Certe volte sembra che manchi tutto il mondo.
giovedì 7 maggio 2009
martedì 5 maggio 2009
Il conto al tavolino
"Ogni sera vado a letto e penso a quello che ho fatto durante il giorno, e poi mi addormento."
Ora, se io ho provassi a fare davvero questa pratica delittuosa, stasera uscirebbe qualcosa di questo tipo:
Ore 7.00 - suona la sveglia. Ore 7.01 - prima infrazione: bestemmia. Perché tutto questo? Perché dormito male, come al solito.
Ore 7.03 - comincia a squillare il telefono, le ragioni sono le più disparate, le più insulse, le più intollerabili.
Indecente routine fatta di colazione e colluttorio.
Lavoro in proprio fino alle 9.30. Consegna delle cartelle commissionatemi. Esco.
Ore 9.32 - Ennesima contravvenzione al "vietato fumare" della mia lercia esistenza.
Prosieguo di indecente routine: barbiere, rassegna stampa, commissioni.
Ore 13.30 - rientro a casa: trovo il macello.
Il resto della giornata: fare un migliaio di cose con quel macello che nitrisce nel mio cervello.
Giungere alle 2.28 e pensare all'ennesimo giorno trascorso a perdere tempo nell'inutile intento filantropico.
Ad aver fatto discorsi vuoti e ripetitivi ad una piccola porzione di umanità.
A non aver portato a casa nemmeno un contributo utile alla pensione.
Ai 5 caffè, alle 3,00 euro di parcheggio, ai 2 baci ricevuti.
Al rimugino continuo. Alla coscienza pulita, ma con la sensazione di vedervi sopra i tratti salienti delle rinunce e delle ribellioni, come la Sindone.
Alle incomprensioni che non si decristallizzano.
Al perché non ci si vuole comprendere.
Agli errori.
All'inconscio malefico che giace in fondo al desiderio di odiare e farsi odiare.
Alla ricerca della maniera giusta per saper prendere le cose della vita:
In culo.
Ora, se io ho provassi a fare davvero questa pratica delittuosa, stasera uscirebbe qualcosa di questo tipo:
Ore 7.00 - suona la sveglia. Ore 7.01 - prima infrazione: bestemmia. Perché tutto questo? Perché dormito male, come al solito.
Ore 7.03 - comincia a squillare il telefono, le ragioni sono le più disparate, le più insulse, le più intollerabili.
Indecente routine fatta di colazione e colluttorio.
Lavoro in proprio fino alle 9.30. Consegna delle cartelle commissionatemi. Esco.
Ore 9.32 - Ennesima contravvenzione al "vietato fumare" della mia lercia esistenza.
Prosieguo di indecente routine: barbiere, rassegna stampa, commissioni.
Ore 13.30 - rientro a casa: trovo il macello.
Il resto della giornata: fare un migliaio di cose con quel macello che nitrisce nel mio cervello.
Giungere alle 2.28 e pensare all'ennesimo giorno trascorso a perdere tempo nell'inutile intento filantropico.
Ad aver fatto discorsi vuoti e ripetitivi ad una piccola porzione di umanità.
A non aver portato a casa nemmeno un contributo utile alla pensione.
Ai 5 caffè, alle 3,00 euro di parcheggio, ai 2 baci ricevuti.
Al rimugino continuo. Alla coscienza pulita, ma con la sensazione di vedervi sopra i tratti salienti delle rinunce e delle ribellioni, come la Sindone.
Alle incomprensioni che non si decristallizzano.
Al perché non ci si vuole comprendere.
Agli errori.
All'inconscio malefico che giace in fondo al desiderio di odiare e farsi odiare.
Alla ricerca della maniera giusta per saper prendere le cose della vita:
In culo.
domenica 3 maggio 2009
Confidential
La diversità del genere umano dal resto del creato si spiega a partire dalla capacità di inganno. Del resto il vizio di incaponirsi ad imitare la genesi è una scelta rispettabile.
Ci si stiracchia con piacevole comodità in un mondo artificiale nel quale è superfluo inventarsi formule di mediazione con l'altrui cervello.
