lunedì 28 gennaio 2013

Il peso del fumo

Avevo smesso circa un mese fa. Niente più monete da introdurre in quelle maledette macchinette self service delle stazioni di servizio.

Niente più mal di gola appena svegli. Qualche scrocco qua e là. Persino la voglia di tornare a correre e darmi un tono.

Stamane invece ci sono tornato, da lei, dalla mia sigaretta..Ci sono tornato tre volte. Complici un paio di notizie incoraggianti da dover immediatamente condividere con qualcuno e allo stesso tempo con nessuno. 

Perché è questo, in fondo, una sigaretta. Lasciarsi andare a qualcuno e nessuno allo stesso tempo, arginando ogni intento di cedevole donazione.

Ci sta, dopo una separazione recente. Come quando molli da poco una che ha condiviso una buona parte del tempo della tua vita. Dopo un po' vien voglia di tornare per brevi isolati istanti, per appagarsi un po' mediante essa. Perchè la brusca interruzione crea qualche scompenso, e malgrado la voglia di liberartene, di spegnere quella persona dalla propria vita, può essere faticoso rinunciare a quelle scopate garantite.

E allora magari ci torni, dopo un po', per l'ultima volta. Magari col pretesto di dare a quella dimensione una possibilità di resuscitazione, che non è altro che mero istantaneo usufrutto.
Tenendoti stretto un piacere vissuto con qualcuno e nessuno allo stesso tempo.

E stamane ci ho scopato 3 volte, con la mia sigaretta.

sabato 26 gennaio 2013

2020: crociata nello spazio

La mia crociata contro il "sabato sera" prosegue senza sosta, e se ci fosse una voce narrante senza inflessioni dialettali, la mia vita di queste ore sarebbe un documentario di super quark dal titolo: scoglionamento da week-end.

I colleghi di partito tentano di trascinarmi in una sagace discussione online circa l'utilizzo del noto brand "2020" per caratterizzare la nascita dell'ennesima sottomarca del pd da piazzare elettoralmente in questo roboante 2013.
E dopo qualche minuto la domanda che sorge da parte di qualcuno è la seguente: ma che minchia è 2020?
L'agenda di Lisbona non ha centrato nessun obiettivo, e se il 2020 gregoriano arriverà tra 7 anni, il 2020 europeo non arriverà forse mai.

Il vero problema di questa merda di crisi è che ha limitato il mio  giro d'affari al punto da costringermi a restare ancora ospite ingombrato nella dimora familiare, pur avendo raggiunto l'intollerabile soglia anagrafica della trasmigranza domiciliare, ed il raggiungimento della libertà provvisoria, in luogo dell'attuale libertà vigilata.

E così il documentario prosegue nella narrazione in cui si odono i nervosismi paterni, espressi mediante veementi perplessità sull'esatto punto di cottura delle seppie ripiene con pan grattato e formaggio. Tensioni certamente imputabili all'aver depositato i propri risparmi su un c/c della Monte dei Paschi, e all'aver investito notevoli somme in BOT a 1 anno che non renderanno un cazzo.

Vabbè che c'hai un profilo di rischio pari a quello di un criceto nella gabbia con la giostrina rotta, ma cristo, tutti quei tg1 economia???? Dopo aver udito questa scellerata notizia, ho cominciato a sperare che lo spread torni a salire, finanche ho meditato di votare Tremonti.

A tal proposito, il massimo di campagna elettorale che un consigliere comunale annoiato come me può fare, in questi giorni di porcellum, è spiegare allo zio disinformato la differenza che sussiste tra la scheda bianca, la scheda nulla, la scheda con un enorme fallo tratteggiato in calce, il non voto, il voto a silvio, il voto a monti, il voto al mio partito... va be', due palle.

Intanto, mio fratello palestrato ansima notevolmente e sbuffa rumorosamente per aver appena terminato una sessione di addominali extra che solitamente non pratica nei luoghi domestici.
Credo stia tentando di smaltire la rabbia di una settimana di vacanza in egitto con zoccolona incorporata che rischia di saltare per la sagacia di scegliere una simile meta giusto nel periodo di recrudescenza della primavera araba. Come dargli torto, se ci fosse ancora Mubarak, non avremmo di questi inconvenienti.

