venerdì 6 giugno 2008

Se





Questa canzone è solo una delle mie preferite in assoluto. La ascoltavo quando avevo più puro  il sorriso e lo sguardo genuino di mia madre.

Romanzarsi non è catartico, è umiliante e mi sono stancato. C'ha ragione la mia analista.

Non me ne è mai fregato nulla di chiamare in Irlanda. Questa è la verità. Ed è banale.

Non risolve niente, ma mi serve. Non lo cancello il blog. Perché we are all that we can leave behind... ma conviene staccare la spina; e per quanto tempo riterrò opportuno, mi imporrò di starci lontano. 

Non devo capire più nulla.

I personaggi restano senza l'autore, che è persona.

A quei 3, come dice qualcuno, a presto. ;-)

bye
Giuseppe

giovedì 5 giugno 2008

Stessa storia, stesso bar









Cameriera: Lei cosa prende, signore?

Alcor: Signore!?... (mamma quanto sei brutta... come ti permetti!? Non indosso manco la giacca!) uhm....vediamo un po' questa piadina n. 4... qui tra gli ingredienti è scritto "erbe", in che consiste? Marijuana? Lichene allucinogeno del Madagascar? Papavero da oppio afghano...

C.: No (sorride), è solo rucola, e origano, penso...

A.: Lo sa che in Afghanistan stanno riconvertendo le colture d'oppio in ettari di menta... Peccato... mi porti solo una Beck's allora. Merci..

C.: Beck's vecchia o nuova?

A: Come vecchia o nuova... se è vecchia e scaduta la bevi tu! (joking)

C.: Ma no! Si tratta di un modello nuovo! (divertita)

A.: Un "modello"... che è una macchina, un motorino, un motocarro, auto-articolato? Un autosnodato? Un autocaravan con l'impianto per lo smaltimento dei rifiuti organici???!!!

C.: (un po' sconvolta) Veramente è ...

A.: Una beck's "classica", per me, s'il vous plait.

Amico: Ma ti diverti a fare lo stronzo?

A: Decisamente.

Amico: Che ti stava pure guardando, quella...

A.: È un cesso, e non sa manco parlare; no, non me ne importa niente.

Amico: Che ti frega? Mica ti deve recitare la Divina Commedia?

A.: Non me ne sarebbe fregato niente a prescindere...

Amico: Ma che hai? Sarai mica innamorato?

A.: Ma domani andiamo a mare, o no?

Amico: Alcor, ma tu quando ti accorgi che sei innamorato?

A.: Non è che sia capitato molto spesso nella mia vita...

Amico: Eh, ma quando capita (tipo adesso), come te ne accorgi?

Arrivano le birre

Amico: 'Mbé! Rispondi!?

A.: Quando sono innamorato...

Amico: Eh...

A.: Te ne accorgi, quando (sorso), non ti riesci più a fare le seghe. Figuriamoci a guardare le altre...

Escono dal locale

Amico 2: Ehi ma guardate quanto è luminosa la Stella Polare... Alcor domani vai a correre?

A.: Sì.

Amico 2: Ci vado anche io...
non farti le seghe in maniera selvaggia prima di andare a correre, rischi di non farcela a tornare indietro...

A.: Ah.
Tu invece dovresti fartele. Perché vai talmente pesante che non ce la faresti neppure a partire... anche se sei già cieco di cervello...

Amico 2: Perché?

A.: Visto che scambi Giove con la Stella Polare. Quello è il Sud, idiota.




Breaking balls









La luce che non siamo








Un po' piove ed un po' smette. Giorni senza un forse. La freddezza della gente mi uccide. Senti il rumore di favole spente? Non voglio sentirlo. Vaffanculo.