Si risparmiano utili joule da spendere altrove come bonus, e si sviluppa una discreta creatività che rende bastardamente brillanti.
Avere il mondo esterno sotto il proprio illusorio controllo implica sapere scegliere le giuste dosi di sincerità e menzogna, da somministrare mediante quelle fionde sorridenti capaci di mantenere quei poveri sfigati nella opportuna distanza.
Ignorando il lavoro che si consumava dietro le quinte di quella buffa mascherata che si replicava ogni momento, percorreva quella strada alla famelica ricerca di ragioni e spiegazioni.
Come se la risoluzione dei suoi crucci risiedesse nella esplicazione chiara dei risvolti inespressi del capovolto percorso della sua quietata speranza.
Senza tenere in debito conto il freddo che inevitabilmente si intrufola nelle carni stirate dal gioco languido dell'abitudine e dalla prevedibilità di ogni incontro, scandagliava la riversa luna specchiata nei fondali del pozzo che gli si era aperto in gola.
Non era capace di piangere, ma era ancora capace di radersi il volto chiaro ogni mattina, con la stessa meccanica precisione.
Intatto era ogni ricordo appeso al muro; ed ogni esca era ancora appesa all'amo delle sue aspettative, benchè la lenza della sua volontà fosse stata già unilateralmente recisa.
Tuttavia non poteva darsi pace. Aveva necessità di sapere le ragioni di quella repentina e scomodissima solitudine piombatagli in testa come una violenta bastonata ai danni di un distratto.
Suonò a quel campanello ed una voce di donna precedette le braccia che sincronicamente splancavano le verdi imposte che piombavano sulla disordinata cucina.
Lì si accomodò, avido di rastrellare le confidenze di quella donna sorridente, con i capelli sporchi, distolta dalle rammendanti faccende in linea con le sue confuse usanze.
Lo sguardo dispersivo di lei si accompagnava ai suoi gesti con cui mimava la necessità che egli si rassegnasse. Quella donna rappresentava l'unico ponte possibile tra quel disgraziato elemosinante ed il ripristino di un recinto entro il quale lui aveva stabilizzato il suo sordido sguazzare.
Aveva provato in tutte le maniere a forzare la mano con colei che lo aveva rimosso dalla propria sorte con vigorosa ed indecifrabile prontezza.
Non poteva avvicinarsi all'oggetto del suo tormento. A quell'essere che era fuoriuscito lasciando un vuoto contorno alla piacevolezza con cui riusciva ad approdare dalla condivisione regolare di quelle canoniche situazioni.
E quella donna che le offriva del té era la sua unica fonte di dati, in virtù dei quali scegliere l'indirizzo della sua bramosia.
Plasticamente la donna indicava quale via d'uscita a quella folle speranza di ritorno. Sorrideva mentre parlava allo sventurato di momenti di lontananza, di recupero di autostima, di rifugio nell'orgoglio, nella saggezza di riuscire a camminare con le proprie gambe.
Gli somministrava un inutile farmaco, inefficace per chi non era nelle condizioni di sapersi guadagnare la felicità attraverso le proprie uniche mani.
La donna sorridendo disponibile provò a spiegargli la complessità dell'universo femminile, guarnendo i discorsi con i solidi suggerimenti su cui poter magari posare barlumi effimeri di speranza. Non mancando, in verità, di biasimare il disperato per i suoi eccessi.
Così, tra uno schiaffo ed una carezza materna, da amica sincera, lo calmò invitandolo a recuperare nelle proprie redini il corso della sua vita.
Come una lenta separazione, lui doveva lentamente accettare la sua solitudine, e fare tesoro dei suoi risvolti, magari provando un minimo ad indurire le palle.
E lei, la donna maestra, gli tese la mano. Poteva sfogarsi ed aprirsi con lui ogni volta che avesse sentito la necessità di chiarire qualsiasi dubbio, oppure semplicemente per trovare una compagnia di conversazione che amichevolmente lo aiutasse nella tortuosa risalita verso il recupero di se stesso.
La magnanimità e la saggezza di lei, lo rincuorarono.
