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domenica 18 maggio 2014

Reemergence six

- ...e per me dell'anatra con patate.
- ...solo il filetto di pollo, grazie.

- hai paura stavolta?
- ho sempre avuto paura.

Hai pulito bene la gabbia oggi pomeriggio, prima di venire fuori? Quelle grate sbilenche che filtrano male la luce del mattino sono un vestito attillato, credo di una taglia più stretto. Sagomato sul tuo profilo, modellato sulle tue aspettative. Su quelle sconvolgenti proiezioni del tuo essere in cui ciò che appare bello è tenuto a riconoscersi.

L'età ha forse creato un'intercapedine tra una sbarra e la tua pelle? Vorrei provare a soffiare attraverso queste fessure ombrate, e farti venire il solletico, per trovare un brivido in fondo alla protezione accurata di questa disadattata veste.
Mi accomodo sulla poltrona a fissare l'ordine della normalità, e a contemplare con sguardo elegiaco le trasformazioni occorse nel frattempo.
Ho una cura da somministrare al mio animo, ma preferisco scrivere ricette per chi mi ascolta vanamente.

Paghiamo a metà, sì da non avere debiti l'un l'altro, nulla che prefiguri scambi di sorta, o carenze, o abbondanze. 
Cercare è una pratica da giovani speranzosi, riemergere senza motivo è un salvacondotto della maturità verso il ripostiglio delle intemperanze nostalgiche. Le parole sono importanti.
Questo vestito non si addice certo ad un posto nella platea di reprobi vincitori. Ti permetterà piuttosto di assistere allo spettacolo da un palchetto defilato, dove lo sguardo degli attori non si incrocerà mai col tuo, e starai al sicuro.
Ma copriti, fa freddo.
Io non conosco altro tuo profilo che questo. 

venerdì 23 novembre 2012

ShYning




Perchè hai avvertito il richiamo di voler tornare in questo appartamento? Non sono più la persona aperta di un tempo. Azzardare una interpretazione oggi sarebbe come aver la consapevolezza di affidarsi ad un ombrellino rotto con cineree prospettive a sudovest.
Una volta ti ho lasciato perdere durante una passeggiata collettiva. Credo sia avvenuto dopo il penultimo Johnnie Walker della tua vita, e non stupirti di tanta memoria.
Feci qualche passo più avanti perché tu potessi essere assorbito dalle domande incuriosite di chi popolava abitualmente il mio mondo, mentre io marcavo la distanza con passi che moltiplicavano la reale consistenza dei centimetri tra i tuoi occhi e la mia schiena.

In quel divario proteso all'abbandono si è celata la parafrasi di tutti i nostri giorni, e la sua inestricabile contraddizione che ha reso possibile un'anarchica definizione del nostro tempo. Tanto più inspiegabile e rumorosa quella breve separazione lungo la strada, tanto più saremmo risaltati noi nell'unicità di un contrasto unificante.

E così in questo soggiorno hai deciso di deporre le armi. Devono esserci dei bicchieri puliti, lì, sulla mensola accanto al frigorifero. Sciacquali e leva via la polvere di questi anni. Regredisci per recuperare il tuo arché, ciò che genera unaa passione verso i propri prodotti tale da poter annientare in un'unica tornata un raggio di inappagamento lungo quanto il divario tra i propri desideri, e i passi avanti tesi a ripudiarli per un malecelato senso di sfida.

Presta attenzione anche ai tuoi pensieri, e ti accorgerai di quanto siano divenuti brevi, stretti, come una strada senza margini di esondazioni, aggrenziti. Dovresti riprovare con qualcosa di comico, se ne sei in grado.
Non chiamarmi  stasera, vado al cinema. Incontriamoci qualche minuto prima di mezzanotte, sul lungofiume della città in cui deciderai di narrare la tua vita incompleta. Questi vestiti che indossi, però, non sono adatti alla prossima scena, cambiati. E quando mi chiederai se avrò voglia di una  sigaretta, ridendo, ricorda le promesse appuntate sulle salviettine da bar. 

E ti restituirò le chiavi di casa.

domenica 15 maggio 2011

Agenda esistenziale


Certo che mi piacerebbe: evitare prologhi confusi, contestualizzati encefalogrammi di ogni singolo proposito. Restare con una bolla d'aria tra un paragrafo e l'altro nel pressurizzare una risposta che non appaia dettata da rappresaglie, o da rimorsi, o dalla volontà di ristabilire un punto d'orgoglio in una partita interrotta per impraticabilità del terreno.

Mi piacerebbe avere quello spirito grazie al quale era normale mollare ogni cosa  e divorare le distanze, per garantirsi pochi minuti di sacro litigio, per quell'affinità così perfettamente adiacente e così apparentemente ingestibile.

Sarei stato curioso di scoprirmi indifferente al punto di assorbire qualsiasi soluzione come fosse incolore e insapore. Farsi dettare i ritmi dalle incombenze esterne, e non dai riflessi delle proprie inadeguatezze sottese.

Mi piacerebbe sospendermi, come ci si sospendeva quando la vita delle nostre parole acquisiva una forma propria e incontrollata, che talvolta ci ha infuso una dolce paura. E quasi mi consola l'incertezza nel proferire un giudizioso rifiuto, il precipitato salinico di una miscela aritmeticamente perfetta nell'indirizzo della coagulante salvaguardia del sé.

Un tempo si pensava che la propria salvezza sarebbe anche potuta passare sotto il giogo di una paziente sconfitta, come risultante di un'importazione tacita e silente di una qualunque forma di nobile offesa.

Filtra poca aria dal muro, ed è ancora troppo lontano per sentirsi a casa.

lunedì 23 agosto 2010

In missione per conto di Lenin

" - Sai cosa diceva Lenin? Tu cerca la persona che ne trae beneficio, e..., e... insomma...

- Obladì Obladà!

-...insomma... avrai... capisci cosa voglio dire?

- Obladì Obladà!

- Quella fottuta puttanella!

- Obladì Obladà!

- Quella... vuoi chiudere quella boccaccia? Non Lennon, Lenin! Vladimir Ilyich Ulyanov!"
Questa incapacità ad addormentarmi è tra le cause sostanziali della mia inconcludenza. E devo sbrigarmi, ché domattina devo continuare a mettere ordine. Non saranno quattro paginette da carcere morale a salvarmi.
Avrei dovuto fare l'artista.

Sì insomma, ci pensi che tra meno di una decina di giorni le cose potrebbero sistemarsi? Intendo una restribuzione stabile, un ruolo, una scrivania personale che nessuno dei tuoi colleghi è tenuto a usurpare senza giusta causa, risme di carta a volontà, il condizionatore coi bacilli, la pausa pranzo, gli scompensi alimentari della pausa pranzo, il traffico, i faldoni, la cravatta al posto della maglietta di emergency, la barba tutte le mattine anzichè una volta al trimestre... il week end di soli due giorni.

La sveglia alle 6.00, il caffè e la prima sigaretta che per pochi minuti sostituisce il cervello con un mantice da camino. Tutti i giorni. E se magari le cose non andranno né meglio, nè peggio, tutto questo rischia di prolungarsi per sempre.
Capisci? Fino al giorno in cui non avrò più il cielo in una stanza, ma in una camera ardente.

L'ideale sarebbe quella di andarmene a spasso con la laurea tra i rimpianti di tempo perso, e la vita scolpita nel taglio degli occhi. Ma occorrerebbe una maledettissima rendita.
Una bella fattoria di gnu alle pendici dell'Hymalaya. Che te ne pare? Coi secchi per pisciare, la resina per gli spifferi, e le pomate per i reumatismi ai piedi.

- Perché ci sono gli gnu in Nepal?

- Se non ci fossero si potrebbe ripiegare sui conigli e i bachi da seta, e poi  ci  si fa la tessera a slow food. Ovviamente ci vado solo. Vuoi venirci? Forse ti consentirò di venire a farmi visita.

- No, Alcor, non ci vengo. Magari rischio di trovarci quella che ogni tanto si rifà viva.

- No, mi ha licenziato da un pezzo. A mezzo telegramma, come fa Marchionne...

- Ah....

- Ti è piaciuto il cortometraggio sullo sfruttamento nelle campagne? Tra la Puglia e la Basilicata ogni anno migliaia di rumeni ed extracomunitari sono "utilizzati" per la raccolta dei pomodori. Ogni anno scoppiano casini perchè il prezzo dei pomodori  per i produttori primari è talmente basso che agli agricoltori non conviene nemmeno guardarli.
Tralasciando l'incidenza del malaffare più o meno legalizzato che gira intorno alla raccolta di questi maledetti ortaggi che tra l'altro mi fanno pure schifo, è il gioco della concorrenza internazionale a mettercela dritta lì, proprio lì.
Quindi che faresti tu, dolcezza?

- Alcor, sei ubriaco...

- No, è che non c'è alternativa... la produzione di cibo deve passare nelle mani dello stato... tutti i fallimenti di mercato sono di competenza dell'agente pubblico. Ma secondo te alla Puglia e alla Basilicata che fanno parte dell'OCSE conviene produrre pomodori? No! Li produciamo perchè siamo costretti, e siamo costretti anche a impiegare manodopera sfruttata, malpagata e frustrata per stare a galla, e che raramente si vendica stuprando qualche nostra compagna di scuola elementare.
Ma dobbiamo produrli 'sti cazzi di pomodori, perchè altrimenti sai che brutto avere una distesa di pannelli solari... Lo stato deve produrli, come monopolista, e redistribuire in maniera autarchica secondo quote e richieste, seguendo piani quinquennali ben organizzati...

- Alcor, hai terminato il comizio?

- Senti, no.

- Come: no?

- Non ho alcuna intenzione di dare il mio contributo nel farti rischiare una gravidanza. Mi dispiace, ci ho ripensato...

- Ci hai ripensato?

- Eh, sì... vedi, c'ho come una specie di blocco emotivazional  vitale come fosse antani., di cuio angaro tupio, capisci?

- ....

- .... Mi vedo una faccia davanti che sembra una vigilessa con la paletta alzata. E allora mi viene di oltraggiare la pubblica ufficiale... con lo scapellamento a sinistra.

- Sono senza parole, Alcor. Lo sai che sei un mascalzone?

- Sì. Fifty-fifty. E quello è Giove.


Non si è mai abbastanza crudeli verso il proprio passato.



«Any resemblance to people living or dead is purely accidental... Especially you... Bitch.»

 

giovedì 5 agosto 2010

Identikit

Giunti alla soglia dei 28 anni, e cominciando a maturare l'ipotesi di ri-fidanzarsi in vista delle elezioni amministrative dei prossimi 2 anni... occorre fare alcune valutazioni.