La mia ragazza mi mostra felice un importantissimo video circa un centro di recupero per cavalli maltrattati, e intanto odo sollevarsi ancora più nella mia mente l' Aria sulla IV corda di Bach....

... e mi chiedo, in questo disperato sabato dai piedi freddi, da scatolette di tonno e insalata scondita e tozzi di pane integrale, mentre la televisione nel tinello trasmette un vergognosissimo film con massimo boldi nella sua versione per non udenti (nella fattispecie, i miei, che hanno il volume impostato a 250/100), che mi desta furente l'odio verso la cadenza lombardo/veneta (pur avendo la zita lombarda)... e mi chiedo, dunque, come cazzo abbia fatto l'Italia a rendere apprezzabile uno come massimo boldi, e poi... che minchia vuol dire mai "2020"?


giovedì 24 gennaio 2013

Out Out

Le ultime cose che ho scritto fanno davvero pena, a parte l'avvincente episodio di una sega giustiziera della notte.
Occorre chiedersi se non sia necessario provare a scrivere qualcosa di diverso da una pippa sul perchè si scrive o non si scrive. A ben vedere sto per impipparmi anche adesso.

Ma  io ho cominciato a scrivere in una fase di risorgimento la bellezza di 6 anni fa, con alterne fortune. E per me ha rappresentato tanto, forse tutto. E non tutte quelle cagate da centrometristi della crisi esistenziale, o del sottoprodotto grafomane dell'astinenza da svuotamento della sacca scrotale. A tratti questa dimensione ha assunto contorni che hanno fagocitato tutte le altre vie di espressione normali per un umano medio di caratura insignificante.
Ma quando ad un certo punto ti pettini come alcor, ti vesti come alcor, magni come alcor, pisci come alcor, rispondi male alla gente come alcor, ti imputtani la vita al solo scopo di poter esaltare il tutto con quattro mirabolanti frasi su un blog disabitato, la cosa comincia a scadere nel patologico.

E lo è stato, patologico. Il bilancio di questo pasticciaccio nel suo periodo di massimo splendore nel recinto limitato di una community di provenienza (splinder), son stati il prosciugamento dei miei risparmi, la presa di coscienza che fare il ricercatore sarebbe stato l'equivalente di un'evirazione, tre o quattro fellatio guadagnate, l'illusine di poter apparire interessante, una temporanea via d'uscita dall'onicofagia alternata al fumo intensivo, ed infine mi ci son anche fidanzato grazie a 'sto blog del cazzo.

Poi il vuoto più vuoto e la necessità di sloggiare e ricominciare. Un bisogno sempre vivo ma mai assecondato nelle giuste dimensione.
Capita anche di beccare saltuariamente qualche frequentatore di quella sporca dozzina che ha prese parte a quella terapia di gruppo mascherata da estro e creatività, e una sorta di depressione latente è il minimo comune multiplo che si percepisce da una breve analisi del precipitato di queste vite che procedono senza contatti.
"Ma scrivete, cribbio, scrivete", suggerisco loro, spiegando le ragioni di uno sport liberatorio da assumere come terapia di convalescenza permanente dopo l'urto di una guerra quotidiana. La verità è che sono un bugiardo malefico, perchè sono io a ad aver bisogno di loro.
Il bisogno di ricostruire un presepe dove la storia si ferma, e far rinascere gesù bambino all'infinito, e mantenere gli attori nella stessa posizione a prosueguire i loro racconti, talvolta così ben scritti, senza fine. A scavare goliardicamente e sarcastcamente 'sto pozzo becero che è l'animo umano alla ricerca di non si sa che cosa. Il tutto nella semplicità di un fine a se stesso.

Perchè è da questo confronto permamente che mi son nutrito e mi sono ononisticamente dato un tono  con il quale riuscire aa riconoscermi. E nella lunga e lenta fase di autodistruzione incerta che permea l'esistenza, rinascere in una forma propria e autonoma ha rappresentato un fittizia ma divertente salvezza.
E vai così: pettinarsi come alcor, vestirsi come alcor, magnre come alcor, pisciare come alcor, rispondere male alla gente come alcor. Esserlo senza alcuna distinzione.