Deluso dall'impossibilità di ritrovare quanto aveva perduto, almeno si lasciò avvincere dalla consolazione e dalla fiducia che in quella donna poteva riporre.
Era convinto che in ogni momento costei sarebbe stata un argine a cui fare riferimento per mantenere in vita un lumicino di gioia.
Lasciò quella casa, con un mezzo sorriso.
Non appena il fesso andò via, la donna non perse tempo e chiamò la sua fidata compagna, colei che popolava le turbe del giovane disperato.
- Se ne è appena andato, è stato qui un paio d'ore a confessarsi. Sta ai piedi di Cristo, poveraccio...
- E tu?
- Ed io per colpa tua ho dovuto tenerlo qua a piangere per tutto questo tempo. È pesante, è insopportabile, non lo voglio più soffrire! Che cosa vuoi che importi a me di quel povero idiota senza palle?
Ci si stiracchia con piacevole comodità in un mondo artificiale nel quale è superfluo inventarsi formule di mediazione con l'altrui cervello.
Si risparmiano utili joule da spendere altrove come bonus, e si sviluppa una discreta creatività che rende bastardamente brillanti.
Avere il mondo esterno sotto il proprio illusorio controllo implica sapere scegliere le giuste dosi di sincerità e menzogna, da somministrare mediante quelle fionde sorridenti capaci di mantenere quei poveri sfigati nella opportuna distanza.
Ignorando il lavoro che si consumava dietro le quinte di quella buffa mascherata che si replicava ogni momento, percorreva quella strada alla famelica ricerca di ragioni e spiegazioni.
Come se la risoluzione dei suoi crucci risiedesse nella esplicazione chiara dei risvolti inespressi del capovolto percorso della sua quietata speranza.
Senza tenere in debito conto il freddo che inevitabilmente si intrufola nelle carni stirate dal gioco languido dell'abitudine e dalla prevedibilità di ogni incontro, scandagliava la riversa luna specchiata nei fondali del pozzo che gli si era aperto in gola.
Non era capace di piangere, ma era ancora capace di radersi il volto chiaro ogni mattina, con la stessa meccanica precisione.
Intatto era ogni ricordo appeso al muro; ed ogni esca era ancora appesa all'amo delle sue aspettative, benchè la lenza della sua volontà fosse stata già unilateralmente recisa.
Tuttavia non poteva darsi pace. Aveva necessità di sapere le ragioni di quella repentina e scomodissima solitudine piombatagli in testa come una violenta bastonata ai danni di un distratto.
Suonò a quel campanello ed una voce di donna precedette le braccia che sincronicamente splancavano le verdi imposte che piombavano sulla disordinata cucina.
Lì si accomodò, avido di rastrellare le confidenze di quella donna sorridente, con i capelli sporchi, distolta dalle rammendanti faccende in linea con le sue confuse usanze.
Lo sguardo dispersivo di lei si accompagnava ai suoi gesti con cui mimava la necessità che egli si rassegnasse. Quella donna rappresentava l'unico ponte possibile tra quel disgraziato elemosinante ed il ripristino di un recinto entro il quale lui aveva stabilizzato il suo sordido sguazzare.
Aveva provato in tutte le maniere a forzare la mano con colei che lo aveva rimosso dalla propria sorte con vigorosa ed indecifrabile prontezza.
Non poteva avvicinarsi all'oggetto del suo tormento. A quell'essere che era fuoriuscito lasciando un vuoto contorno alla piacevolezza con cui riusciva ad approdare dalla condivisione regolare di quelle canoniche situazioni.
E quella donna che le offriva del té era la sua unica fonte di dati, in virtù dei quali scegliere l'indirizzo della sua bramosia.
Plasticamente la donna indicava quale via d'uscita a quella folle speranza di ritorno. Sorrideva mentre parlava allo sventurato di momenti di lontananza, di recupero di autostima, di rifugio nell'orgoglio, nella saggezza di riuscire a camminare con le proprie gambe.
Gli somministrava un inutile farmaco, inefficace per chi non era nelle condizioni di sapersi guadagnare la felicità attraverso le proprie uniche mani.
