. Perché l'inchiostro con cui vengono stampati i simboli lascia macchie ed aloni sgradevoli. Non vorreste mica ritrovarvi con uno scudo crociato, oppure con una fiamma, una foglia di marijuana verde, o peggio ancora, con una Forza Italia tatuata sul deretano? Magari un bel ramoscello d'ulivo... Se vinceremo, e a me sognare piace un sacco, mi farò tatuare il simbolo del Partito Democratico sulla natica sinistra. Perché sappiate che uno spettro si aggira ancora per l'Europa, non si tingerà i capelli rossi, ma gli insegnamenti dell'uomo di Treviri non si confutano, quello spettro sono io.

Ricordo un'immagine per me sacra, ricordo di battaglie e speranze... Era la primavera del 2006, e tutti coltivavamo un unico auspicio.


PER NON DIMENTICARE



 

mercoledì 30 gennaio 2008

Una maschera bianca

Quel tardo pomeriggio era piombato nella sua vita come un indigesto polpettone che mediante frequenti conati singhiozzanti, segnalava la propria tenace resistenza alla bile e agli acidi duodenali, nonostante fosse stato trangugiato diverso tempo addietro, e nonostante i diversi forsennati tentativi di liberarsene.
Sedeva al suo consueto tavolino all’angolo della vetrata del Caffè, sorseggiava una tazza contenente una dolciastra miscela liquida a base di Cointreau, Baileys e Zabov, ben riscaldata, mentre con la mano sinistra reggeva il suo giornale che copriva un biglietto recante queste parole: “Quando ti rivolgi alle persone con saccenza, in maniera presuntuosa e tronfio del tuo sapere scompari...non esisti più. Non è di alcun valore lo sfoggio che tu fai di te stesso...non ti fa una persona migliore, umanamente parlando. Non hai la capacità di rapportarti al normale e questo è francamente molto triste. Che tu ti sia costruito il personaggio di colui che ha grandi contenuti è comprensibile, e in fondo è anche vero... ma che tu tramite questo personaggio bistratti gli altri, con parole sulle quali dovresti riflettere, è francamente inaccettabile.” Un biglietto che teneva ben saldo come un asso di cuori da calare alla puntata decisiva, ed i suoi semoventi occhi sorridevano dietro le lenti scure.
Attendeva, come sempre gli accadeva di fare, dacché coltivava il vizio di precedere i  suoi appuntamenti. Tutto intorno un pullulare di zanzare disgustose che reggevano bicchierini adornati di ridicoli ombrellini e cannucce, ridendo, schiamazzando, sorridendo placidamente al lerciume esistenziale, ragliando.
Scomodamente appoggiato alla sua poltroncina pensava alla compagna di viaggio che lo aveva lasciato con quella piccola missiva, fattagli recapitare un giorno lontano nella sua camera d’albergo, insieme ad un sacchetto in cellulosa gialla contenente le spoglie di un mazzo di fiori tritato dalla rabbia insieme con la cordiale frasetta di scuse, corredata dalla canonica istanza di perdono, ed in allegato, le solite ipocrite promesse di una vita migliore, di un rapporto più equilibrato, con la patetica declamazione di impegnarsi a rimuovere la propria impazienza congenita. 
Da quel giorno visse ogni esperienza ed ogni incontro come l'albero di una zattera senza né poppa né prua, vacillando alla marea degli entusiasmi, sforzando di farsi assalire da una candida accondiscendenza verso tutti, elargendo sorrisi come il benefattore di orfanelli abbandonati al destino, a cui però non  riusciva di tendere la mano sfilandosi il rigido guanto di pelle. Parlava senza guardare negli occhi.
Quel pomeriggio era un atto di cortesia previsto dalla sua cura riabilitativa trascinatasi stancamente nel tempo dopo l’epifanica autocoscienza sulla sua primordiale sociopatia. Era stato lui a cercare colei che si stava sfilando l’impermeabile bianco di fronte a lui. L’aveva conosciuta qualche tempo prima durante una ricerca agli archivi, quel giorno lei inforcava lenti riposanti con una montatura rosa. Normali frequentazioni che in poco tempo avevano messo a nudo le debolezze di entrambi ed un fuoco di paglia affettivo che lei aveva poi lasciato estinguere lentamente, senza ragione, senza notificargli alcun avviso di sfratto dal novero dei contatti rilevanti. Lui era sempre stato tutt’altro che invulnerabile e lei lo aveva piegato brevemente a parafulmine delle sue burrasche emotive. L’affetto che cede troppo frettolosamente il passo alla fiducia e alla faciloneria, per provare a gettar via definitivamente la maschera bianca e farsi accarezzare da quelle parole cariche di sensuale trasporto, riconoscendone il reale tepore, non aveva fatto altro che spogliare la sua schiena dinanzi alla frusta. L’aveva richiamata per chiederle semplicemente come stava, nella agognata signorilità che intendeva sottendere ad ogni suo gesto. E lei si era lasciata nuovamente avvolgere dal suo abbraccio, chiedendogli di stringerlo, mentre ancora finiva di piangere lacrime calde da quel suo occhio annerito dagli ultimi pugni presi dalla vita. E lui aveva acconsentito a cingerla.