E se la didascalia sul copione mi suggersice di non nutrire alcuna speranza sulla qualità dell'umanità, ecco, lo registro senza colpo ferire.

E chi se ne frega del pubblico. La benzina non è mai stata il consenso di cui pure ho ampiamente goduto, no, il carburante è stata la compulsiva lettura di quanto producevano queste anime disperse nella lora naturalezza, nella loro così splendida insostenibilità del crescere.

Che quattro o cinque cazzatelle per un volumetto ci starebbero anche bene, ma questa indolenza a rifiutarsi di completare il giro è proprio disarmante. E ad un certo punto, quando si hanno trenta anni suonati, diventa una sorta di baluardo identitario e incorruttibile.

- Preferisci il mare o la montagna, Alcor?

- Mah, non so né nuotare né sciare...

- I boschi allora...

- Meglio il salotto.

martedì 15 gennaio 2013

Strisce gialle

Il concetto di fondo è il seguente: traferire la libertà in un alveo esclusivamente introspettivo, amplificarne i recinti angusti, e le pareti strette. Pescare la forma dell'inesorabile dal secchiello in cui possiamo conservarla, e riscoprire la fuga come atto di presa di coscienza per dominare il mortifero inesorabile.

Ma la fuga non è intendersi unicamente come atto di ribellione e contravvenzione alle convenzioni (steccati) dell'umano persistere. La fuga è l'accendere la luce sul cammino, la fuga è una chiave interpretativa. La fuga è un confronto a doppio binario con se stessi e con gli altri. La fuga è voler misurare le distanze provocate dall'incursione di migliaia di variabili impazzite.

Una riscoperta in cui anche l'immobilismo appare dinamico su una traiettoria costante, sapendo che tutti i tragitti terminano "inesorabilemente" verso un muro. Si può decidere di correre o di restare immoti su un pianeta destinato a collassare.

Ok,  ho finito di recensire le idee di una notte insonne, insidiata dai malware della mente, a proposito di una storia che vorrei essere bravo a saper scrivere.

venerdì 23 novembre 2012

ShYning




Perchè hai avvertito il richiamo di voler tornare in questo appartamento? Non sono più la persona aperta di un tempo. Azzardare una interpretazione oggi sarebbe come aver la consapevolezza di affidarsi ad un ombrellino rotto con cineree prospettive a sudovest.
Una volta ti ho lasciato perdere durante una passeggiata collettiva. Credo sia avvenuto dopo il penultimo Johnnie Walker della tua vita, e non stupirti di tanta memoria.
Feci qualche passo più avanti perché tu potessi essere assorbito dalle domande incuriosite di chi popolava abitualmente il mio mondo, mentre io marcavo la distanza con passi che moltiplicavano la reale consistenza dei centimetri tra i tuoi occhi e la mia schiena.

In quel divario proteso all'abbandono si è celata la parafrasi di tutti i nostri giorni, e la sua inestricabile contraddizione che ha reso possibile un'anarchica definizione del nostro tempo. Tanto più inspiegabile e rumorosa quella breve separazione lungo la strada, tanto più saremmo risaltati noi nell'unicità di un contrasto unificante.

E così in questo soggiorno hai deciso di deporre le armi. Devono esserci dei bicchieri puliti, lì, sulla mensola accanto al frigorifero. Sciacquali e leva via la polvere di questi anni. Regredisci per recuperare il tuo arché, ciò che genera unaa passione verso i propri prodotti tale da poter annientare in un'unica tornata un raggio di inappagamento lungo quanto il divario tra i propri desideri, e i passi avanti tesi a ripudiarli per un malecelato senso di sfida.