Provando a varare una stima, incrociando le variabili più o meno comunemente presenti nelle donne fin qui incrociate durante rapporti, avventure, incidenti, consulenze, corrispondenze, maldicenze, e ovviamente miserrimi fallimenti, il ritratto che viene fuori è codesto:

bionda (anche se in linea teorica preferisco le more);

occhi chiari e cristallini;

maggiore o uguale ai miei cm 180;

3° o 4° di reggiseno;

più grande di me;

studentessa fuori corso in preda alle crisi di identità curriculare;

una storia del cazzo appena conclusa che inevitabilmente prolungherà i suoi effetti nell'occasionale presente nel quale casualmente ci sono io a pagare il fio di vergogne che ignoro;

un rapporto di invidia, sudditanza, e viscerale verso la propria madre, che spesso ha la sua stessa voce e finisce per innamorarsi di me più della figlia;

spesso vittima dei flauti magici e ammaliatori della sinistra estrema, e in ogni caso, fortemente critica verso il Partito Democratico;

ex-grafomane decaduta nella palude cerebro-distruttiva di facebook;

come me, apparentemente sbucata da un film di Black Edwards;

in un modo, o nell'altro, la Francia c'entra qualcosa;

insicura, bugiarda,  fragile, affetta da ogni genere di psicosi e pronta alla denuncia di stalking se le sbadigli in faccia per puro caso;

avida di succhiare consigli per sanare il debito pubblico di certezze nei riguardi del mondo fuori;

"Ok, Alcor, vediamoci. Ma sappi che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo."
Qualcosa di talmente profondo che non si capisce di che cazzo si tratta;

"Alcor, tu sei la persona che più... che più ... che io abbia mai... però..."
Basta così! Ho capito. Ecco, caro destino o caro "momento sbagliato", questo è il mio ano: accomodati;

afflitta da cicli mestruali modello Katrina 2005, turbodiesel JTD;

mancina;

suona la chitarra, o ci ha provato senza successo;

amante delle sfumature della vita, ma poco incline ad accettarne gli effetti senza il pratico manuale della disperazione a portata di mano;

ride delle più indicibili cazzate;

non regge l'alcol, e crede di essere Eva Kant con una Corona Extra in mano;

ha minimo il poster di Caro Diario appeso in camera. Ed è, ovviamente, fatta male.



Una gran troia nel senso Kill Bill del termine.





domenica 10 gennaio 2010

2036

Lo lessi su Repubblica qualche giorno fa, ed il corso di queste settimane si è inconcludentemente arenato. Come un calcolo nell'uretere che vanifica l'indegna opera dei reni.
Tra 26 anni l'asteroide 99942 Apophis urterà il nostro pianeta in un punto qualsiasi.

La noiosa notte di Capodanno da me trascorsa mi ha cagionato una tale ventata di pessimismo da prendere in considerazione l'ipotesi che, fra tutti i
5,100 656 × 1014  metri  quadrati della superficie terrestre, i 320 metri quadrati di questo matto sassolino riuscirebbero a coprire benissimo lo spazio che devo farmi a piedi da casa mia per raggiungere il posto in cui sono stato costretto a parcheggiare la macchina.
Qualcuno mi obietterà che sono troppo pessimista: perché quei 320 metri quadri di pietra cosmica dovrebbero proprio cadermi in testa? No, noi riformisti sappiamo accettare le sventure in nome del bene comune, la logica antagonista e no-global del "not in my garden" che frena lo sviluppo capitalistico non ci riguarda...

Il pessimismo sta nel fatto che mi sono immaginato nel 2036, a 54 anni suonati, ancora qui nel luogo natìo senza alcuna evoluzione: ad uscire dalla casa paterna, ed ogni volta indugiare per qualche minuto a cercare di ricordarmi se la macchina l'avevo lasciata 320 metri a nord, piuttosto che a sud... e non è un particolare di poco conto se consideriamo che tra nord e sud vi è una pendenza del 20%, e vi è una probabilità di maltempo pari all'80%.
Sì, insomma, Apophis avrebbe tutto il tempo di prendere la mira.
E non sarà certo il mio piccolo ombrellino automatico che pagai 9.00 dollari nella pharmacy sulla Avenue P a tutelarmi.

Oh... e pensare che stavo riuscendo a guarire la mia mente affosandola nell'affannosa ricerca di una soluzione che renda il socialismo marxista ancora compatibile con le caratteristiche salienti della società contemporanea. Ero talmente entusiasta da farmi venire orgasmi automatici dinanzi a possibili soluzioni che contemplassero una visione neo-internazionalistica che attraversasse per forza di cose l'orizzonte della costruzione dell'Europa politica e la formazione dell'esercito europeo.
Ero certo che l'impostazione dialettica reggesse in un impianto che sostituisce la lotta individuale alla lotta di classe. Devo ancora lavorarci, conosco la meta ma devo trovare un percoso logico-teoretico per raggiungerla, che non sia qualche visione indotta da intrugli di erbe al limite della legalità.

E invece no! Di nuovo scomodi pensieri  cagionati da articoli su certa stampa, deviata e comunista, che ci costringono a fare i conti con quell'amara evidenza che rende inutile ogni sforzo terreno, persino la dieta a base di cereali in bianco: la dipartita che attende ogni essere vivente al varco.
E pensare che ero riuscito a tenere a freno la mia passione sfrenata per il trash evitando di andare al cinema a vedere 2012... Una delle rare volte in cui una cazzata cinematografica riesce a far tirare un sospiro di sollievo, perchè è impossibile che gli autori di una così immane scemenza possano indovinarci. Basterebbe questo per annullare ogni timore e ogni sospetto che Voyager tenta di infonderci.
Secondo me era una strategia dei Maya per vendere più calendari. Un po' come Vanna Marchi. Almeno noi post-moderni per vendere calendari abbiamo pensato di esporre fiche, migliorando di gran lunga i servizi da offrire per combattere la solitudine e la malinconia.

Certo, è vero, si obietterà che il "limite" contribuisca a rendere ogni cosa più apprezzabile, ma esistono indubbi risvolti deprimenti in tutto questo... pensateci. Operare nel mondo come un'ape laboriosa per poi sentirsi lo sguattero di qualcuno che verrà a cuccarsi i frutti al posto tuo, quando tu sarai ormai diventato il concime dei cachi che lui si mangerà ad ottobre.

Ora capisco perchè quelli della prima repubblica ci hanno lasciato il debito pubblico, chiamali fessi. Devo assolutamente rivedere le mie posizioni su Craxi e sull'ipotesi che gli dedichino una via o una piazzetta a Milano.
Proporrò subito una petizione per l'abolizione del patto di stabilità e di crescita previsto dal Trattato di Maastricht, è ingiusto ai sensi dell'edonismo a cui la mia generazione ha diritto, cazzo.

A me non interessa un futuro migliore per i miei figli, anche perchè la sola idea di avere dei figli mi fa dilatare il colesterolo. E non perché sono un tipo irresponsabile, nossignore, diversi testimoni sarebbero pronti a deporre innanzi il tribunale di L'Aja che sarei un bravo padre. È che l'idea di qualcosa di regolare e predeterminato come la famiglia, le paghette ai marmocchi, la fila al patronato per la dichiarazione dei redditi, e i litigi coniugali sulla contrattazione dei menu settimanali, proprio non riuscirei a viverli.
Una galera per tutte quelle idolatrate arcadie che magari non esistono, ma che fa bene pensare in un punto X del mondo ancora da esplorare.
Meglio Apophis a quel punto, e non una noia mostruosa di fare tutto come un canovaccio goldoniano.

Oh, sono talmente attaccato alle cose... una voglia di trattenere il tempo e l'esistenza qui in una continua ebollizione di contemporaenità che non si estingue, cosparsa di cimeli, ricordi impagliati in qualche simpatico oggetto epigrafico. Persino le cicatrici fisiche hanno un senso, gli infortuni permanenti... la scottatura che mi prese entrambi i pollici mentre preparavo il caffè per una cazzona che non meritava manco un infuso alle alghe di Mururoa, l'alluce fracassato a New York che ancora mi avverte dei cambiamenti di correnti d'aria, il polso sinistro frantumatosi giocando a calcio in seconda media, e che scricchiola ancora quando mi produco in sforzi impropri.
Anche la mandibola malconcia retaggio di un incidente d'auto fatto da bambino.

Al contempo però che scatole la vita eterna... non c'è deterrente peggiore per i cattolici, nella loro opera di evangelizzazione, che promettere 'sta cazzo di vita eterna che può accattivare solo gli idioti che non sanno di quanto si annoierebbero. E con chi diavolo la dovrei condividere questa vita eterna, con dei babbei? Per piacere, ce ne stanno fin troppi nella vita a tempo determinato...

L'idea di una vita a progetto non mi dispiacerebbe, un po' meno quella a chiamata intermittente, di sicuro non part-time. Sarei favorevole al job-sharing esistenziale, ma con chi dico io.
Niente articolo 18, niente sindacati. Ichino forever.

Qualasiasi soluzione presa risulta sbagliata. Un po' come la faccenda della candidatura a presidente della Regione Puglia per la sinistra, o centrosinistra, o centrocentrosinistra.

Verrà la morte, e avrà gli occhi della maestra d'asilo che mi ha riempito la coscienza di simpatici traumi infantili.
Finirà, forse prima ancora che io diventi un vecchio zoppo che va a fare la spesa guardando male gli immigrati e maledicendo il governo per la pensione; non avrò mai girato un film vero, e le mie pubblicazioni saranno talmente insignificanti da potersi scaricare gratuitamente da internet.

Resterà questo inutile blog che mi ha rovinato gli ultimi tre anni, anonimo, e di autore ignoto.
E resteranno quelle pagine stupide, figlie di una dolcezza che mi hanno scippato. E non ho sporto denuncia perché in fondo coltivare l'ingiustizia è una forma di eredità che lasciamo ai posteri. L'eredità del socialismo, che ha un senso in quanto argine all'ingiustizia. Se vi lottiamo e la sconfiggiamo avremo un mondo dove il socialismo non esisterebbe.
E le mie elaborazioni sarebbero, appunto, inutili. E ritorniamo al punto di partenza.

Dio, che pensiero deprimente...

giovedì 1 ottobre 2009

Bisogno di uova

- Vuoi una?

- Alcor... fumare fa venire il cancro... no.

- Ehi, siamo cresciuti a Taranto, non ti è mai venuto in mente che a furia di fare l'aerosol al gusto di Enipower ci abbiano già destinato lo sconto di pena?
Uhm... Philip Morris, non se ne trovano a New York, sai?

- Ma lì costano un botto...

- Lasciamo perdere, non ho il coraggio di guardare il mio estratto conto. Se mi avvicino ad un bancomat anzichè i contanti ritiro una pernacchia.
Tu non puoi capire che soddisfazione tornare a casa e non ricordare più dove sono conservate le fette biscottate. Sono di quei segnali che mettono fine al complesso Edipico, capisci?
Scatta poi la maturità vera quando cominciano le divergenze con la madre su come lavare le stoviglie. Pensavo di organizzare un congresso a mozioni con il vicinato, e poi fare le primarie con tutto il paese.