La donna sorridendo disponibile provò a spiegargli la complessità dell'universo femminile, guarnendo i discorsi con i solidi suggerimenti su cui poter magari posare barlumi effimeri di speranza. Non mancando, in verità, di biasimare il disperato per i suoi eccessi.
Così, tra uno schiaffo ed una carezza materna, da amica sincera, lo calmò invitandolo a recuperare nelle proprie redini il corso della sua vita.
Come una lenta separazione, lui doveva lentamente accettare la sua solitudine, e fare tesoro dei suoi risvolti, magari provando un minimo ad indurire le palle.
E lei, la donna maestra, gli tese la mano. Poteva sfogarsi ed aprirsi con lui ogni volta che avesse sentito la necessità di chiarire qualsiasi dubbio, oppure semplicemente per trovare una compagnia di conversazione che amichevolmente lo aiutasse nella tortuosa risalita verso il recupero di se stesso.
La magnanimità e la saggezza di lei, lo rincuorarono.
Deluso dall'impossibilità di ritrovare quanto aveva perduto, almeno si lasciò avvincere dalla consolazione e dalla fiducia che in quella donna poteva riporre.
Era convinto che in ogni momento costei sarebbe stata un argine a cui fare riferimento per mantenere in vita un lumicino di gioia.
Lasciò quella casa, con un mezzo sorriso.
Non appena il fesso andò via, la donna non perse tempo e chiamò la sua fidata compagna, colei che popolava le turbe del giovane disperato.
- Se ne è appena andato, è stato qui un paio d'ore a confessarsi. Sta ai piedi di Cristo, poveraccio...
- E tu?
- Ed io per colpa tua ho dovuto tenerlo qua a piangere per tutto questo tempo. È pesante, è insopportabile, non lo voglio più soffrire! Che cosa vuoi che importi a me di quel povero idiota senza palle?
venerdì 1 maggio 2009
Atom Heart Alcor
Se fossi un cigno, me ne andrei.
Se fossi un treno, sarei in ritardo.
E se fossi un brav'uomo,
parlerei con te
più spesso di quanto faccio.
Se dormissi, potrei sognare.
Se avessi paura, potrei nascondermi.
Se impazzisco, per favore, non ficcatemi
I vostri cavi nel cervello.
Se fossi la luna, sarei freddo.
Se comandassi, vi sottometterei.
Se fossi un brav'uomo, capirei
Le distanze tra gli amici.
Se fossi solo, piangerei.
E se fossi con te sarei a casa, all'asciutto.
E se impazzisco,
Mi farete ancora partecipare al gioco?
Se fossi un cigno, me ne sarei andato.
Se fossi un treno, sarei di nuovo in ritardo.
E se fossi un brav'uomo,
parlerei con te
più spesso di quanto faccio.
Se fossi un treno, sarei di nuovo in ritardo.
E se fossi un brav'uomo,
parlerei con te
più spesso di quanto faccio.
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umano poco umano
martedì 28 aprile 2009
Senza trolley
Si discuteva di argomenti fighi.
Così sosteneva una persona che mi era apparsa inspiegabilmente vicina ed affine. Raramente ti capita davanti qualcuno che è capace di darti risposte a pensieri ancora inespressi.
Si stava facendo tardi, e si stava deragliando nei notturni sproloqui gonfiati dagli sbadigli, da quelle fauci spalancate dalla consapevolezza che non avrei dormito.
Con tre ore di sonno esposte sulle ciglia sfaticate, vengo richiamato alla vita dai passi disponibili e rassegnati di mio padre.
Piove. Bestemmio.
La pioggia si aggiunge ai tanti mugugni che sento vibrare nell'aria che separa il cranio di mio padre dal mio. Magari lui non stava pensando ad un cazzo niente, se non all'alzataccia che gli ho imposto. Magari avverto nella sua bocca semichiusa mugugni che avrei benissimo espresso da parte mia.
Me ne fotto, e procedo.