Presta attenzione anche ai tuoi pensieri, e ti accorgerai di quanto siano divenuti brevi, stretti, come una strada senza margini di esondazioni, aggrenziti. Dovresti riprovare con qualcosa di comico, se ne sei in grado.
Non chiamarmi  stasera, vado al cinema. Incontriamoci qualche minuto prima di mezzanotte, sul lungofiume della città in cui deciderai di narrare la tua vita incompleta. Questi vestiti che indossi, però, non sono adatti alla prossima scena, cambiati. E quando mi chiederai se avrò voglia di una  sigaretta, ridendo, ricorda le promesse appuntate sulle salviettine da bar. 

E ti restituirò le chiavi di casa.

domenica 23 settembre 2012

I trapezisti spezzati


Ogni volta, dopo l'ennesimo tentativo di chiamata abortita, si trasportava inconsapevolmente agli argini dove i sassi incontravano la sabbia sottile.

Maggie, ormai, non voleva più saperne, e s'era convinto anch'egli che ne aveva le giuste ragioni.

Non era il calore delle sue avare carezze a mancargli, no. Nemmeno le cantilene notturne. Il vero baratro consisteva nel non potersi più afferrare come se fossero trapezisti in volo attraverso il dissestato tragitto dell'esistenza. 
L'assenza era fatta di assenza di risposte a interrogativi che da soli non si era in grado neppure di esplorare, di assenza di comprensione a stati di disfatta in guerre ancora da dichiarare. Di incontri sempre puntuali perché la felicità non richiede appuntamenti concordati.
Di queste miserie si nutre il famelico verme della mancanza, non di altre grevi inadempienze.

Ed R. prese dunque a raccontarsi le sfumature di un'agonia talmente lancinante da non fargli provare alcun dolore, che piuttosto si vestiva di una quiete amara interrotta di frequente da fragorose risate di rigetto.
Nelle sue storie i volti degli umoni perdevano ogni connotato: si riempivano le fosse oculari, si asciugavano le labbra, si levigavano i nasi. Una comune tragedia si riconoscerebbe sulle pallide fronti di  ciascun uomo, senza sprecar sguardi ad individuarne i motivi dei volti e delle disillusioni.
 Le uniche sfumature che rendono speciale il dramma di ogni uomo, è la porta d'accesso da cui questo si presenta.

Allora occorrerebbe tenersi stretti, senza neppure riuscirsi a sfiorare, come trapezisti integri che si riconoscono senza neppure chiamarsi, volteggianti e certi che all'acme del proprio volo, al cambio di rotta che introduce al precipizio, ci sono le mani dell'altro.
Il sogno di questa straordinaria empatia l'aveva del tutto abbandonato. Maggie se ne era andata, e non rispondeva più. Lei era tornata ai luoghi verso cui sentiva il suo richiamo.
Investigare sulle ragioni di quel fato infelice avrebbe significato rinnegare la tragedia alla base dell'inconciliabilità tra gli esseri, e di riflesso, ripudiare quei volteggi di profondo amore che aveva vissuto lassù con lei, sul trapezio, prima che questo si spezzasse.

Semplicemente, senza plasmare i connotati della vittima, o del carnefice, durava nei suoi giorni in attesa che una smentita epocale facesse crollare il circo delle verità svuotate che aveva allestito intorno alla propria gabbia di pelle e parole.
Una sera, mentre assaporava un cognac, incontrò Hanna, sua vecchia conoscenza. A lei piacevano le sue espressioni marmoree e dure, che sembravano scolpite da un senso di forte controllo sulla realtà.
La trovò ingrassata e provata, e con le coscie scoperte.

Hanna lo guardava, e lui si lasciò sedurre, come se la cosa non lo riguardasse. A casa di Hanna c'era una cucina ordinata e un corridoio tappezzato di foto, quelle pareti trasudavano dalla voglia di convincere chi le abitava che un'identità propria è raggiungibile anche a buon mecato. Basta pagare con una buona memoria.
Hanna, spogliata, urlava appoggiata contro il muro, mentre R. spingeva con forza da dietro, e lei, piccola,  sembrava piegarsi a quell'irruenza, quasi strozzata. R. non cercò di capire quanto piacere ci fosse nelle urla di Hanna, sembrava quasi immune da ogni ascolto, e fece presto.
Appena ebbe finito, R., ancora nudo, si versò del vino bianco e si preparò per andarsene. Hanna, nel letto, imprecava  avverso la sua nota indifferenza, ancora singhiozzando.  Ma fu completamente ignorata.