- Ed ora come butta?

- mmm......

- Hai chiamato...

- No... non ancora...

- Non ancora??? Cristo, hai intenzione davvero di chiamare?

- Ma tanto non risponde.

sabato 29 agosto 2009

Why is life worth living?

"Be', devo essere ottimista. Va bene, dunque, perché vale la pena di vivere?

Ecco un'ottima domanda. Be', esistono al mondo alcune cose, credo, per cui valga la pena di vivere. E cosa? Ok. Per me... io direi... il buon vecchio Charlie Chaplin tanto per dirne una, e  Michael Schumacher e... lo Schiaccianoci di 
Čajkovskij... The Wall... il borsalino... l'edicolè nella stazione di Bologna... la Nouvelle Vague naturalmente... Giove... La Nausea di Sartre... Al Pacino, il golfo di Taranto, quelle incredibili teste e sagome dipinte da De Chirico, la sacher... il viso di Miss Misery..."

domenica 23 agosto 2009

Red Pallonetto

Signori, una scoperta che capovolgerà l'immagine della storia contemporanea. Gli USA sono una nazione parzialmente comunista. O per certi versi anarchica.
Servizi pubblici gratuiti ovunque. Palestre a cielo aperto, campetti da calcio e da baseball o da tutti gli sport del cavolo che fanno qua, a libera accessibilità.

You, new york citizen, pay bills, then we give you what do you want.
Ma non c'è controllo! Nessuna autorità che stabilisce chi deve usufruire del campetto alle ore 16 (cosa che solitamente in Italia fanno i preti).
Così succede, come è successo, che più squadre abbiano organizzato tutto al medesimo orario e nella lite che sèguita non si capisce una mazza. Solo una parola è nitidamente cogniscibile: fuck, fuck, fuck.

Meraviglia dell'anarchia... che si risolve nei mitici "give me five" che vedevo,
quando ero piccolo, negli orridi telefilm di italia 1, in estate, quando sia io che la televisione non avevamo da dare nulla di utile al mondo.

Io son migliorato, la televisione no.
Che Bloomberg rimpiazzasse nella mia mente il modello scandinavo non avrei mai potuto immaginarlo.

L'ultima volta che avevo giocato in un campo sportivo gratis fu a 13 anni. 3 giugno 1995, marinai la scuola media col placet della famiglia per un match nell'allora abbandonato stadio del mio paese.
Mi spezzai il polso sinistro.
Fu bellissimo, quel giorno, vedere in ospedale come io mi rilassavo durante la radiografia, e mio padre che molto autarchicamente sveniva per il crepacuore.

E va bene. Torniamo al triste oggi.

Se i risultati dovevano essere questi tanto valeva non smettere di fumare. Ho corso i 20 metri in mezz'ora e un quarto. Nel mentre i miei arti inferiori riscoprivano il senso profondo della loro presenza oltre la cartilagine dell'anca, vedevo le tartarughe volare.

Ma non è correre così che mi piace... a me piace correre per sentire gli insetti che muoiono sfracellandosi contro la mia cornea già irritata dal sudore, calpestare innarvertitamente le cacche brade che puntellano il sentiero; oppure far finta di stare a Philadelphia alle 4.00 di mattina, in inverno, come Rocky Balboa, e saltellare menando ganci nell'aere avverso un immaginario cazzone pelato (uno qualsiasi, odio i pelati).

Invece sono le undici di sera, pieno agosto soffocante, è Brooklyn, non ci sta un cane a tifare per me, e non devo combattere al Madison Square Garden il giorno dopo.

Ognuno deve fare il proprio mestiere... queste cose promiscue dove  ci si mescola e ci si cimenta in opere improprie non hanno senso... tipo Ratzinger che fa il sindacalista dell'anima e del pene, Tremonti che fa il Ministro del Tesoro, Bruno Vespa che fa il giornalista, Andrea De Carlo che fa lo scrittore, Gian Paolo Pansa che scrive le rubriche su Il Riformista, coloro che disseminano croste sulle pagine immacolate spacciandole per romanzi, apportando un'ulteriore ingiuria all'albero sacrificato in nome di un nuovo pugno nello stomaco inflitto all'umanità intera.

Il mondo non è a nostra disposizione, ma ogni tanto qualche sanatoria arriva.
Il Governo ha bisogno di soldi, dopo che Frattini ha messo in moto un meccanismo per stringere sulle rimesse, Tremonti prepara una sanatoria per le badanti.

Perché io a calcio, in questo periodo della mia vita, non riesco a giocare. Ma so fare altre cose, tipo... ahm.... ahm... ahm... (qui in America non si usa l'intercalare "ehm" quando vuoi enucleare qualcosa che non sai, ma un suono indistinto che assomiglia ad una "A" liricamente strozzata e sciancata)... ahm... ahm... Look at that star.... Follow my finger! That's not a star, that is Juppiter.

E ridono. Al cazzo.

E comunque dico a te, che sparisci ma ogni tanto torni qua a leggere. Non sei stata tu a cambiarmi la vita. La mia vita l'hanno cambiata Nanni Moretti, Woody Allen, e l'ex sindaco comunista del mio paese che mi disse "vattene in Scozia pezzo di merda".

Però, ora che ci penso. Sono stato io a mandarti a cacare. Ma soprattutto, la mia vita non è mai cambiata.

Va bene, da domani allenamento quotidiano. Non è accettabile che io non debba saper fare qualcosa.

martedì 28 luglio 2009

Watch the gap

Il mio coinquilino è un animale.

Lo guardo con gli occhi dell'analista dell'animo umano e lo considero uno spasso. Lo guardo con gli occhi dell' ex ricercatore di politiche migratorie, e penso che grazie a lui si apra un filone interessante: dopo la fuga dei cervelli abbiamo un caso di fuga dell'ormone.

Costui ha un unico chiodo conficcato nel cervello: chiavare. Con qualsiasi essere di genere femminile gli capiti innanzi.
Specifico "femminile", perchè altrimenti sarei in pericolo e mi toccherebbe traslocare in queste specie di catacombe per roditori fognari che sono le subways newyorkesi.

Egli è tra le cause degli squlibri demografici euro-mediterranei.

Lo guardo con gli occhi miei, quelli del misantropo alle prese con la complessità sociale, e mi fa davvero schifo.

"Alcor esci?" - mi chiede - "Certo che esco". - Gli rispondo.

- E dove vai?

- Vado a farmi un giro a Manhattan, sai com'è...

- Ma sei fesso! Resta qua che può scappare una chiavatina con le donne delle pulizie...

- No grazie, vedo se trovo qualcosa di più commestibile in giro, altrimenti preferisco essere autonomo, veramente autonomo.

Ma scopatele tu queste cesse guatemalteche!

La verità è che io ho un bisogno enorme di parlare. Raccontare senza una logica di narrazione, in streaming.

Gaetano è un pizzaiolo palermitano simpaticissimo. Ha una pizzeria nel profondo east di Long Island. Entriamo e ordiniamo dei tranci di caesar salad pizza, il sorriso del compatriota preannuncia una decurtazione di 0,50$ dal bill finale.

Mi raccontano che il cambio è migliorato: stiamo ad 1,49.

Ritorno a casa. La notte è limpida, e vedere le stelle qui è davvero un lusso. La linea F tarda clamorosamente. Quando sei in attesa e ti fermi non puoi fare a meno di pensare. La puntualità esacerbata stimola la fretta e annichilsce la riflessione. Forse per questo non ci vivrei mai qui.

As you leave the train, please watch the gap between the train and the platform.

Così parlano i treni. La tua vita è scandita. Si preoccupano di te in ogni modo. Qui è illegale mangiare i fegatini perché fanno male; le sigarette sono senza ammoniaca.
La tua esistenza è scientificamente organizzata dal sistema.

Nel galoppare ferroso che fa tremare le mura e le impalcature, si attende. Come gli indiani attendevano i bisonti.  Nello scavare il limite della notte fesa dai lampioni della stazione, riscopro il gusto agrodolce dell'attesa.

E l'attesa non è un pasto scondito.

L'orgoglio penetra la vita come qualsiasi oggetto differente dalla carta igienica trapassa lo scarico di questi scomodissimi cessi americani.
Li intasa. Si blocca tutto, e la vita non scorre più.

Ed è per questa ragione che si fluttua senza né annegare, né respirare.

Soltanto un mega allagamento di merda.

Non mi sposto di una virgola, ma mi rendo benissimo conto di non rendere un grande servigio al mio animo.

Qualche volta mi chiedo che fine tu abbia fatto. Non ho voglia di chiedertelo, ho solo voglia di saperlo. Mi piacerebbe guardare la tua vita come da una vetrina sfocata. Entrarci solo se reclamato.
Non lo dovrei scrivere, perché esiste una maniera perversa di recepire certe informazioni.

Però certe volte me lo chiedo, che cazzo di fine tu abbia fatto.


Certe volte me lo chiedo, più o meno ogni minuto.


lunedì 22 giugno 2009

Ebben? Ne andò lontano







"Fumo un'altra sigaretta, perché è facile buttarsi via. Respiro e scrivo. Tutto quello che mi manca è un'assurda specie di preghiera, che sembra quasi amore... "

La pioggia leviga gli argini dei confini tra i luoghi che popolano il mantello dell'esperienza. Come una deriva al contrario di tutti i continenti che regrediscono nella pangea dell'unicità dell'essere.  Colui che dà forma alla vita filtrando i respiri ed i pugni del mondo, nella recondita gemmazione di impermeabili squame ad ogni indesiderata simbiosi, ad ogni sbadato stupro della propria eleganza incorso erroneamente durante l'infantile ratto della propria dignità.
Tornando ad essere misura e giudice scelto dal prato madido in cui raccogliere la cotta coriacea esposta ad asciugare durante un temporale.

La pioggia invisibile che si sospende nell'aria all'altezza delle labbra e della fronte non tocca le orme ed ha la stessa ingiustizia di uno starnuto contrito e di un'ansiogena attesa sospinta oltre l'orlo di una discarica abusiva.
Avevamo imparato dalla pioggia a cadere, e dallo scirocco a rialzarci. E dal vento, che decreta la dislocazione della polvere nello spazio, quale fosse la giusta collocazione delle cose.

C'era quella stessa pioggia, e indossavo gli stessi occhiali.
Sarà l'ultima notte in questo letto.
L'ultima nel volto che mi riconosco oggi. Il volto che strisciando la barba sulla delicata pelle salvava una lacrima dal confondersi in una goccia di pioggia che ne avrebbe sminuito il carico.
Il volto tratteggiato dalle traccie di quanti vi hanno posto un firma, o staccato qualche calcinaccio. Il muschio che vi aveva appeso il riscatto di voglio bruciate.