E lui mi guarda, seduto accanto a me, per nulla distratto dall'affanno con cui le spazzole dei tergicristalli stentano a drenare la sconcertante bizzaria del clima.
Un punto interrogativo promana dai suoi occhi. Non parla per via della tensione che giorno dopo giorno ho sciaguratamente interposto tra me e i miei fortuiti congiunti.
Me lo chiedeva con sospettoso ritegno, con delicato fastidio: "Ma che cazzo ci vai a fare a Bologna ogni mese?"
E lo servo subito, senza che il suo dubbio avesse avuto il tempo di tradursi in un quesito. "Vado a trovare un caro amico."
Si è sentito raccontare questa cazzata ogni volta. Troppe volte, ed ho l'impressione che abbia finto di credermi per pietà. La qual cosa mi irrita parecchio.
Odio le domande proprio perché non vorrei mai trovarmi esposto al rischio di dover mentire.
Tuttavia, riprendendo il discorso figo che avevo elaborato qualche ora prima: esploro, come sempre, la natura dei miei atti. So che in una partita con la verità il pareggio sono in grado di poterlo strappare, occorre un concetto che sembrerebbe improprio se espresso da me: l'umiltà.
Non è a mio padre che racconto cazzate, e le sue espressioni non convinte sono solo uno specchio. Tuttavia, fatti i dovuti conti con la verità, non mi impressiono e mi addentro nei miei propositi.
Viaggiare con un'unica borsetta, senza la necessità di recarsi dietro la carta igienica, è edificante. Eppure la mia soddisfazione di essere riuscito a concentrare l'essenziale in un'unica borsa viene aggredita dalla sirena del controllo di sicurezza che, ovviamente, squilla nella scansione del mio irrisorio bagaglio a mano.
Una manina rivestita dal guanto in lattice si intrufola negli stretti perimetri dei miei beni e servizi, alla ricerca dell'oggetto incriminato. Dopo pochi minuti viene estratto il reperto proibito: il bagnoschiuma.
Catalogato come sostanza contra legem, viene gettato via nella spazzatura. Un atto tale da indurmi a eversivi intenti avverso l'agente.
Mi placo.
Parto. Turbolenze. Un recondito neurone mi riporta in auge la mia sofferenza di vertigine. Guardo davanti a me. Dopotutto è come se fossi nel solito autobus lungo la statale 100, quella delle puttane. Solo che non devo guardarmi intorno. Anzi, a ben vedere le oscillazioni del mezzo sembrano persino inferiori alle danze del pullman.
Arrivo. Riaccendendo il telefono leggo un numero tale di messaggi che è apparso subito facile capire quanto sarebbe stato impossibile trascorrere dei giorni in assoluta spensieratezza e riposo.
Ripenso ai miei discorsi fighi. Ho voglia di chiamare la mia cara figa interlocutrice e rispondere alla domanda con la quale ci siamo salutati. Non una vacanza, non un week-end, ma una full immersion nella più sublime delle rotture di palle.
Il mio ospite mi attende fedele, ammaestrato, devoto. Cammina veloce, saltella. Capisco dalla sua camminata il perché di tante cose, ma proprio non mi riesce di condannarlo, per due ragioni: primo, nella sua follia costui è una persona autentica; secondo, vota nel mio collegio.
Impongo una doverosa pregiudiziale: che le nostre conversazioni in questi giorni vertano su tutto, tranne che sui legami per via dei quali abbiamo intersecato i nostri destini.
Ancora una volta mi chiedo a chi davvero è rivolta la mia esortazione. Perché sono io stesso a disobbedirmi, non nelle parole, ma nei pensieri, e nelle opere e omissioni.
Quelle stradine tutte uguali e quei portici gridano di aneddoti, di scazzi, di gestualità affidate all'aere. Nel silenzio antelucano, una via riecheggia ancora della cantilena incisa dalle rotelle del mio trolley celeste, fedele compagno di tante prese in culo.
Soprattutto in quei vicoli cessi tante volte percorsi, più di quanto non si sappia.
Il resto è stato una continua lotta tra me, la mia miopia e la ristrettezza del mio campo visivo. Nonché un delizioso compendio etologico sulla capacità umana di fare letteralmente a pezzi la concretezza e la verità.
