giovedì 7 dicembre 2017

Questi fantasmi

La porta tra un mondo ed un altro è una scelta. Nostra o del fato.
Me lo chiedevo sempre, tutte le volte che stazionavo stabilmente sulla corsia di sinistra. Ogni volta che in curva resistevo sul mio tragitto senza remore, mi si apriva quel wormhole mentale su mondi paralleli. E se per una qualsiasi forza gravitazionale dovessi finire poco più a destra? Sotto questa mandria di pachidermi di ruggine e carbonio. 
Dove andrò? Chi conoscerò? 
Riuscirò a vedermi vivere al di fuori?

E se davvero ci sono finito là sotto, tra le mortali lamiere? Che cos'è questa dimensione che mi tocca vivere adesso? Una delle tante illusioni che confezionano un pacchetto diverso di scelte? 
Questa gentenuova chi è?
Io esisto ancora? O sono solo l'illusione di me stesso?

Che differenza avrebbe mai fatto? Alcuna. 

martedì 28 novembre 2017

Quel tanto così

Il pezzo di strada che mi piace provare a percorrere è quello spazio, quel tanto così.

Lo spio di continuo dal mio balcone lontano al primo piano, dove osservo il transito sempre uguale di calotte craniche in preda al maestrale che gela il pensiero dei viandanti. Alla distanza minima che non mi fa sentire gli odori, filtrati dal tabacco ormai dismesso, di quelli che mi spaventerebbe poi dover conservare nel mio personalissimo emporio degli affetti.

Guardo, invece, quel tratto che misura tanto così. E non so distinguere nella prospettiva se sia lungo oppure corto. 
Adoro i tuoi capelli biondi stressati dalle mille corse giornaliere, che si abbandonano alle mie carezze adagiandosi sulla mia mano che li raccoglie. Ma non indugerei mai un solo istante di più su quel magnifico tatto, e nel suo docile riposo,  se potessi correre su quel tratto di strada lungo tanto così.

I tuoi occhi verdi che riparano alla solita cancellazione dei contorni servita dalla notte. Non posso smarrirmi quando mi guardi, e non posso raccogliere le perdite del mio cuore vacillante ogni volta che me li ritrovo addosso, adornati dal tuo sorriso perfetto che non si è mai abituato a dover narrare come un disco di favole per i bambini, una serenità talvolta non scritta, spesso non pervenuta negli appuntamenti che la vita ci fissa in quel posto e in quell'ora dove ci facciamo comunque trovare.

Mi incanterei a intrecciare la musica delle tue parole e dei tuoi pensieri, del mistero dei tuoi sguardi, dell'armonia di ogni tuo respiro, ma io devo andare laggiù, lungo quel tratto che mi toglie il sonno che è sempre lì, a tanto così dal mio più bel passo.

A tanto così da adesso, da ieri, da ciò che non sappiamo ancora voler essere e che non importa battezzare se non con l'olio della pace che l'avvolge.
A tanto così da tutto, lì in fondo, c'è la porta che non si schiude. Il tuo mistero più prezioso, che non sa di sola gioia, che non raccoglie le farneticanti propagande della speranza a buon mercato. Che non riesce forse più a disegnarti al di fuori di te stessa, in compagnia di respiri non soltanto tuoi.
A tanto così dai momenti in cui vorrei sempre averti accanto, c'è quell'anfratto ignoto della tua anima da cui promana una forza smisurata e sconosciuta, che osservo in silenzio ammonendo ogni mio guizzo patetico di domande senza senso.
A tanto così da non lasciar sfuggire che frammenti di sofferenze e coraggio che hanno generato tutta l'inspiegabile bellezza di cui ti rivesti mentre parli, mentre ti muovi, mentre racconti le storie sempre identiche di una quotidianeità spesso scomodo.
Quel tanto così inarrivabile e meraviglioso che non vorrei mai sparisse perchè lì, in quell'inespugnabile perla travolta dalla vita ci sei soltanto tu protetta dal tuo bene supremo.

Tanto così, è il tragitto dei suoni che fanno impazzire la mia mente spegnendo ogni altra eco dell'universo.
Tanto così è il sentiero delle parole proibite, insignificanti nel linguaggio dei giorni attuali che non riusciranno mai a descrivere per intero un solo attimo che ti vede attraversare il mio cortile più indegno.

Tanto così, è lo spazio ai cui argini trovo dove potermi fermare, a respirare la brezza che da lì arriva... una risata al telefono, il profumo di una mela o di un rum dolciastro. Passeggiate che s'allungano tra vicoli popolati da balconi e piantine dagli strani nomi latini che solo tu pronunci.
Il freddo, la tua sciarpa che avvolge ogni strato di bellezza che popola il creato di cui conservo memoria.
Fughe come attimi senza tempo lontani dal chiasso delle incombenze.
Albe ritardatarie che si dimenticano di fiorire tra i cieli di Venere.