Ora lui sorseggiava piano il suo dolce intruglio e la ascoltava parlare. Ascoltava i suoi progetti e le sue ansie, le sue difficoltà e la sua voglia di riscatto sbandierata in aria con una gestualità degna di una pala eolica a Trieste. Ed una frase intercalava i suoi discorsi pronunciati con verbi in tempo futuro ed in prima persona plurale, la frase “ti voglio bene”. Lui assorbiva in silenzio mentre le disgustose zanzare non erano più solo un ronzio fastidioso. La sua mente rimbombava di quel ti voglio bene, di quel “faremo”, “andremo”, “vedremo”…rimbombava di quella semplicistica capacità di girare pagina e dare tutto per scontato, vanificando in un attimo tutta la sozzura che lui aveva dovuto mandar giù per accettare di essere stato trattato come un viscido fazzoletto usato. E lei piano piano lo ergeva ad eroe e salvatore di un’esistenza scomposta e squallida, lei così convinta finalmente di farsi afferrare dalle sue braccia per sempre, così decisa e convinta a farsi sollevare dai sentimenti del costui silenzioso e dallo sguardo celato dalle lenti scure, costruiva intorno a quell’immagine di loro due la sua speranza di riscatto, e tenero giaciglio per le sue ferite.
La mente di lui rimbombava, e intorno alle zanzare una feccia idea si spacciava per felicità e speranza. E sentiva premere un sangue ribollente dalle cicatrici inferte dalla frusta sulla sua pallida schiena. L’ultima speranza di lei e l’ultima umiliazione di lui.
Mentre lei quasi piangeva nel tratteggiare le emozioni della loro comune rivincita contro la vita, cominciava a piovere forte e le zanzare si moltiplicavano rubandogli l’aria e abusando del suo respiro. Allargò il nodo della sua cravatta per lasciar riempire la laringe nella lurida caccia all’ossigeno intentata contro i vermi. Lasciò che il giornale si abbandonasse sul tavolo e vuotò la tazza leccandone l’orlo cremoso. Lei aveva completato il suo monologo incessante e gli allungava le dita elemosinando il suo amore e le sue parole. Lui s’alzò e la circondò coi suoi passi fermandosi alle sue spalle. Posò le sue mani ai lati del suo innocente collo e prese a farle un’impercettibile massaggio con i palmi e i pollici. Lei dondolava lievemente e dolcemente palpitava a quei docili sussulti. Sospirando. Mentre lui guardava fuori la pioggia diventare sempre più intensa. Guardava il ribrezzo verso tutti i pidocchi che lo circondavano nella calca del locale, e a cui doveva l’asfissia delle narici ed il sudore alla schiena. Ne sentiva l’odore e ne odiava l’esistenza. Ciarlare e gracchiare sul niente che riempiva le loro deplorevoli insensate vite. Li avrebbe presi uno per uno per la gola e schiantati contro un muro senza alcuna ragione tranne che per la loro stessa colpa di essere. Mentre la figura tra le sue mani sospirava e gemeva. Lei provò a poggiare le sue mani su quelle di lui per trascinarle in basso, farlo chinare e strappargli un bacio. Ma la morsa di lui si faceva più stretta intorno al suo collo ed il volto di lei si atterriva di un atroce presentimento. Lui si chinò sul quel viso agghiacciato, ne sentiva il freddo profumo, e baciandola intensamente dietro l’orecchio, abbandonò la presa, la testa e la vita di lei sussurrandole adagio: “fottiti…”.
Raccolse il cappotto e si avviò verso l’uscita. Un sorridente giovanotto lo raggiunse chiedendogli il pagamento del conto. Offre la signora - rispose lui senza curarsi di nulla. Mente cominciava a bagnarsi sotto la pioggia ripose i suoi grossi occhiali scuri nella debita custodia e stringeva il biglietto mai lasciato tra le dita. Rileggeva quelle parole come una sentenza, uno specchio ed una maschera di  cui non si sarebbe mai potuto privare del tutto. Una ragazza lì vicino riconobbe in quell’alto signore vestito di nero, e senza ombrello, l’attore che la sera prima aveva applaudito in teatro. Lo avvicinò con discrezione e riverenza chiedendogli se avesse bisogno di un riparo. Lui piegò il suo sguardo sulla creatura che gli rivolgeva la parola, la guardò con sdegno e commiserazione. No – rispose, e sputando in terra a pochi centimetri dagli stivali di lei, si allontanava sollevando il bavero del suo cappotto e lasciandosi alle spalle minuscoli pezzettini di carta di un vecchio biglietto. Non sarebbe guarito, la partita era persa, un asso di cuori non l’avrebbe salvato.