Hanna, umiliata, tentò di richiamarlo a sé, e cominciò ad insultare il nome di Maggie.

R. non rivolse immediatamente i suoi pensieri a Maggie, né a quanto l'aveva amata. Pensò a quella volta in cui lei lo tradì. Stavano insieme da poco e lui occultò il fatto dalle sue conversazioni con lei spazzandolo lontano con scialbe citazioni nichiliste. Pensava che gli servisse da monito, per ricordargli che nulla mai sarebbe stato scontato.
R. aveva ancora il sigaro in bocca. La raggiunse e la guardò mentre si azzittiva e si copriva le nudità con terrorizzato pudore.
Per un attimò gli sembrò anche bella adornata da un'aurea di sottomissione e vergogna.
Hanna cominciò a piangere. Un pianto infatile nutrito da un desiderio malriposto, un pianto che manifestava lo strazio di non poterlo rapire per sempre, e tenerlo con sè. Un pianto che aveva il gusto della maledizione agognante un possesso illeggitmo che R. non seppe sopportare.

Allungò le sue braccia dure contro la donna in lacrime, e le strinse la gola tra le mani finchè un'espressione di morte non gli raccontò in pochi istanti di che sapore era stata la vita che lì cessava.

Il volto di Hanna sembrava aver acquisito dei contorni. Adesso aveva dei nuovi occhi, una bocca socchiusa che reclamavi baci onesti e labbra da non scassinare con prepotenza, ma da assoporare con delicatezza. R. la guardò e la vide emergere da un anonimato tragico ed equo che si scioglie nel rito dell'addio.
Lo stesso che accompagnava Maggie, quella sera in cui gli comunicò gelidamente che sarebbe partita.

- Puttana.

R. non si scompose, prese il suo sigaro e scomparve. 

martedì 31 luglio 2012

Sulle fronde dei lecci

Questa piazza è importante. Qui ho sporcato per la prima volta i miei pantaloni bianchi scivolando sul pavimento bagnato. Su quella panchina di sedevo repentinamente tutte le volte che giocavamo a pallone e mi accorgevo che mio padre stava per sbucare dal corso, e che non avrebbe gradito di scoprirmi lì, sudato e sporco, con la tramontana e il freddo. 

Da quella strada lì, invece, scappavamo alla vista dei vigili urbani. Una volta mi capitò di scappare da un vigile e di infilarmi proprio in quella strada, ma di ritrovarmi improvvisamente un altro vigile di fronte non appena girai l'angolo. 

Mi trascinarono di forza nel comando, mi conoscevano bene nonostante avessi otto anni, eppure non dissero nulla quando diedi loro false generalità. 

Le notti sino alle 3.00 sentivi di essere padrone assoluto di quegli spazi deserti che spopolati davano impressione di dilatarsi spropositatamente. E quelle nostre chiacchiere adolescenziali assurgevano a rango dei migliori discorsi che in quei luoghi furono mai stati condotti.

Quando si spegnevano le luci, tra le fronde dei lecci, si scorgevano queste stesse stelle che ci videro crescere, e che testimoniano di tutte le promesse infrante.

Quando una strada ti è cara, cerchi di percorrerla con il maggior numero possibile di bagagli, e chiedi alle persone più care, di condividere un tratto del tragitto. Non lo chiedi maii esplicitamente, attendi in cuor tuo che la sensibilità altrui arrivi a colmare lo spazio reso libero dai passi indietro di domande sottaciute.

E capita sovente di non riconoscersi più. Di mancar gli incontri perché le rispettive voci hanno provato a rintracciarsi parlando lingue diverse. Per queste ragioni sembrerebbe superfluo interrogarsi sulle ragioni del silenzio.

Un tempo ti emozionavi se ti indicavo Giove, e quella direzione riusciva a riempirsi di una poesia che ha ammutolito i suoi versi, e non scorre più.