Un episodio che mi ha fatto tenerezza.
La minuta biondina si appresta a rivolgermi la parola con le labbra timide. Praticante avvocato, si rivolge al mio compare:
- Sei un cafone a non presentarmi il tuo amico.- Le sorrido, e tolgo il mio ospite da ogni imbarazzo appropinquandomi verso costei.
- Piacere, Silvia. - mi risponde. Mi viene da ridere, come al solito.
Faceva caldo al parco. Il giorno prima io ed il mio ospite disquisivamo sulle ingiustizie della vita seduti alla panchina, proprio lì dove siamo fermi a discutere dei delitti e delle pene, con la praticante avvocatessa . Lui, lagnandosi, si riferiva alla sorte beffarda che lo ha privato del suo affetto principale. Io alla sciagura di non poter affondare i miei incisivi nelle torte sacher della pasticceria Castiglione.
La avvocatessa Silvia parlava, mentre io, senza ascoltarla, sfidavo la mia miopia ed il sole invasivo.
"...Anche un bacio estorto è punito come una violenza sessuale."
All'udire quelle parole, nell'incrudelità generale, scoppiai in una fragorosa risata. Pensavo al doppio volto della fessaggine.
Una menzogna cubica avrebbe fatto di una persona, un fuorilegge.
Un buco nel culo bello largo, con la ferma e responsabile capacità di confrontarsi con la verità, avrebbe fatto onore.
A distanze siderali, che deridono le velleità geografiche, gli individui esercitano, più o meno intensamente, la loro personale lotta.
Perché lottano?
Perché sono fessi.
Così sosteneva una persona che mi era apparsa inspiegabilmente vicina ed affine. Raramente ti capita davanti qualcuno che è capace di darti risposte a pensieri ancora inespressi.
Si stava facendo tardi, e si stava deragliando nei notturni sproloqui gonfiati dagli sbadigli, da quelle fauci spalancate dalla consapevolezza che non avrei dormito.
Con tre ore di sonno esposte sulle ciglia sfaticate, vengo richiamato alla vita dai passi disponibili e rassegnati di mio padre.
Piove. Bestemmio.
La pioggia si aggiunge ai tanti mugugni che sento vibrare nell'aria che separa il cranio di mio padre dal mio. Magari lui non stava pensando ad un cazzo niente, se non all'alzataccia che gli ho imposto. Magari avverto nella sua bocca semichiusa mugugni che avrei benissimo espresso da parte mia.
Me ne fotto, e procedo.
E lui mi guarda, seduto accanto a me, per nulla distratto dall'affanno con cui le spazzole dei tergicristalli stentano a drenare la sconcertante bizzaria del clima.
Un punto interrogativo promana dai suoi occhi. Non parla per via della tensione che giorno dopo giorno ho sciaguratamente interposto tra me e i miei fortuiti congiunti.
Me lo chiedeva con sospettoso ritegno, con delicato fastidio: "Ma che cazzo ci vai a fare a Bologna ogni mese?"
E lo servo subito, senza che il suo dubbio avesse avuto il tempo di tradursi in un quesito. "Vado a trovare un caro amico."
Si è sentito raccontare questa cazzata ogni volta. Troppe volte, ed ho l'impressione che abbia finto di credermi per pietà. La qual cosa mi irrita parecchio.
Odio le domande proprio perché non vorrei mai trovarmi esposto al rischio di dover mentire.
Tuttavia, riprendendo il discorso figo che avevo elaborato qualche ora prima: esploro, come sempre, la natura dei miei atti. So che in una partita con la verità il pareggio sono in grado di poterlo strappare, occorre un concetto che sembrerebbe improprio se espresso da me: l'umiltà.
Non è a mio padre che racconto cazzate, e le sue espressioni non convinte sono solo uno specchio. Tuttavia, fatti i dovuti conti con la verità, non mi impressiono e mi addentro nei miei propositi.