Mia nonna mi attendeva in fondo a quelle scale dietro il portone sul suolo bagnato dalla pioggia.
Ed è così che finalmente me ne vado.

Sembra che non me ne fotti nulla. Non ho l'ansia dell'ultimo giorno. Ho cancellato l'ultimo giorno per aspettare direttamente lo sconto al varco della dogana. Non ho nulla che possa rischiare di dimenticare, nulla che possa rivendicare il diritto di rappresentare un ponte di rimpianto tra questa culla e quel cielo.

Forse abbandono soltanto il rabbocco delle sensazione dal mondo esterno alla mia cisterna. Un pieno che non trasuda pensieri o fa trasparire segni di ammanco.
Arriverà un giorno in cui riuscirò di nuovo a parlare, a scrivere, ad ascoltare.

Troppe parole sbagliate, troppe. Foss'anche il rigurgito di difese estradate dalla propria paura. La comprensione è emozionale, la pazienza è illuministica.
E se i ricordi son tanti, nessun rimpianto.

Un tale espansione mi ha consentito di trattenere in me ogni cosa, al punto da non rilasciare neanche la possibilità di un'appendice di rimorso in coloro che mi hanno lasciato andare.
Per un'unità faticosa e fallace, per un pigrizia acerba che affetta il mio movimento del dare. Per quell'egoismo non ipocrita che è soltanto il tenore più sincero di ogni mio dono.
Che non si svende.

"...splendi sole, da far male.  Ho già fatto le valigie, ma rimango ad aspettare. "

Dalla mia prospettiva condita dal fumo, osservo il panorama più vasto che mi ha cantato la vita. Quello dal quale ho raccontato i miei moti a qualcuno via via più distante, agganciandone la voce  alla stiva dei miei desideri, e vedendone i passi raggiungermi al di là dei contorni del mare lontano.

L'eredità del silenzio è quella intrusione di sconoscenza che spezza gli sguardi di esseri paralleli naturalmente viventi per ammirarsi e tenersi.
Lo splendore che ha illuminato la breve e invalicabile distanza.

Eppure, in questa dubbiosa arsura che ha prosciugato ogni arco teso all'incontro, permane il sovrastante disegno del cielo.
Il cielo che non cambia mai. Che cambia poco, e lentamente.

E se questo mio cielo persisterà a quanto vivrò, io ne resterò dentro, silenzioso e vivo.
Intorno a me, nessuno. E furono soltanto fruscii di nuvole lontane.
Soltanto fiordalisi.

"...tutto il bene che so dare,  come il sasso e la fontana,  si consuma, si consuma."

mercoledì 3 giugno 2009

Il Sorpasso

"Amici, dobbiamo riaffermare con fermezza che la giustezza di un'opzione politica non ha nulla a che vedere con il grado di popolarità dei leader che la propongono. La nostra credibilità ha uno scoglio irto da sormontare: la populistica visione secondo la quale la verità e la ragione stiano sempre e comunque dalla parte del consenso. Non è così. Una soluzione può essere sì largamente maggioritaria, ma non per questo diventare automaticamente positiva.

Per questa ragione dobbiamo affrontare con lucidità la complessità e le articolazioni del mondo intorno a noi, indirizzare i processi mediante un protagonismo ritrovato della politica. Combattere senza ipocrisie coloro che parlano in maniera superficiale direttamente alla pancia delle persone.

Fermo restante che, da quel che emerge con le candidature di veline e sciacquette, non si parla più nemmeno alla pancia della gente.
Ora si scava nelle frustrazione più recondite dell'animo umano.
Si parla direttamente al cazzo delle persone..."


Finisce l'assemblea. L'uditorio si spopola tra qualche risata, i cellulari si riaccendono, qualcun altro resta ancora per sistemare le sedie, spegnere i microfoni.
Accende una sigaretta, strappa i foglietti su cui aveva frettolosamente appuntato qualche battuta, e guarda il telefono. Nessuno.
Stringe una mano ed elenca le prossime disponibilità, le prossime volte. Prima della partenza, quando calerà un massiccio spot con la scritta "Intervallo" su tutta la sua esistenza.
Sua madre è in ansia per le notizie che giungono dalla caduta del volo Air France. "Tranquilla, stai tranquilla", le diceva. Statisticamente me la sono scampata, anche se fa un certo effetto.
Be' in ogni caso ci potrebbe essere la soddisfazione di vedersi intitolata la federazione provinciale, non è mica roba da buttare.

- Vieni con noi?

- Aspetta. Forse vale la pena che io vada a salutare una persona...

Le si avvicina. Non è molto cambiata, in effetti. Non deve accarezzarla, è una questione di regolamentazione della vita umana. Un gioco di barriere all'entrata, come sempre.

- Come stai?

- Bene. Che fine hai fatto? Sei schivo.

- Conseguenze.

- Vedo che dopo tutto questo tempo la tua carriera ha fatto progressi. Io lo dicevo sempre.

- La meglio gioventù. Era splendido parlare con te, anche di tutto questo. Ho continuato da solo.

- Sei contento di tutto questo?

- Direi di sì, darling.

- Lo sapevo.

- Io non lo sapevo. Ora? Che ne pensi?

- Sinistra. Un po' più in là di te.

- Davvero?

- Sì.

- Perché?

- Sono delusa.

- Ah...

- Ma che fai?

- Me ne vado.

- Perché?

- Fammi un favore: non mi guardare neppure.

Il bar era la solita meta; pioveva. La tenda prendeva solo metà del tavolo con le gambe di vimini. Una chiamata. Chiuso. Spento.
Ordinava un Montenegro e depennava, da un foglio piegato in otto, impegni ottemperati ed altri indesiderati.
Giunto il cameriere con il suo bicchiere, lo guarda dal di sotto del mento.

- Lo sai, è come essere guardato. Non sei del tutto solo. Non vuol dire essere controllato, o schiavizzato, la libertà c'è, è protetta, esaltata. Esiste, però, una specie di ringhiera che accompagna la tua strada. Ragazzo, qualche volta i talloni si gonfiano. Nonostante tu abbia i polpacci pesanti, e lì che devi appoggiarti. Non puoi fare altro.
La vedi quella persona? Posso invitarla a bere qualcosa con me, farla attigere alla ciotola dei miei arachidi e poi farmi sorridere. Credi che in quei momenti io sia rimasto mai solo con quella persona lì? No, mai stato.

C'è un abbraccio verso il quale, con l'andare del tempo, non avverti più una nostalgia che si diluisce nelle incombenze del tempo. Resta un'autentica impronta alla quale ti abbandoni inconsapevolmente, alla quale cingi a rimorchio il decorso dei giorni. Alla quale affidi senza volerlo il transito pigro e la maniera con cui deviare gli ostacoli.
Come una risposta nascosta che fa deviare la decisione sospesa tra due diverse ed eguali opzioni. Pesa pochissimo, come una piuma di rondine.
Ma è quel soffio minimo, alla fine, che ti fa pendere un piatto da un lato anziché da un altro. E quella sottile e madida infiltrazione di vita diventa più dirompente di un grave che blocca l'obbligatoria via di fuga dell'accontentarsi.

Ogni rotta è segnata da questo tipo di incontri, ragazzo. Forse lo sarà anche per te. Te ne accorgi quando tutto questo, che si crea innanzi a te, crolla.
Hai capito, figliolo? Sinistra estrema... e le rette parallele divergono inesorabilmente.
Quel sedimento di certezze ti precipita addosso smascherando tutta l'intemperanza della tua mente. Quando pensi di vivere costellato di taluni immodificabili dati che sfuggono al tuo controllo quando non è la realtà a ponderarli. Bensì l'attesa.

Non si può attendere in eterno, figliolo, sappilo.
Primo poi dovrai lasciarti andare. Però oggi sono particolarmente stanco e scosso, caro ragazzo. Questo fedele bicchiere, oggi, non ci voleva.
Perché è tarda notte e devo tornare a casa.

C'è un amico che sostiene che faccio sorpassi azzardati, un po' al limite. Io rispondo che questa strada la percorro tutti i giorni quasi a memoria, quasi ad occhi chiusi. Ed è più pericoloso che le staristiche degli Airbus precipitati in fondo all'Atlantico.
Lo so.

Penso al mio appannamento in fondo alla sera, a capo di ogni casino e di ogni condivisione.
Penso al pericolo del non mantenere la distanza di sicurezza. Per arrivare presto a casa, attendere vigile il nuovo giorno e capire se qualcuno vi si affaccerà.
Come raramente accade, ma a quella finestra resto sempre inamovibile come una roccia, un po' scazzata. Erosa. Ma roccia.

Per questo ad ogni rischioso sorpasso sembra che ad esserne uscito vivo possa essere stato solo il mio spirito, o la mia volontà frammista. Punti un po' più forti di un'entità corporea perdibile nell'imprevedibilità di un incidente.
La materia imprevedibile e fragile, la volontà indeterminatamente decisa a proseguire indomita.

Ma non posso morire, no. Perché se lei domani dovesse svegliarsi io potrei avere ancora voglia di dirle qualcosa, e lei lasciarsi ascoltare.

Dopo la ciclica rottura di palle, ne riparliamo. Fanculo alle lampade votive, non servono a un cazzo. Diteglielo a quello stronzo nell'ufficio tecnico.
Puah.

venerdì 22 maggio 2009

Immigration

Il caldo torrido al gusto di furani imbottiva il tremulo sguardo verso la strada oltre le cacate di guano che cospargevano il parabrezza dell'auto.
La stazione era tutto un brulicare di pantaloncini, alla vista dei quali rispondeva tra i miei jeans un effetto serra di tipo venusiano.

- Giuse', quando arrivi a Napoli?

- Tra quattro ore.

- Che ti serve?

- Mah, un quotidiano. Mi servirebbero anche le sigarette, ma so che tu, genitore, disapprovi. Indi per cui non appena ti estrometterai dal mio campo visivo mi infilerò nel tabaccaio per fare lo Zeno Cosini della situazione.

Mi giunge tra le mani una copia de Il Riformista. Trattengo a stento la sfortunata poltiglia di patate ancora stagnante nel mio duodeno, e mi turo il naso.

Domenica 17 maggio 2009 è una data da rimembrare perché è il giorno in cui posso affermare con la dovuta certezza che Gian Paolo Pansa è incontrovertibilmente rincoglionito.

Errando approdo su una rubrica che questo canuto intellettuale testicolare gestisce sul quotidiano di cui sopra. Il tema è sempre lo stesso: l'immigrazione e la sicurezza.
Perché la sinistra è contro le ronde? Narra così il Pansa, sinteticamente: "le ronde rispondono ad un'esigenza di sicurezza che la sinistra non sa cogliere. Che c'è di male se liberi cittadini si armano sentimentalmente di un incondizionato amore verso una porzione di genere umano, e contemporaneamente vanno in giro a pestare a sangue la restante porzione?