Cadono sempre da nord-ovest grandi, grosse, grasse gocce inclinate che rimbalzano facendo tlon tlon per come sono pesanti, ma senza riuscire a bagnare nulla di quello che colpiscono. Il lentissimo fruscìo che producono mi ricorda mio padre che tentava di indurrmi la pisciata prima di andare a letto le prime sere dopo che mi tolsero il pannolino.
C'è un calore intimo che prosciuga tutto immediatamente, ogni traccia; si smacchia ogni cosa che miro svanire lentamente nell'alone piovasco che si ritrae scomparendo dal cerchietto timbrato vicino alla mia lucida scarpa nera. Non c'è già più testimonianza di quello che non son mai stato un attimo fa. La vita si ricicla e non bada a chi è fermo su una panchina a sperare che nulla venga mai perso nelle firme impresse dalla pioggia.





Una goccia di pioggia precipita tra tutto ciò che penso. Tamburello un motivetto sulla targhetta dell'artigiano che ha creato 'ste panchine lignee da museo dell'inutile indispensabile. La traduzione di "Comptine" dal francese è semplicemente "comptine", il resto del titolo della melodia di Tiersen lo traducete by yourself.
Mi cade addosso l'acqua e non mi tocca. Scrivo sugli ultimi angoli sgombri della mia agenda che una forma di capolinea dovrà pur esserci a tutto questo insopportabile vuoto.
Lo sai che colore han le nuvole basse?
Le parole che già qualcuno dovrebbe aspettarsi sono le più difficili da pronunciare. Aleggiano come fossero già state scritte. Ma il gioco delle parti... è il gioco delle parti.

Alla sera acerba c'è stranamente molta gente in giro. E le panchine sono tutte piene, i gatti si arrampicano in cerca di nidi sugli alberelli posti al centro di vasconi inguardabili, ridotte a simil-aiuole che qualche scellerato cultore della bruttezza molti anni fa fece installare. Erano state concepite come fontane, in principio.
E quando si giocava ancora a pallone in questa piazza era un problema recuperare la palla che finiva in quella fanghiglia stagnante sotto le grate delle vasche ricettacolo di sorci.
Una volta vi rovinai un pessimo modello di scarpa alta fatta di un tessuto simile al camoscio chiaro costato non so quanto, per recuperare un pallone da 500 lire che avevo maldestramente mandato lì dentro.

È sempre una questione di costo-opportunità. La VITA con i suoi surrogati, non ha un valore venale. Le cifre sono materia da gente molto triste. E a proposito del valore delle cose evito di tirar fuori l'aforisma più sputtanato di Oscar Wilde.
Un prezzo non ce l'ha un calcio a un pallone stando attenti a non farsi scoprire dal padre severo che teme che tu possa sudare e ammalarti al vento umido di novembre, non ce l'ha un viaggio azzardato, una bottiglia di Zabov, non ce l'ha una telefonata, non ce l'ha un cazzo di niente.
L'economia come teoria generale fallirà nel mondo perchè la si vuole fare a partire dai numeri e non dai sentimenti. Un uomo, per quanto sia oggigiorno razionale a metà e sensibile a un decile, non è una funzione di utilità, dentro questo mio petto non glabro non soffro di ipertensione cronica perché mi batte una Cobb-Douglas con l'esponente deviato... ed i sentimenti immotivati che ti fanno fare sciocchezze non si possono tradurre in una variabile proxy.
Non siamo regressori di una speranza che non raggiungeremo mai. Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