Viaggiare con un'unica borsetta, senza la necessità di recarsi dietro la carta igienica, è edificante. Eppure la mia soddisfazione di essere riuscito a concentrare l'essenziale in un'unica borsa viene aggredita dalla sirena del controllo di sicurezza che, ovviamente, squilla nella scansione del mio irrisorio bagaglio a mano.
Una manina rivestita dal guanto in lattice si intrufola negli stretti perimetri dei miei beni e servizi, alla ricerca dell'oggetto incriminato. Dopo pochi minuti viene estratto il reperto proibito: il bagnoschiuma.
Catalogato come sostanza contra legem, viene gettato via nella spazzatura. Un atto tale da indurmi a eversivi intenti avverso l'agente.
Mi placo.
Parto. Turbolenze. Un recondito neurone mi riporta in auge la mia sofferenza di vertigine. Guardo davanti a me. Dopotutto è come se fossi nel solito autobus lungo la statale 100, quella delle puttane. Solo che non devo guardarmi intorno. Anzi, a ben vedere le oscillazioni del mezzo sembrano persino inferiori alle danze del pullman.
Arrivo. Riaccendendo il telefono leggo un numero tale di messaggi che è apparso subito facile capire quanto sarebbe stato impossibile trascorrere dei giorni in assoluta spensieratezza e riposo.
Ripenso ai miei discorsi fighi. Ho voglia di chiamare la mia cara figa interlocutrice e rispondere alla domanda con la quale ci siamo salutati. Non una vacanza, non un week-end, ma una full immersion nella più sublime delle rotture di palle.
Il mio ospite mi attende fedele, ammaestrato, devoto. Cammina veloce, saltella. Capisco dalla sua camminata il perché di tante cose, ma proprio non mi riesce di condannarlo, per due ragioni: primo, nella sua follia costui è una persona autentica; secondo, vota nel mio collegio.
Impongo una doverosa pregiudiziale: che le nostre conversazioni in questi giorni vertano su tutto, tranne che sui legami per via dei quali abbiamo intersecato i nostri destini.
Ancora una volta mi chiedo a chi davvero è rivolta la mia esortazione. Perché sono io stesso a disobbedirmi, non nelle parole, ma nei pensieri, e nelle opere e omissioni.
Quelle stradine tutte uguali e quei portici gridano di aneddoti, di scazzi, di gestualità affidate all'aere. Nel silenzio antelucano, una via riecheggia ancora della cantilena incisa dalle rotelle del mio trolley celeste, fedele compagno di tante prese in culo.
Soprattutto in quei vicoli cessi tante volte percorsi, più di quanto non si sappia.
Il resto è stato una continua lotta tra me, la mia miopia e la ristrettezza del mio campo visivo. Nonché un delizioso compendio etologico sulla capacità umana di fare letteralmente a pezzi la concretezza e la verità.
Un episodio che mi ha fatto tenerezza.
La minuta biondina si appresta a rivolgermi la parola con le labbra timide. Praticante avvocato, si rivolge al mio compare:
- Sei un cafone a non presentarmi il tuo amico.- Le sorrido, e tolgo il mio ospite da ogni imbarazzo appropinquandomi verso costei.
- Piacere, Silvia. - mi risponde. Mi viene da ridere, come al solito.
Faceva caldo al parco. Il giorno prima io ed il mio ospite disquisivamo sulle ingiustizie della vita seduti alla panchina, proprio lì dove siamo fermi a discutere dei delitti e delle pene, con la praticante avvocatessa . Lui, lagnandosi, si riferiva alla sorte beffarda che lo ha privato del suo affetto principale. Io alla sciagura di non poter affondare i miei incisivi nelle torte sacher della pasticceria Castiglione.
La avvocatessa Silvia parlava, mentre io, senza ascoltarla, sfidavo la mia miopia ed il sole invasivo.
"...Anche un bacio estorto è punito come una violenza sessuale."
All'udire quelle parole, nell'incrudelità generale, scoppiai in una fragorosa risata. Pensavo al doppio volto della fessaggine.
Una menzogna cubica avrebbe fatto di una persona, un fuorilegge.