Che c'è di male? C'è che in questo paese di merda dove il libero mercato è sostanzialmente una bufala, l'unico monopolio che si vuole scalfire è il monopolio della violenza legittima, che rappresenta il fondamento su cui poggia l'essenza stessa dello Stato sovrano.

Che cavolo è lo Stato? Un'istituzione sociale che deve tutelare la vita dei cittadini, tutelarne la libertà e i diritti, garantire a tutti le stesse opportunità (socialismo), adempiendo a queste funzioni attraverso la regolazione dei rapporti sociali. A garanzia dell'efficacia dell'azione dello Stato esiste l'istituto della "sanzione" che Norberto Bobbio insegna essere il tratto caratteristico della norma giuridica, il connotato della sua validità.

Se la sanzione è il connotato della norma, essa rappresenta la peculiarità dello Stato che quelle norme emana. In altre parole, se le sanzioni non le commina lo Stato, questi non serve ad un emerito cazzo.
Pur di salvaguardare la tenuta del tessuto sociale, lo Stato, dice Hobbes, può e deve avvalersi anche di forme di repressione non indolore.
Ma agendo in nome della collettività, avendo come scopo la salvaguardia dell'intero corpo sociale, lo Stato può.
Il poliziotto può ferire il malvivente in una sparatoria. Lo Stato può ricorrere alla violenza per sopravvivere.


Lo Stato può, non un deficiente che non ha un cazzo da fare la sera.

Il problema non è l'insensibilità alla questione sicurezza, caro Pansa, è che non vorrei mai vivere in una nazione dove elementi come La Russa e Maroni oltre a non aver alcun valore reale, non abbiano nemmeno un valore nominale.

Voltiamo pagina. Si soffoca. Napoli insegna due cose fondamentali e d'avanguardia. La prima: la privacy non esiste. Facebook ci fa un baffo. C'è talmente poco spazio per fare le cose che è impossibile che qualcuno non ti stia guardando.
La seconda è, infatti, muoversi sfruttando ogni millimetro disponibile.

Come novelli Che Guevara e amico argentino. di cui non rimembro le generalità, ci mettiamo in sella al motociclo e percorriamo tutta la costiera di buonìora.
Al mattino il Vesuvio fende l'aria che è una bellezza. I faraglioni emergono all'orizzonte, il casino delle auto ci accoglie a braccia aperte, fagocitandoci.

Non me ne sono accorto, perché ad ogni dribblante sorpasso dovevo controllare se qualche TIR da noi sfiorato non si fosse portato seco il mio ginocchio, ma avevo da poco perso i miei occhiali da vista.

Il Consolato è circondato da carri armati. Sono tranquillo, non porto borse, non ho telefoni, sono vagamente pettinato, sono senza barba.
Ovviamente mi perquisiscono.

Un arabo vestito da italiano mi accoglie. Si prende  i miei documenti, le mie carte e mi dice di attendere. Prendono tutti i tipi di impronte, mancava solo un calco delle chiappe sull'argilla.
La Console mi chiama.

Era bona. La Console americana di Napoli è bona, sappiatelo.
In un Italiano spurio, comincia a parlarmi.

- Lei non studia...

- Ufficialmente no (faccio il prof di contrabbando, avrei voluto dirle...)

- Lei non lavora... (valle a spiega' la politica...)

- Momentaneamente mi sto dedicando a dilapidare  i miei risparmi accumulati in anni da precariato.

- Perché lei vuole andare negli Stati Uniti?

- Perché lì c'è che mi ospiterà..

- Ma lei non lavora, non studia, non ha legami qui.

- Purtroppo li ho i legami, mi creda, li manderei tutti a fanculo, ma li ho i legami..

- Non possiamo darle il Visto. Lei è un potenziale clandestino.

Un'immagine si è dipinta nella mia mente, quella dell'Ayatollah Koemini. E per un attimo ho rimpianto la mia pelle liscia e ho pregato Allah.

Non sono esistito per pochi minuti. Giuridicamente sono scomparso perché non vigeva una forma legale entro la quale qualificare la mia esistenza; agli occhi della società io non ero mai apparso concretamente; ero intangibile.

Ho perso gli occhiali da vista scorrazzando su una moto su strade e scenari incantevoli; inculato dagli americani e dalle loro norme, ed ero certo che non sarebbe finita là, sicuramente.

Il lungomare riduceva gli uomini in bistecche al sangue.
Guardavo quelle isole e pensavo: "La vita è 'na strunzata". Ogni volta che penso mi faccio del male, e mi strombazzano in mente nocive trovate.

Alla fine gli americani li raggiro. Perché le vie sono misteriose.
Come un turno al monopoli a cui si deve pagare dazio ovunque. In ogni casella capita qualcosa, al punto tale che anziché ritirare la carta degli "imprevisti", ritiro la carta dei "previsti", che sono molto più rari e insoliti.

Capri, me ne volevo andare a Capri, o ad Ischia, o in qualsiasi sputo di terra al largo di quelle magnifiche coste.

Che ne dici, scema? Ad ottobre? Se esisto ci andiamo.

martedì 19 maggio 2009

Un ottimo maestro di vita

- Sai, Alcor, si è portati ad apprezzare coloro che ci trattano male perché si ha la necessità di andare sempre alla ricerca di qualcosa anche senza ottenerla... Così è più facile ambire a raggiungere quel qualcosa che ancora manca: un pezzettino di...

- ... di cervello. Un pezzettino di cervello, vi manca. Hai ragione.

 



Impronte di te
le storie da scrivere
in mano un cazzo

martedì 28 aprile 2009

Senza trolley

Si discuteva di argomenti fighi.

Così sosteneva una persona che mi era apparsa inspiegabilmente vicina ed affine. Raramente ti capita davanti qualcuno che è capace di darti risposte a pensieri ancora inespressi.
Si stava facendo tardi, e si stava deragliando nei notturni sproloqui gonfiati dagli sbadigli, da quelle fauci spalancate dalla consapevolezza che non avrei dormito.

Con tre ore di sonn
o esposte sulle ciglia sfaticate, vengo richiamato alla vita dai passi disponibili e rassegnati di mio padre.
Piove. Bestemmio.
La pioggia si aggiunge ai tanti mugugni che sento vibrare nell'aria che separa il cranio di mio padre dal mio. Magari lui non stava pensando ad un cazzo niente, se non all'alzataccia che gli ho imposto. Magari avverto nella sua bocca semichiusa mugugni che avrei benissimo espresso da parte mia.
Me ne fotto, e procedo.
E lui mi guarda, seduto accanto a me, per nulla distratto dall'affanno con cui le spazzole dei tergicristalli stentano a drenare la sconcertante bizzaria del clima.
Un punto interrogativo promana dai suoi occhi. Non parla per via della tensione che giorno dopo giorno ho sciaguratamente interposto tra me e i miei fortuiti congiunti.

Me lo chiedeva con sospettoso ritegno, con delicato fastidio: "Ma che cazzo ci vai a fare a Bologna ogni mese?"
E lo servo subito, senza che il suo dubbio avesse avuto il tempo di tradursi in un quesito. "Vado a trovare un caro amico."
Si è sentito raccontare questa cazzata ogni volta. Troppe volte, ed ho l'impressione che abbia finto di credermi per pietà. La qual cosa mi irrita parecchio.

Odio le domande proprio perché non vorrei mai trovarmi esposto al rischio di dover mentire.
Tuttavia, riprendendo il discorso figo che avevo elaborato qualche ora prima: esploro, come sempre, la natura dei miei atti. So che in una partita con la verità il pareggio sono in grado di poterlo strappare, occorre un concetto che sembrerebbe improprio se espresso da me: l'umiltà.

Non è a mio padre che racconto cazzate, e le sue espressioni non convinte sono solo uno specchio. Tuttavia, fatti i dovuti conti con la verità, non mi impressiono e mi addentro nei miei propositi.
Viaggiare con un'unica borsetta, senza la necessità di recarsi dietro la carta igienica, è edificante. Eppure la mia soddisfazione di essere riuscito a concentrare l'essenziale in un'unica borsa viene aggredita dalla sirena del controllo di sicurezza che, ovviamente, squilla nella scansione del mio irrisorio bagaglio a mano.
Una manina rivestita dal guanto in lattice si intrufola negli stretti perimetri dei miei beni e servizi, alla ricerca dell'oggetto incriminato. Dopo pochi minuti viene estratto il reperto proibito: il bagnoschiuma.
Catalogato come sostanza contra legem, viene gettato via nella spazzatura. Un atto tale da indurmi a eversivi intenti avverso l'agente.
Mi placo.

Parto. Turbolenze. Un recondito neurone mi riporta in auge la mia sofferenza di vertigine. Guardo davanti a me. Dopotutto è come se fossi nel solito autobus lungo la statale 100, quella delle puttane. Solo che non devo guardarmi intorno. Anzi, a ben vedere le oscillazioni del mezzo sembrano persino inferiori alle danze del pullman.
Arrivo. Riaccendendo il telefono leggo un numero tale di messaggi che è  apparso subito facile capire quanto sarebbe stato impossibile trascorrere dei giorni in assoluta spensieratezza e riposo.

Ripenso ai miei discorsi fighi. Ho voglia di chiamare la mia cara figa interlocutrice e rispondere alla domanda con la quale ci siamo salutati. Non una vacanza, non un week-end, ma una full immersion nella più sublime delle rotture di palle.

Il mio ospite mi attende fedele, ammaestrato, devoto. Cammina veloce, saltella. Capisco dalla sua camminata il perché di tante cose, ma proprio non mi riesce di condannarlo, per due ragioni: primo, nella sua follia costui è una persona autentica; secondo, vota nel mio collegio.

Impongo una doverosa pregiudiziale: che le nostre conversaz
ioni in questi giorni vertano su tutto, tranne che sui legami per via dei quali abbiamo intersecato i nostri destini.
Ancora una volta mi chiedo a chi davvero è rivolta la mia esortazione. Perché sono io stesso a disobbedirmi, non nelle parole, ma nei pensieri, e nelle opere e omissioni.

Quelle stradine tutte uguali e quei portici gridano di aneddoti, di scazzi, di gestualità affidate all'aere. Nel silenzio antelucano, una via riecheggia ancora della cantilena incisa dalle rotelle del mio trolley celeste, fedele compagno di tante prese in culo.
Soprattutto in quei vicoli cessi tante volte percorsi, più di quanto non si sappia.

Il resto è stato una continua lotta tra me, la mia miopia e la ristrettezza del mio campo visivo. Nonché un delizioso compendio etologico sulla capacità umana di fare letteralmente a pezzi la concretezza e la verità.