Quelle volte si gettavano i giubbotti per terra e si sudava a scazzottare per poter battere un rigore sotto la nebbia d'inverno. Pronti a scappare alla vista dei vigili urbani che oltre a sequestrare il pallone minacciavano multe alle nostre famiglie, perché eravamo rei di disturbare la canuta quiete pubblica dei vecchi assiepati.
Una volta mi ero fermato a guardare non so che cosa. Le solite abbabbiate. E non mi accorsi del sopraggiungere di un  vigile che già da lontano mi chiedeva le generalità per compilare un verbale che non sarebbe mai stato spedito. Perché chi io fossi l'hanno sempre saputo tutti, e per la stessa ragione ero immune da ogni giusto scotto per le ridicole malefatte sociali che ci imputavano. Barbari privilegi di chi è cresciuto nella casta infelice dell'aristocrazia dei porci. Scappai ugualmente perché volevo sentirmi come gli altri, e nello svoltare l'angolo mi ritrovai tra le braccia di un inatteso secondo tutore della legge che mi afferrò, e mi condusse di forza nel loro comando.
Mi sottoposero a un falso interrogatorio. E a 8 anni vivere di queste esperienze suonava bellissimo, avere un'avventura fuorilegge da raccontare! E invece no. Io ero uno "noto", mi chiesero solo di fare i nomi dei miei amici, con la minaccia di avvertire mio nonno e mio padre del mio sconsiderato comportamento da teppista del cazzo.
Non sputai loro in un occhio perché mi facevano pena già da allora.  E la mia saliva sarebbe andata sprecata. A che serve uccidere questa gente che è già morta...(cit. Erostrato)
Ne feci solo uno di nome, perché costui mi stava sulle palle. E diedi informazioni pure sbagliate. Perché l'ingiustizia ha una palpabilità disumana nell'azzeccare. L'ha sempre avuta, anche quando non è errato fare l'infame.

Ho la vaga sensazione che qualosa non va. Ottimo.
Il tabacchino non ha resto per le mie 50,00 euro che tiro fuori per un pacchetto di pall mall blu da dieci. Sono costretto a recarmi nel bar e a prendere il pacco da 20, e guardo il cellulare con la tentazione di fare una cosa che da giorni mi bolle dentro.
Come rendere straordinaria una cosa ordinaria? Io sono un maestro a fare questo.
Mi sembra più facile vivere lo straordinario in maniera ordinaria che il contrario. Ma questa è un'altra storia, non sono un santo per fortuna, e non ho mai letto le opere di Sant'Agostino che su questo topic trattano abbondantemente.
Sono tante le cose che non so. Ma ne ho consapevolezza. Conoscere è un vezzo d'elìte che non aggiunge molto alla propria apparente capacità di vivere ed essere felice. L'intelligenza è altra cosa, signori, è roba da paraculi. Io non sono intelligente.
Scegliere la vita non equivale a scegliere la felicità. E se la scelta non la fai, la subisci da qualcos'altro. Che ci si dimentichi di noi è il sogno più irrealizzabile.

Anche per le cose più spicciole e meno minchiose alle tenui sinapsi. Mi fanno i soliti squilli sollecitatori, gli altri, quelli che insistono e che aspettano sempre me per iniziare a pensare che è meglio cominciare a decidere di prendere in cosiderazione l'idea di non perdere tempo.
Li saluto quando sono ancora tutti fuori davanti la sede delle nostre infaticabili riunioni psico-politiche.
Immediatamente mi cade un'altra goccia d'acqua e realizzo che avrei fatto meglio a starmene a casa a far finta di scrutare quel manuale da 600 pagine di consigli su come guadagnarmi agevolmente il mio prezioso lascia-passare per Glasgow.

- Ciao tesorino. - Mi fa una che mi prende per il braccio.
- Passi il ridicolo "tesorino" con cui chiamerai tuo padre, ma lasciami il braccio...

Una goccia. E mi rendo conto che preferisco sfiorare la spalla di una persona con la mia mano timida e incerta ma vera, piuttosto che dover ricorrere alle carezze delle parole spalmate per sporcare l'altrui pensiero.