lunedì 28 gennaio 2008

Volevo fare il pilota di Formula 1



(ad un'estetista mancata, che resta pur sempre un'esteta del linguaggio pulp-aulico...)


Primo giorno di un nuovo, ulteriore, incarico lavorativo.

Alcor: Buongiorno avrei bisogno di parlare con il Preside...

Tizio intento a sbrodolare la colazione giocando a FreeCell al pc: Buongiono, perché deve parlare col Preside?

Alcor: Perché mi hanno inviato qui dalla sede centrale, e vorrei sapere di cosa esattamente dovrei occuparmi... nonché avrei bisogno di qualche firma sui verbali di presenza...

Tizio: il Preside non c'è oggi...

Alcor: Ed il prof. X?

Tizio: No, non c'è...

Alcor: ...Ed il prof. Y??

Tizio: è fuori tutta la settimana...

Alcor: ... ED IL PROF. Z???

Tizio: ...leggo proprio in questo momento che ha spostato il giorno del ricevimento da oggi a domani mattina...

Alcor: ... quindi ho fatto un viaggio a vuoto e non posso fare niente (tra me e me, ad alta voce...). Ok, a domani... Gentilissimo, arrivederci (ricomincia da capo il gioco, fesso, è tutto sballato...).

Vediamo un po'... mattinata persa per soli 10 min. utili a comprendere che a causa del lunedì fascista di questa gentaglia, io non posso effettuare le mie 6 ore di lavoro programmate. Ciò è un problema perché la scaletta è rigidissima e devo raggiungere il monte ore entro la data prestabilita dal mio succulento contratto... allorché, poco male. Io ci ho messo impegno, onestà, rottura di scatole nell'educare la mia sveglia anarchica, benzina, usura pneumatici, usura nervosa al traffico, le goccette di profumo in più che mi dedico solo quando mi reco al lavoro o ad appuntamenti di  notevole interesse empirico... Ergo, sul mio registro le 6 ore risulteranno ugualmente. Solo che, legalmente e paradossalmente, il perseguibile disonesto risulterei essere io, mentre i provoloni latitanti sono gli intoccabili verginelli della società attuale. Ma poichè Io sono il signore dio mio, e non avrò altro dio all'infuori di me, me ne frego altamente...