Un episodio che mi ha fatto tenerezza.
La minuta biondina si appresta a rivolgermi la parola con le labbra timide. Praticante avvocato, si rivolge al mio compare:

- Sei un cafone a non presentarmi il tuo amico.- Le sorrido, e tolgo il mio ospite da ogni imbarazzo appropinquandomi verso costei.

- Piacere, Silvia. - mi risponde. Mi viene da ridere, come al solito.

Faceva caldo al parco. Il giorno prima io ed il mio ospite disquisivamo sulle ingiustizie della vita seduti alla panchina, proprio lì dove siamo fermi a discutere  dei delitti e delle pene, con la praticante avvocatessa . Lui, lagnandosi, si riferiva alla sorte beffarda che lo ha privato del suo affetto principale. Io alla sciagura di non poter affondare i miei incisivi nelle torte sacher della pasticceria Castiglione.

La avvocatessa Silvia parlava, mentre io, senza ascoltarla, sfidavo la mia miopia ed il sole invasivo.

"...Anche un bacio estorto è punito come una violenza sessuale."

All'udire quelle parole, nell'incrudelità generale, scoppiai in una fragorosa risata. Pensavo al doppio volto della fessaggine.
Una menzogna cubica avrebbe fatto di una persona, un fuorilegge.

Un buco nel culo bello largo, con la ferma e responsabile capacità di confrontarsi con la verità, avrebbe fatto onore.

A distanze siderali, che deridono le velleità geografiche, gli individui esercitano, più o meno intensamente, la loro personale lotta.
Perché lottano?

Perché sono fessi.

mercoledì 15 aprile 2009

Lesson N

Mi ficcano in casini assurdi. Gli altri. Perché se fosse stato per me questa gente non sarebbe mai esistita. Così come un passante che ti incrocia per strada, ti pesta il piede e chiede scusa, è come se morisse perché non tornerà più nella tua vita; così le persone di cui ignori le vicissitudini è come se non fossero mai nate.

Per via di oscure ed indecifrabili manovre del fato invece esse irrompono nei delicati spigoli di un equilibrio già ontologicamente dissestato e si attaccano al tuo pane quotidiano come i koala ai rami del baobab.
Cosicché quell'asilo che durante la debita azzurra età mi guardai bene dal frequentare, ritenendolo uno stucchevole spreco di tempo, mi ritrovo a doverlo sperimentare oggi.

Se non scrivo più con ritmi forsennati è perché ho cominciato a masticare un po' di ritrosia nello sventolare i cavoli miei. Esplosiva miscela: un periodo di scarsa propensione all'autoironia, mancanza di tempo, tastiera del pc affetta da "tasteoporosi", batteria del pc affetta da litio-diabete, cronica assenza di novità che valga la pena di ostentare in prosa orripilante per i cultori della fraseologia fastfood.
Carenza di stimoli dovuta alla scomparsa di altri decenti prosatori (-trici, per la verità) che arricchivano la dialettica della scrittura, e che ora prediligono il deprimente svilimento indotto dai social network sul potenziale creativo della mente, essiccando quelle piacevoli doti.

Leggo poco e scrivo poco, perché non vi è più reciprocità.
Ed anche perché pago tuttora un deprecabile dazio alla condizione di essere letto, laddove non mi riesce di essere più dissacrante e irriverente su episodi dalle tinte cosmicomiche.
Così come mi si è incrinata la voglia di ridere e sbeffeggiare dopo la tragedia del terremoto in Abruzzo.

Però il processo di autoanalisi continua senza pitstop, rifornimento e cambio gomme. E facciamo passi da gigante. In questo periodo ho appreso diverse cose che elenco:

Quando mi incazzo ho difficoltà a percepire le mutazioni del mondo intorno. Fatto sta che mi ritrovo a urlare al telefono sotto un acquazzone della malora, perché sotto l'unico riparo possibile all'esterno del ristorante in cui mi trovavo, c'era gente che fumava e che avrebbe intessuto con me una bionivoca corrispondenza di cacamento di cazzo.
Cosicchè, guidato da un vigile istinto di autoconservazione, ho trovato riparo sotto una pensilina di canne di bambù utili come se si volesse riempire un secchio con un colino.

Quando mi incazzo è difficile capire perché mi sto incazzando, non lo so nemmeno io. Ma mi capita talmente raramente che pur essendo difficile ricavarne le motivazioni, state certi che ci sono. Non si sa quali, ma ci sono.

Quando mi incazzo non gesticolo. Perché non sto recitando, ma sto consumando litri di bile.

Ho imparato che le invasioni degli argini che si interpongono tra il mio arroccamento breve (lessico da scacchi appreso da poche ore) e tutto il resto, mi crea scompensi intestinali accelerando in maniera anomala lo smaltimento dei reflui acidi lungo il cavo orale.

Ho imparato che coloro che provano nostalgia per me possono benissimo munirsi di tamagotchi. Eppure, sono certo, con la mania di voler dare tutto per scontato e dovuto, pure un coniglio elettronico si cacherebbe il cazzo.

Adirarmi e trattar male gli altri è un ombroso atto di amore che è pure esagerato.

Ho capito che è inutile che mi ostino a voler distrarmi a destra e a sinistra alla ricerca di buchi con la carne di femmina intorno; perché quel momento di estasi non ce la fa a compensare il baratro d'angoscia che mi si svuota sotto i piedi appena esaurito il picco. Quando desideresti farti gli impacchi di benzene per levar via un odore straniero sulla pelle, e cancellare le impronte di carezze che non corrispondono alla mano che è stata capace di spalmare la vita sul tuo corpo.

Imparo. Ogni volta che imparo è solo una voce nuova che si aggiunge al novero delle mie repulsioni.

Nella meditabonda nullafacenza ho capito cosa ho sbagliato. Facevo un giochino scemo: dovevo trovare cinque eroi da cartone animato in cui il mio fanciullino si sarebbe dovuto riconoscere. Ma quali? Al terzo eroe ero in crisi.
Non ne conoscevo altri.

Ecco dove ho sbagliato, all'epoca dei primi peli sull'inguine avrei dovuto farmi gli occhi su Zora la Vampira, non sui sonetti di Guido Guinizzelli.
Di certo adesso sarei capace di mandare a fanculo la gente senza nemmeno quel retrogusto di interrogativi propri di chi ha più di un neurone sul lato oscuro della luna.
E non sentirei i cazzotti in testa mentre mi infilo tra cosce sconosciute, in mezzo alle quali è facile sentirsi orfani e lontani da casa.

E poiché io credo sempre di poter plasmare le cose come voglio, sto scaricando l'intera serie di Daitarn III.
Un mix oscuro di pietà e giustizia permeava i meganoidi di quella serie, così come il conflitto tra
Banjo ed il meganoide balbuziente DonZaucker (che conteneva il cervello di suo padre) aveva un non so che di kafkiano.
Che se avessi letto Zora la Vampira non avrei potuto cogliere. Avrei amato senza cognizione, più spensierato ma più scellerato, come un meganoide e non come un uomo.





Questa canzone me l'hanno messa in testa stasera, anche se non c'entra una mazza con quello che ho scritto, o forse no...

mercoledì 1 aprile 2009

Le luci della città

L'ultima volta che ho indossato il pigiama alle 20.30 ora illegale, avevo 8 anni. Avevo trascorso il pomeriggio a giocare a nascondino in un territorio vasto quanto un intero comparto di Piano Regolatore; l'area di verde pubblico con pineta era un rifugio sicuro per non essere scovato, ed il gioco lo prendevo talmente sul serio da rotolarmi sull'erba madida e nel fango, pur di scamparmela.
Peccato che anziché rotolarmi con gli anfibi e la mimetica, ero vestito come si conviene ad un ragazzino che raccontava ai suoi di recarsi devotamente alla parrocchia.
Non avevo ancora ben chiaro, nell'età dell'incoscienza, il trade off tra la vittoria a nascondino e le percosse paterne che mi attendevano precise, senza errabondi imprevisti, nel guadagnare l'uscio di casa con gli abiti lerci come una balla di fieno trainata da buoi con la diarrea.

Era il novembre palloso, ed io solevo così menare il giorno.
Fanculo ai flashback.

Compresi la necessità di asportare l'austerità e l'impegno al di fuori dai ludici meccanismi vitali, quando, quella sera, sacrificai in nome di quella gogliardica competizione tra scalmanati, un paio di bellissimi stivaletti di pelle di camoscio, chiari, con appena due di giorni di vita.
Fui sollevato di forza dagli avambracci pelosi di mio padre, trasportato nei pressi della vasca da bagno, denudato, e utilizzato come cavia per sperimentare il principio di Archimede, sviluppando l'attitudine all'apnea.
Ma quello era niente se paragonato al rito dell'asciugatura dei capelli.
Con il beccuccio dell'asciugacapelli che veniva fatto strisciare come  una rovente  aspirapolvere  ai raggi UVA sul mio cuoio capelluto, per garantire un'arsura tale da carbonizzare il cuscino nottetempo.
Avevo la classica riga a lato, propria di ogni bravo ragazzo taciturno.
Per questo Raffaele Fitto mi sta ampiamente sui maroni. Mica perché fa inviare gli ispettori di Angelino Alfano (che assomiglia al pupazzetto del castoro mentadent che mi fu regalato dal dentista quella prima volta che osarono profanarmi la bocca) nel tribunale presso il quale procede l'inchiesta sulle sue tangenti.

Giocavo con la forbice e mi ritoccavo la curvatura delle unghia delle dita dei piedi.
Quelli sì che erano bei tempi. Ed ogni cazzata è buona per ricordarli.
Meglio cogliere un piccolo insignificante gesto di una normale giornata e utilizzarlo come ponte verso un ricordo lieto e sorridente, che associarvi gli stucchevoli rimandi che ingiungono quando le briglie sono sciolte.

Devo ammettere che, da quando ho lasciato la ricerca, i caffè del pomeriggio hanno un sapore più piacevole, perchè alleggeriti dal fardello del senso di colpa.
Ancora meglio se penso a quel piccolo plico che giace sulla mensola della libreria; contiene un passaporto e due biglietti. Perché purtroppo è previsto il ritorno.
Mi ha divertito leggere un dispaccio inviatomi da un caro amico che si sta adoperando a trovarmi un giaciglio là dove andrò. Ha attivato i suoi benigni canali religiosi, e nella mail che ha inviato ai suoi confratelli, egli ha scritto: "non è un credente, ma è un bravo ragazzo".
Mi dispiace davvero di offrire questa tediosa immagine di me.

Altro lato comico è la incalzante insofferenza del genitore che si impegna a contrassegnare ogni ora con una sciocca domanda circa la sorte che mi attende dall'altra parte dell'oceano.
Ho comprato un'armonica diatonica, e credo di non abbisognare di altro.