Un buco nel culo bello largo, con la ferma e responsabile capacità di confrontarsi con la verità, avrebbe fatto onore.
A distanze siderali, che deridono le velleità geografiche, gli individui esercitano, più o meno intensamente, la loro personale lotta.
Perché lottano?
Perché sono fessi.
lunedì 27 aprile 2009
Ricordandomi di voi
Era il 1931 e John Maynard Keynes usava, scrivendo per la Royal Economic Society, queste parole per dipingere il genere umano:
"Non so se ricordate il professore di Sylvie e Bruno:
- È solo il sarto, signore, col suo piccolo conto - disse una vocina da dietro la porta.
- Ecco, vedete, lo sistemo subito, - disse il professore ai bambini - ci metto un minuto. E quest'anno quanto sarebbe, amico mio? - Nel frattempo il sarto era entrato nella stanza.
- Ecco, il doppio dell'anno scorso, che era il doppio dell'anno prima - disse il sarto un po' confuso. - Insomma penso che sia ora di pagare. Sarebbero duemila sterline, ecco.
- Oh, ma cosa volete che sia - disse il professore come se davvero non gli importasse, e anzi toccandosi la tasca come se fosse solito portare quella somma con sé. - Ma non preferite aspettare un altro annetto, e arrivare a quattromila? Pensate come sarete ricco! Quasi come un re!
- Come un re magari no, però di sicuro sarebbero un bel po' di soldi. Quasi quasi aspetto.
- Ma certo! - disse il professore. - Questo si chiama buon senso! Allora arrivederci, amico mio!
- Ma le vedrà mai, quelle quattromila? - domandò Sylvie non appena la porta si chiuse dietro il creditore.
- Mai bambina mia, - rispose il professore con una certa enfasi - continuerà a raddoppiare fino al giorno della sua morte. Sai vale sempre la pena di aspettare ancora un anno, se poi intaschi il doppio. "
Se qualcuno volesse dare una spiegazione antropologica alla crisi finanziaria, penso che questo brano possa bastare.
- È solo il sarto, signore, col suo piccolo conto - disse una vocina da dietro la porta.
- Ecco, vedete, lo sistemo subito, - disse il professore ai bambini - ci metto un minuto. E quest'anno quanto sarebbe, amico mio? - Nel frattempo il sarto era entrato nella stanza.
- Ecco, il doppio dell'anno scorso, che era il doppio dell'anno prima - disse il sarto un po' confuso. - Insomma penso che sia ora di pagare. Sarebbero duemila sterline, ecco.
- Oh, ma cosa volete che sia - disse il professore come se davvero non gli importasse, e anzi toccandosi la tasca come se fosse solito portare quella somma con sé. - Ma non preferite aspettare un altro annetto, e arrivare a quattromila? Pensate come sarete ricco! Quasi come un re!
- Come un re magari no, però di sicuro sarebbero un bel po' di soldi. Quasi quasi aspetto.
- Ma certo! - disse il professore. - Questo si chiama buon senso! Allora arrivederci, amico mio!
- Ma le vedrà mai, quelle quattromila? - domandò Sylvie non appena la porta si chiuse dietro il creditore.
- Mai bambina mia, - rispose il professore con una certa enfasi - continuerà a raddoppiare fino al giorno della sua morte. Sai vale sempre la pena di aspettare ancora un anno, se poi intaschi il doppio. "
Se qualcuno volesse dare una spiegazione antropologica alla crisi finanziaria, penso che questo brano possa bastare.
giovedì 23 aprile 2009
Indisponente
Sai, Alcor, pensavo ad una cosa.
Il tuo gruppo sanguigno è 0 positivo. Ahi! Mi fa male il gomito.
Sei un donatore universale. Tu, donatore universale. Tu. Capisci?
Questa è la prova dell'infinito senso dell'umorismo che ha avuto l'artefice del creato.
Il tuo gruppo sanguigno è 0 positivo. Ahi! Mi fa male il gomito.
Sei un donatore universale. Tu, donatore universale. Tu. Capisci?
Questa è la prova dell'infinito senso dell'umorismo che ha avuto l'artefice del creato.
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