Tanto così, dal mio primo pensiero al risveglio dopo una mezzagiornata passata all'inferno, per cercare una pianta qualunque all'imbocco di questo pezzo di strada che conduce laggiù.
Curarne ogni foglia e vederla cercare il sole, perchè questa strada senza alcun indirizzo tra i ricordi umani, è il crocevia che più bramo, tra tutti i miei sogni e quella meraviglia che alberga in te, a tanto così da ogni istante.



venerdì 24 novembre 2017

If I rise

Un giorno sono morto e non ricordo nulla. Non ricordo il perchè.

Tra i miei racconti preferiti si narrano gesta infinite che si concludono con morti epiche, che trasformano anime in stelle, storie in racconti eterni, rincorse in inseguimenti che non tramonteranno mai.

Io sono morto quattro giorni fa. Alle 8.15 del mattino è stata constatata l'ora del decesso. Mi piaceva molto Albert Camus. Raccontavo, coglionamente, che l'incidente stradale sarebbe stata la mia principale probabilità di decesso.

Non ricordo come ci sono arrivato, come è successo. Il volto di chi mi ha salvato in quel momento.
Non ricordo il mio volto, non credo di averlo mai visto.

Qualunque alba proietti il giorno nel mondo, quella luce aveva di nuovo il sapore della penna indolente che non s'addormenta sui crinali della noia.
E che persino la mia stessa morte mi è stata trasmessa in replica. Neanche lì ho potuto avvertire il dolore arrampicarsi dalle viscere fino all'attico della coscienza.

Me l'hanno raccontata coloro che l'hanno vissuta al mio posto, che l'hanno sofferta mentre io fingevo di emanciparmi dall'indifferenza interrotta da qualche mal di testa. 
Non l'ho vissuta, come quasi nulla di ciò che segna l'esperienza dell'esistere di una ghianda o di una pigna.

Non vivremo mai, saremo solo racconti traumatici che si perderanno nel tempo.
E allora, torniamo a raccontare questi giorni e le loro menzogne.

sabato 18 novembre 2017

Resistenzialismo

Da dove si ricomincia? Io non lo so quanto si possa allontanare l'inquietudine prima che marcisca nel ridicolo. Se i palliativi che poggiamo su ferite dall'origine sconosciuta riescano ancora a disinfettare strappi che si incistiscono col tempo.
Questa giostra non conduce da nessuna parte. Ed ogni cosa non avrà mai alcun senso fino al suo compimento. Se scegli la libertà di questa smisurata galera le cui pareti si restringono con la stessa puntualità del tempo che transita senza raccontare nulla.

Doveva essere questo e non sarebbe stato diverso in qualunque altro angolo dell'universo.
E tu? Tu chi sei a completare questo nulla nutrendolo dell'insensatezza della pioggia, dell'insipidità delle fontane sporche dei paesi. Cosa vuoi? Cosa cerchi? Cosa ruberai alla mia libertà in tutti quei miseri istanti in cui proverai a raccontare un'inesistente immagine di me al tuo cervello sconosciuto persino a te stessa?

Non sarà la scrittura, nè una rassegnazione inalata al primo vagito di consapevolezza umana a rendere tutto meno amaro e tollerabile.


sabato 8 luglio 2017

Apocalypse Later

Ho osservato una lumaca strisciare lungo il filo di un rasoio, questo è il mio sogno, è il mio incubo: strisciare, scivolare lungo il filo di un rasoio e sopravvivere.

Non era questo l'attrezzo che avevi sempre desiderato impugnare? Guardalo bene, ha una comoda presa, non indurisce il palmo della mano, ed è leggero, pratico. Impari ad usarlo spontaneamente. Non ti ci devi applicare neanche.

Avanti, coraggio, non essere cauto, afferralo, è scarico. Non ti farà del male.

Sei oltremodo esitante. Avevi perduto ogni speranza di ritrovarlo qui a tua disposizione? Quanto a lungo lo hai cercato... e il solo pensiero di potertene impossessare così semplicemente ti sembra profanare ogni sforzo compiuto invano per poterlo ritrovare con le tue sole forze.
Hai mai pensato al tempo che hai impiegato? Alle rinunce che mentalmente offrivi in pasto alla sorte affinché accorciasse la maturazione della tua conquista. Alle scommesse giocate con la tua anima affinché tu barattassi qualche frammento della tua anima per godere finalmente del tuo desiderio.
E ora quell'inutile commercio, quella frode della tua mente che aggirava il fuoco della tua realtà, evapora lasciando il sale bruciante di una vita non più avvolgibile al suo antico destino.

Persino le consolatorie esperienze sembrano palliativi che crollano al peso dell'inganno. Nessuna esperienza, nessuna crescita. Solo del bianco espanso sui peli della tua barba. Solo una pelle più ruvida e le mani più gonfie. 
Fai la tosse e annoveri dolori sparsi senza origine.
Ti stai estinguendo. Com'è naturale che s'estingue la vita.

Ricorderai a stento quelle mancanze, ti incatenerai presto al pensiero che sarà sfuggito via qualcosa dagli innumerevoli appelli lungo le file umane del rancio.
Hai cominciato a non ascoltare nemmeno il tuo nome.