Ma quello che mi frulla dentr' a' capa durante l'adirato sorpasso sulla superstrada, è altro... lo so che la psichedelia congenita non si addice a chi gioca tra la vita e la morte al volante di un bolide, tra cordoli, chicane, paraboliche, e fermate ai box per urinare... però, è uno dei pochi sport dove gareggi seduto e dimagrisci stando fermo, scegli le donne come se stessi scegliendo i pneumatici, e ti infilano soldi in tasca con il bocchettone del carburante che ha mezzo metro di diametro! E poi diventi amico a Briatore, vuoi mettere? A che ti serve più un curriculum di 5 pagine che quando lo presenti si annoiano pure a leggerlo? Una volta ad uno dei colloqui di lavoro della mia immatura giovinezza, anziché chiedermi curiosità o dettagli sulle pubblicazioni, si sono limitati al quesito fondamentale: "Lei è fidanzato?" Allorché io risposi alla donna di mezz'età che mi esaminava: "Perché me lo chiede? Vuole esercitare mobbing nei miei confronti? E me lo dice così? Ma poi non c'è gusto...". Una risposta che certamente non mi ha consentito di farmi offrire un caffè dalla responsabile delle Human Resources. Ma tanto, è il prezzo da pagare per mantenere alta la bandiera del mio pupo, pupo io, pupo lei, pupi tutti, ma dei pupi ne parliamo un'altra volta...
Se quella volta da bambino non avessi fatto quel testacoda col go-kart falciandomi quasi il piede sinistro, probabilmente adesso anziché prestare attenzione al prezzo del greggio e della benzina, starei a dilapidarla gironzolando intorno ad un circuito, fregandomene del fatto che c'è gente che per riscaldarsi usa vecchie stufe a legna perché non può permettersi il kerosene... Avrei una scuderia di Lamborghini nel mio garage largo un ettaro, e perderei ore intere per scegliere con quale cazzo di macchina uscire, facendo spazientire la pupa viziata di turno; mentre adesso il rottame familiare compie il suo dovere con rapidità e scaltrezza, e gli interni sono abbastanza accoglienti nonostante l'approssimarsi inevitabile ed ineludibile dello sfasciacarrozze.
Me ne andrei a Montecarlo per non pagare le tasse, (vabbè ora torna Tremonti, e il problema lo risolvi ugualmente), e guarderei il mare da uno yacht... mi giro intorno, non ci sono fumi e montagne ai bordi del golfo però. C'è una barca che procede piano, è D'Alema... che faccio, lo sparo? No meglio di no, non sono mica Vittorio Emanuele che la faccio franca come niente fosse, e poi chiedo pure il riborso spese allo Stato perché i miei antenati hanno rotto il cazzo per un secolo svendendo il risorgimento ad un cornuto pelato ex socialista e che si muoveva sul balcone di Piazza Venezia come il pupazzetto della Duracell...
Non sono queste le barche che mi farebbero sentir vivo per oltre un'oretta...  Come quando ti appoggi al parapetto di un terrazzo e scorgi un mare stupendo che però non è quello che ti ha sussurrato la cera del vento mentre imparavi a parlare e a muovere i primi passi, e perdevi il primo dentino. Ti sembra di guardare un dipinto, ma tu non ci sei dentro fino in fondo, non ti hanno ritratto lì, puoi solo amarlo da lontano, pur avendolo stampato nello sguardo. Il tuo mare lo vivi dentro, sbuffa s'acciglia e si distende nell'eco dei ricordi, della nostalgia e di un quieto silenzio di un rosso tramonto sul profilo della tua casa che guarda ad est, dove sorge il Sole.