Potrei, ad esempio, vagabondare. Come il tramp!
E nella mia erranza, imbattermi ad un angolino della metropoli con una persona di quelle che non ti accorgi che esistono. Perché le persone giacciono in questa specie di guscio che le ignora. Invisibile.

Quell'angolino mi pare d'averlo già visto in un pomeriggio della primavera dello scorso anno. Stavo da solo in un posto dove non capivo un accidenti di quello che la gente diceva con quella R moscia.
Vabbe' che di muretti bianchi nel mondo ce ne sono un bordello. Ma questa persona?
Potrei darle un nome francese, ma comincio ad averne le palle rigonfie al punto da farmi indurire le cisti di 'sti nomi.

Toh, ma è cieca! Provo a toccarla, a sfiorarla, ma lei non riconosce la direzione delle mie mani. Ne sente il calore, forse, altrimenti oltre ad essere cieca è pure 'na cretina. Vende dei fiori, ma più che altro, mendica.
Mi viene in mente di invitarla ad un concerto. Almeno sente qualosa, visto che sugli occhi non facciamo affidamento.
La recidività danza senza sospetto tra il peccato e la virtù.
Disegno il giudizio universale che mi garba, a seconda del piacere che accarezzo; che mi potrebbe fluire ovunque al pensiero di una notte trascorsa con le mie dita intrecciate alla sua mano. Che quella mano è il ponte tra la sua cecità, il suo silenzio, e questo rumore cacacazzo che fa la polveriera della mia coscienza.

La invito, sì. Sono un po' impacciato per la verità.
Perché
non dormo, io ho gli occhi aperti... Guardo fuori e guardo intorno. Com'è gonfia la strada di polvere e vento nel viale del ritorno...

Lei non c'ha un quattrino. Ha un mazzo di garofani chiari e margherite profumate. Non ha nemmeno il tempo per venire al concerto, c'ha da fare. Così dice. Del resto, gli impegni sono impegni.

Probabilmente deve dormire tutto il giorno. Ed è giusto, vivere stanca, lo diceva persino Pavese: arriva un giorno in cui si accumula talmente tanta fatica... ed è preferibile riposarsi tutto il giorno.
Non insisterò, volterò l'angolo dopo averla sfiorata, e me ne andrò.

Io poi combino le mie autonome cazzate quotidiane. Tipo andarmi ad ubriacare qua e là quando capita, e a fare i conti simpaticamente con la volubilità.
Però sarà la sfiga, ma io in questa cieca venditrice di fiori mi ci imbatto.
Che poi io lo faccio un po' capitare di passare per quell'angolino. Magari mi invento qualche verosimile ragione che mi conduce, guarda caso, a dover passar di là.

La venditrice di fiori è cieca. Le chiedo di accompagnarla a casa, e lei si mette sottobraccio. Vorrei abbracciarla, ma forse oso troppo. Si sgancia.

Vabbuò è cieca, c'aggia fa? Confonde le persone perché nate a pochi chilometri di distanza, ma forse confonde pure se stessa e le consone reazioni. Boh.
Però vale la pena farsi riempire di pugni, anche solo per celebrare un temporaneo fanculo alle cui spalle aggrapparsi.
La scena del pugile è bellissima.

Come finisce? Io creperò di caldo.
Al tramp finisce così:





giovedì 19 marzo 2009

Ingiurie e spergiuri

Mettere in ordine la propria stanza, durante l'unico buco della propria agenda, è commovente. Strappi via documenti, articoli; riponi volumi, nascondi cimeli; riprendi dei libri che possono tornare ad essere importanti; scalzi via lettere scritte e non spedite.

Ritorni tra i corridoi delle metropolitane; nelle prenotazioni scadute; nel traballante cesso dei treni di cui conservi, in un album rettangolare, tutti i biglietti gelosamente conservati; riscoprendo con sorpresa quanto quei posti in seconda classe fossero diretti tutti alla medesima meta, pur avendo terminato la loro corsa traversa in stazioni diverse.
I maldestri saluti.

Nella stanza dei bottoni, le narcotiche pareti si vestono di avvisi vecchi almeno di un paio d'anni. I grigi volti che si stagliano sui quotidiani della mattina mi guardano e mi stringono le mani, elargendo gratuitamente rispetti e promesse senza tener conto del tasso di rischio.
Cerco una postazione dove avere la certezza di poter scrivere.

Io ho un problema. Uno vero. Non le sterili vulgate da autobus.

Dovrei forse riportare che ho i capelli più lunghi, la frequenza cardiaca, la ricomposizione delle unghia sugli alluci, e lo stato di consistenza della suola delle mie scarpe.

Non riesco a non scrivere, e a questo eterno conflitto ho ridotto il massimo della mia autodialettica. Che poi, come si fa a resistere alla tentazione di riportare fedelmente alla luce i guasti indotti dall'infelice intersezione tra me e il mondo?

Come fare a non ruggire davanti alla tastiera consumata dal farmi dar retta, quando a sorriderti è un lumicino miope, nell'ora in cui il resto del mondo sta bevendo, scopando, dormendo, scrivendo tesi, lavorando in una cockeria, guardando un film porno, o attendendo Gabriele La Porta  perchè il suicidio non gli pare una risoluzione dei problemi altrettanto cruenta.

Tutto questo non va letto, va fatto proprio come il tampone di emocicatrol quando esce il sangue dal naso. Lo sto esprimendo come il monologo di Marco Antonio nel Giulio Cesare di Shakespeare.

Piove e le spazzole del tergicristallo della mia macchina sono rotte. Il mio compare ha terminato la sua birra, ed io racconto arbitrariamente il plot dei miei ultimi giorni. Mi guarda sconcertato ma neanche molto sorpreso. Lo hobbit che ci  porge i piattini del dolce si porta via la ciotolina con l'organico residuo degli stuzzichini. Le olive rese insipide dal mio stoico raffreddore. La tipica ciambellina fritta, ripiena di crema pasticciera, guarnita di amarene e zucchero a velo si deposita goffamente in fondo allo stomaco, per aggiungere un grave alle tumultuose riserve di veleno.

- Ma queste tue cazzate, per ragioni economiche, non puoi provare a farle qui nei dintorni?

Piove mentre ripongo nell'apposito cassonetto il mio fu pacchetto da 20; mi faccio qualche rapido calcolo, tanto per non smarrire l'imprinting, e comprendo che allo stato attuale devo smettere di fumare.

- Vedi, io credo, nonostante tutto, di voler bene alle persone.

- ...

- Quando qualcuno mi chiede "come stai?", oppure "come è andata?", io faccio di tutto per non dare risposte scontate tipo "bene" o "male", e quando decido di rispondere, mi adopero per fornire un concetto esaustivo, senza tuttavia rivelare dettagli sull'oggetto della richiesta.

- ...

- Un atto di generosa buona volontà che non tutti colgono.

- ...

- Perché voi vi ostinate invece a voler rovinare tutto? Perchè, in seguito alla mia risposta, non vi appagate, ed evitate di proseguire con la vostra spregiudicata curiosità, inanellando quella raffica di petulanti scarabocchi del pensiero quali "...perché?", "...come mai?", "...e che è successo?" che mi fanno arrabbiare?
Perché poi non so proprio che diavolo rispondere?

- ...


Rientro a casa stanco. Raramente mi era capitato di attendere con ansia il sabato per stanchezza. Quando si è complici di una vita inattesa e inopportuna la si recita con noncuranza, e il cruccio maggiore diviene la modalità con cui concludere le ore notturne.
Dove andare a bere, come tediarsi tra le bandiere tricolore; se fare una chiamata X e farsi sollazzare le palle da qualche ignara.

Mi vien voglia di andare a letto presto. Prendere in considerazione l'idea che esiste persino il riposo tra le opzioni in fondo a quella consueta statale che giornalmente percorro come fossi Bruno Cortona.
La stanchezza aumenta alla consapevolezza di avere ancora qualcosa da fare e da leggere. Delle missive da scrivere, dati da guardare, elenchi da trasmettere chiamate da appuntare. Un messaggio mi informa che ci sarà un tavolo romano a cui mi dovrò sedere, un altro mi ringrazia per la tempestività. Qualcuno si scusa. Qualcuno si scoccia. Qualcuna vorrebbe ridestare la mia attenzione approvando persino la grazia con cui espello i torbidi muchi dalle mie vulcaniche narici.

Qualcuno, scellerato bastardo, mi vuole informare e riesce nell'impensabile miracolo di rovinarmi parecchie giornate.

E mi torna la voglia di scrivere qualche racconto, ma in verità ho poche idee e parecchie scadenze. Maledico il mio cervello con vigorosa indisponenza., perché mi porta a conclusioni bizzarre a cui stento a credere per l'attendibilità della mia ipotesi galileana.

Vivere e analizzare è una eterna scoperta tra gusti deliziosi e cacate pazzesche.
Appuro, ad esempio, che non piace ritrovarmi nei panni sconci degli altrui discorsi, soprattutto quando non pare accessibile l'adito scranno a cui tendo spontaneamente, ma non razionalmente.

Intanto fa di nuovo un freddo della miseria. E crucciarmi delle malefatte climatiche mi riesce ancora a preoccupare, mentre si nebulizza il resto della favoletta.

domenica 2 novembre 2008

La favola del nipote cambiato

10






Non guardarmi in quella maniera, assottigliando le labbra e sbracciando le ciglia. Com'io modifico nella mia immaginazione la tua smorfia. Perché sicuramente sarai indifferente, come nella foto che stavolta non ho guardato. Il fatto è che nonostante siano trascorsi quindici anni, proprio non riesco ancora a individuarti all'interno di quel prismoide di legno lucido e castano.
E neppure dietro quella tenda di marmo verdognolo con sfumature venose come la mano di un anziano. Come un vetro che si traveste da specchio, è quella lapide dove posso scavare il mio volto piegato come un bassorilievo.
Quest'anno, da mascalzone che sono, non mi sono presentato.
E te lo dico adesso, francamente. Non mi presenterò nemmeno il prossimo anno. E neanche a Natale e a Pasqua. E nemmeno il giorno del tuo compleanno. Nemmeno il giorno dell'anniversario del tuo commiato.
Correva l'anno 1993. Mia zia osservava i balconi pieni di fiori e ciascun oggetto che nasceva al suo sguardo sapeva raccontare lo strazio della tua morte. Persino un davanzale anonimo, freddo, e straniero che si faceva mordere dalla brina di settembre con noncurante scazzaggine.
Più o meno la medesima che mi sta inflaccidando le ossa delle gambe in questi giorni di magra e fame.