Un giorno sparirà tutto, e nulla si collocherà al giusto posto. Non avrai alcuna spiegazione al tuo dubbio latente, non incontrerai quei volti che hanno scavato rughe sempre diverse sulla piana dei ricordi.
No ti resteranno altre che le ultime parole che hai saputo raccogliere nell'appendice finale delle tue rubriche umane.

Neanche ora, all'esplosione di questo magnifico nulla.

venerdì 18 settembre 2015

La strada senza nome

Quelle strade avevano un sapore di gomma nuova, di lavori sempre in corso, di notti intrappolate nei labirinti della nebbia anche quando erano sequestrate coi sigilli del giorno.
La prima corsia per coloro che stanno per raggiungere casa, la seconda per coloro che la raggiungeranno con la pazienza delle lunghe distanze e della costanza, la terza corsia per quelli che scappano anche quando non sanno neppure da dove provengono.
Era la strada delle 19.30, quella dello svincolo che precede la telefonata per avvisare di poter preparare la cena. Quella che si consuma in fretta come l'alba di una domenica mattina di fine estate. La strada dei racconti e dei ragguagli sullo stato di salute di  tutti quelli che figurano accidentalmente tra i comprimari di questa morta storia,  la strada delle parole da giorni attese e conservate per essere spese tra quei limiti e quelle gallerie controllate da fari indiscreti.
Alle spalle la metropoli e le sue luci che spingono il cielo ancora più in alto, dinanzi le montagne in filigrana ricamate come toppe di mondo sul drappo madido e buio che non donosce bordi e confini. Abbiamo poco da mangiare domani, ma tanto siamo dieta, vero?
Se sbagliassi l'uscita le montagne cominceranno a sollevarsi sotto i nostri piedi senza che ce ne accorgiamo, ed un tuo urlo mi rimprovererà per la disattenzione, mettendo tutto in discussione.

Un sibilo sembra attraversare anche la strada più silenziosa che taglia un campo non illuminato prima del grande cancello che apparirà alla nostra sinistra.
Un sibilo ininterrotto che sembra irradiarsi da tutte quelle luci, che sembra portarsi dentro, come il cesto di un raccoglitore di cotone, tutte le voci che hanno riempito questi spazi intorno. 
Come un fumo impercettibile nella sua consistenza e negli odori si infonde e si raffredda senza che se ne rilevi traccia in quella normalità  così straniera e  imponderabile.
La mattina getta solo un po' di luce senza azzardarsi a rischiarare nulla fino in fondo. Sembra che le voci ristagnino arenandosi sulle dorsali dei monti a nord. Non è la nebbia dell'atmosfera o delle basse pressioni, o delle conche naturali ad abbassarsi. Sembrano le sospensioni di tutte le anime che popolano quella terra.

Un freddo che ti prende dentro alimentandosi da un chiasso indistinto, dove solo il suono della sua voce sembrava zittire l'urlo strozzato degli affanni a fine corsa, l'indispettito spiare del sole tra i nembi, e le stelle camuffate da aerei immobili come mosche indecise.

Volti sconosciuti che prendevano forma umana a partire da poltrone svuotate di senso, e vilipesi scheletri ricoperti di carne e abiti confezionati dai sarcofaghi dipinti dalla considerazioni altrui. Storie misere abbandonate su marciapiedi lerci ed appiccicosi, ed una calamita di misericordia su cui strisciano esistenze fragili che non riesco a sentire fraterne.

Sguardi rivolti ad altre convenevoli rive dove lasciar correre via una coscienza rachitizzate da camicie di forza cucite con schemi sociali tanto rigidi e acuminati dentro ai quali è così semplice smarrire se stessi.
Agende sgualcite a misura di tutte le cose, e i giudizi di un occhio opprimente in questa landa invisibile che sferza la terra ai confini del cielo.

Abbiamo attraversato insieme quello sciame di luci sibilanti e mi sembravi l'unica creatura vivente di quel cimitero di ghiaccio. Avevi un freddo permanente dentro che tentava di astrarti in quel quadro asfaltato senza nomi.
Corrono i palazzi intorno, i mega-store sulla Valassina, i negozi che ho impressi neimricordi sempre uguali, le insegne e le pubblicità e corrono in sogni dopati su circuiti rotanti su fulcri sbandati sganciati da ogni licenza di guida su queste piste senza punti di arrivo.
Sono al warm up di una vita che vorrei ripetere non appena giungerà alle mie latitudini un sibilo di quei cementi che sembrano piangere, e un sordo rombo sostituirà un tuono a quello sparo che non farà morti o feriti.
Ed una pioggia fresca e pura cancellerà tutto. Quei volti, quel silenzio bugiardo, quel vento stanco, quella nebbia mescolata al celeste opaco, quelle luci scialbe e scriteriate, sfondate come corpi svuotati in canopi bucati, cadaveri sciolti e annegati in un'aria immobile che accarezza con dolcezza e amore quelle strade senza nome.