Quel pomeriggio mi facevano schifo i ragazzetti che urlavano smontando i relitti di una giostrina arrugginita e rossastra, ridendo a qualche metro dalle lacrime sordide di mia madre.
Con un po' di istrionismo ortografico, il giorno dopo ho trasformato il 9 in una G, ed il 3 in una F. Mi firmo con una data.
Ma lì, dove sei ubicato attualmente, non ci voglio rimettere piede.

Il binocolo che mi hai lasciato per scrutare le stelle devo ancora farlo riparare. La lente destra deve essersi distorta. Anche se dubito che si riesca a trovare un ottico capace per risistemare simili gioiellini. Male che vada socchiudo un occhio e tiro avanti. Come nella vita.

Volevo avvisarti di alcune cose, nonno. Il PD non riesce a far breccia nell'elettorato bifolco. Se riesco a metter mano su qualche documento, stavo pensando di servirmi meschinamente del tuo nome per praticare una sorta di ricatto morale verso gli ex coloni a cui tu hai consentito di coltivare i campi e cibarsi di gelsi e castagne. O a quello che ne resta, visto che io corro verso i tristissimi trentanni, col brizzolo adelante, ed il contado è ridotto ad una generazione con la memoria appiombata.  
Lo so, sarebbe anche una pratica democristiana. Ma tu approverai. Del resto, è quello l'ambiente in cui ho vissuto.

Chissà se te lo saresti mai immaginato che io avrei ripercorso le tue orme, muovendo i primi passi all'ombra di una quercia che voleva risciacquare la muffa depositata sulla falce e il martello.
Una donna prematuramente vedova, una "compagna", che conoscevo per la sua funzione di addetta alle braciole alla festa de L'Unità,  nonché per la fama di spalanca-gambe in favore della nomenklatura leninista locale,
una sera mi inseguì  commossa tra i tavolini delle riffe, e gli spiedi grondanti di grasso suino.
Inneggiando al tuo nome mi ringraziava ancora una volta della fortuna che ebbe quando tu la collocasti a lavorare nelle cucine e nelle lavanderie dell'ospedale. Lei era comunista e tu degasperiano.
Mi riconobbe finalmente, ed io constatai con mestizia che  dai quei tempi ad oggi, l'ospedale non esisteva più e la donna invecchiata e sfatta non avrebbe potuto più concedersi.
 
Eravamo il partito più gerontocratico. Adesso invece abbiamo una ministra-ombra per le politiche giovanili, alla quale non disdegnerei un colpetto ben indirizzato.
A tal proposito ti voglio ricordare che tua figlia, mia madre, ha preso parte alla manifestazione del PD nonostante gli acciacchi fisici e metafisici che contraddistinguono la classica lagnosità femminea, mentre i due maschietti vanno rieducati. Uno votava Udeur, ma lo faceva con placida ingenuità, si può salvare. L'altro indulge nell'immonda pratica di sostegno forzaitaliota.
Intervieni tu oniricamente, fa qualcosa! Visto che costui più di una quarantina di anni fa sguazzava incerto nel tuo liquido seminale.
Secondo me è sempre stata colpa di mia zia, che sarà pure una donna di qualità eccelsa quanto a strombazzature ormonali, ma l'encefalo spesso rappresentava  per lei un mero trasporto eccezionale nel suo piacevolissimo cranio.

A parte questo, tu sei nel regno della verità, in qualunque platonica dimensione sia confinata l'illusione di non sbriciolare del tutto le attese e le speranze della vita. Se volessi raccontarti la maniera del mio trastullo giornaliero non farei altro che tediarti con un canovaccio che tu hai già visto, e probabilmente giudicato.
Però ugualmente consentimi di rivederti dietro la tua scrivania. Alle tue spalle è appesa al muro una carta topografica larga e gialla. Tu batti con destrezza i tasti della vecchia olivetti che adesso è seppellita nel ripostiglio presso i borsoni da viaggio.
Facciamo finta che io avrei dovuto essere all'asilo, e quella mattina, come sempre, mi ero intenzionalmente cacato addosso per non dover spartire il mio tempo con altri spermatozoi che purtroppo avevano colto nel segno, germogliando poi in altri esseri umani.
Mi facevano ribrezzo in particolare quelli che si presentavano senza grembiule, e avevano perdite di muco dalle narici appestate.
Tu mi saresti venuto a prendere dopo la telefonata napoletana di quella megera della maestra, con la tua 500 bianca che puzzava di benzina e saltellava alle buche. Dopo il candeggio inferto al mio culo infantile e qualche inconcludente schiaffo materno, mi avresti portato con te.
E dalla sedia dove mi sedevo, ti guardo adesso e ti confido la mia vita nel suo valore attuale.

Sai nonno, ancora non riesco a capire perché cacchio non ci hai mai rivelato che quando zappavi e ti sollecitava la vescica, interrompevi l'agreste opera e pisciavi sangue anziché urina.
Quando in ospedale ti vidi qualche mese dopo, con quella sacca appesa all'inguine, all'idea che quel tubicino ti si infilasse dritto nell'uretere, mi veniva voglia di stipulare una polizza sul cazzo.

Lo zio milanese aveva una sua teoria. Secondo lui tu non ti sei mai ripreso dacchè nonna ci lasciò. Lo ricordo appena perchè non avevo nemmeno tre anni. Dicono che nonna fosse una donna di un carattere ostinato, un caratteraccio testardo e irremovibile. Pretendeva lei il controllo su tutto, decideva anche per le persone intorno, e sapeva come imporsi pur mantenendosi ad una discreta distanza dagli altri. A volte dava l'impressione di essere acida e presuntuosa. Tutti un po' si chiedevano come mai uno come te fosse così follemente rapito da questa persona.
Forse perché subentrano sollazzi dell'anima che non possono essere né spiegati, né compresi. Che non si sanno trasferire su altri volti ed altri intenti, che quando ti si appendono alle palle è un vero casino tranciarle via.
Ed io ora che cazzo faccio? Lo sai di cosa parlo.

Ho preso qualche bastonata professionale meritata. Leggo il Financial Times e provo a interpretare quello che succede. Tu che travedi il tempo, secondo te, in Italia rischiamo una crisi del debito? Sarebbe davvero un guaio.
Comunque volevo smettere di parlare, una volta tanto. Volevo guardarti ancora una volta, ammirarti. Vedere i capelli grigi staccarsi ad uno ad uno dalla chemioterapia, posarsi al suolo come petali al vento di novembre.
E tu, immobile, a nascondere il tuo male, a lavorare e ad esserci come un muro maestro che si distingueva dalla maggioranza, stantìa come un'anestesia.
Mi allacciavi le scarpe. Ed io uscivo la mattina di domenica per comprarti il giornale ed il tuo pacchetto di MS mild. Guardavi la foto di nonna, e l'amavi. Ed il dolore di non sentire più la sua voce, di non vederla vivere, di non sentirla respirare di notte ti scavava le rughe sulla fronte.
Bastavi a te stesso, come tutti dovremmo essere. Senza elemosinare dalla vita altrui le ragioni e l'orgoglio di stampare la scia del nostro passaggio nell'involontario soggiorno.
Essere fieri di aver sollevato il culo da quella poltrona posta nel salone della convivenza sociale, senza aver lasciato sedimentare troppa polvere dove riposavano le natiche assuefatte al mondo.
La noia era solo l'impressione di non aver fatto abbastanza.

Li sento quei tuoi colpi di tosse, con cui rimproveravi la tua solitudine. Li raccolgo dopo ogni boccata di Philip Morris che lascio disperdere nell'aria. Il fremito del silenzio e della distanza.
Parlare è bello ma sciocco, quando lo si fa per se stessi, ereticamente. Ogni parola scritta o sibilata è un ponte. Sai nonno, che cosa mi manca? Quando mi sentivo ascoltato davvero, quando il mio ponte approdava su un'isola. Un'isola abbastanza inacidita oggi, e talvolta marcatamente stupida; un'isola che mi faceva star bene, che mi irradiava col suo sorriso. Un'isola che non dovrebbe scrutare i miei segreti pensieri, che dovrei sforzarmi di non pensare qui presente, con lo sguardo sulle mie pagine.
Perché io devo scrivere per me soltanto. Come sempre.
Perché devo essere arrabbiato e distante. E non lasciare che lei confonda quel cazzo di ardore che dentro mi avvampa con la presunzione di avermi in pugno. Che mi si possa stritolare con la facilità con cui si potrebbero ritagliare gli inetti contorni di un uomo nella nebbia delle sue debolezze.
Forse è giunta l'ora che mi travesta da rimpianto, per aver constatato come mi si possa perdere così, con disarmante e depauperante tranquillità.
Nonno, ho un racconto incompiuto che non so come proseguire.
Ed è l'ostinata direzione che ho dato alla mia cieca speranza a frenarmi, oppure il risveglio di una cupida rabbia.
Ho avuto voglia di afferrare quella giumenta bruna che mi guardava stasera, e farle male fino a quando non mi fossi esaurito del tutto, fino allo stremo della resistenza al respiro.
Ho avuto voglia di far breccia nel silenzio, ma senza riuscire a collezionare qualche parola che non fosse banale.

Le rughe si scavano a guardare quelle foto. E lasciarsi bagnare dalla sensibilità che promana da un cuore che sanguina, come cantava Roger Waters. Una condanna speciale a vedere le cose nel loro opposto, e nella loro profondità. La condanna a non accontentarsi di facili perché.
Chissà come mi avresti visto tu, in una fredda notte.
Chissà come avresti stretto la mano alla persona che si intreccia nel sangue e nel profumo di questi pensieri miei immutati.
Avresti visto subito come è bella. Come avrebbe posto immediata coerenza e giustizia alle ragioni incomprensibili che la logica stana e condanna in tutto questo brodo nel mio inaspettabile maelstrom.
Sono certo che mi avresti sorriso.
Perché mantenere fede ad una promessa sacra come una vita a sè stante, vuol dire non rinunciarsi mai. Anche se questo vuol dire rispondere alle estreme conseguenze indotte dalla propria barbara natura di sconfinata fermezza.
Mai fermarsi, mai temere di guadare la distanza tra due isole, quando il ponte della parola sembra interrotto da una fitta coltre di imposta menzogna.

Ciao nonno. Grazie per aver tessuto il lenzuolo che riflette la luce del mondo e assorbe il sale dalla terra. Grazie se so odiare con coscienza e amare saldamente, unica maniera per fregar la morte.
Inciso: sono spaventosamente ed eccezionalmente originale da permettermi di citare ed emulare chi mi pare, senza muovermi in un piano di inferiorità.
Grazie per i libri e le bastonate, nonno, e le cicatrici sugli stinchi inferte dal rastrello gestito male.
Grazie se ancora sgonfio i bulbi oculari a prestare attenzione alla tua vita.
Per la purezza. La trasparenza. La colonna a cui accostarmi per recepire le tranvate.
Per il mio silenzio che assolve indelebile le bieche stronzate.