Effettivamente è ancora presto. Mi si sollecitava perché rompermi le scatole è un vizio largamente diffuso che tollero. Prendo il quotidiano di oggi, nella fattispecie L'Unità, e mi siedo alla panchina antistante in attesa che succeda qualcosa,  we are accidents waiting to happen... giusto?
No, la cronaca non mi piace, omicidi, stupri, incidenti, morti, perchè inondare pagine con cose che appartengono di default al genere umano. Queste cose non devono indignare ipocritamente perchè non ce ne liberemo mai... cerchiamo di perseguire il crimine e la violenza senza celebrarla agli altari della sorpresa e dell'evento... che squallore, neanche il male e la morte possono godere di un sano, indifferente rispetto. Preferisco la politica e l'economia, e penso che il vertice della FAO sia una buffonata di immani proporzioni. Se si cominciasse a rimodulare la PAC e a ridiscutere i trattati sull'agroalimentare in seno al WTO, forse questo genere di summit non sarebbe solo un pretesto per lauti banchetti tra pochi eletti che hanno crisi di fame di altro genere.
Il reato di clandestinità, invece,  è una palese violazione dei diritti umani, non è pensabile di utilizzare la ghigliottina contro gli irregolari abituè soltanto perché i procedimenti amministrativi d'espulsione e la certezza della pena in Italia sono dei feticci. E lo dice uno che è cresciuto nel mito di Robespierre. E poi... il prestito ponte ad Alitalia, oltre ad essere utile alla stregua d'un carciofo di chernobyl, è tanto lecito quanto io sono biondo e bello. Ryan Air e British Airways si incazzano, e fanno bene.

Neelie Kroes, facci sognare.

Ok, ho assolto al patetico dovere di chi si redime in un periodo in cui sta scrivendo sempre auto-stronzate ignorando che fuori c'è un mondo con problemi più degni di essere assaliti.
Ma a che serve? Uomini e no (cit. Elio Vittorini). Ed oggi io vorrei dirlo, no. Tanto... sono stanco di essere atteso. Quel poco per cui mi si può apprezzare è quanto più vorrei allontanare da me.

Prendo un foglio di carta dalla sede che lentamente si va popolando. Da quanto tempo non mi capita di prendere la parola in una assemblea?... mah, non importa. Non è uno spazio che mi contiene più.
Cade una goccia un po' più grossa. Impreco a denti stretti, e non pienamente convinti, qualche consueta bestemmia da posto in prima fila sulla piana dello Stige ipotizzando che non mi sia piovuta addosso acqua stavolta. Quando ci si siede su queste panchine di legno sotto gli alberi è facile sentirsi come il cesso degli uccelli che regolarmente scambiano la tua giacca per il loro vespasiano preferito.
Accendo la prima della serata e tiro su un fumo che respirerò poco. Sogno di un sigaro cubano.
Prima intestazione: "alla segr. del ...", seconda intestazione: "al segr. del ...", e "per conoscenza a..."; oggetto: "basta così".
Testo: "Non ho più nulla da dire, e da dare, buona fortuna."
Firmato: "G. F." Tanto per capire... le mie vere iniziali, quelle del pupo. Non mi firmo mai "dott." perchè non me ne fotte un cazzo.
Consegnerò questo foglio di carta scritto in un attimo decisorio estemporaneo al termine del palio dei maiali volanti a cui sono stato convocato a presenziare.
Ho sempre preso le mie decisioni così. Ponderate inutilmente per lunghi giorni, e poi graffiate nella mia vita in un unico decisivo strappo oltre il quale ho conosciuto solo ferite e qualche volta brevi sospiri d'aria pura.

Me lo metto in un portafoglio senza contanti ma con tanta cellulosa.
Mi piace conservare ogni biglietto di treno preso, e ogni ticket di metropolitana. Significano tante cose, sono segnati dalle sensazioni che recano impresse sopra. Ad esempio il biglietto dell'Eurostar al mio ritorno da quelle 3 settimane a Milano. Mi ricorda l'aver percorso tre volte avanti e indietro Corso Buenos Aires con mio zio prima del treno; oppure le mie solitarie attraversate che lì si sono concluse quel giorno con le opportunità professionali poi gettate alle ortiche per fare il ricercatore fantasioso... il lettore mp3 rotto dopo averlo comprato alla MediaWorld il giorno prima; nel treno del sempre maledetto-ritorno-a-casa, il signore di Brindisi che leggeva le quotazioni dei titoli e che ho battuto in una sfida a sudoku di Repubblica, livello avanzato. Lui rinunciò, io ci misi il tempo da Ancona a Pescara distrazioni paesaggistiche incluse; ed i metro ticket di tutte le città che ho toccato, poche, ma a fondo. Li porto nel portafoglio con me questi ultimi, insieme ai biglietti da visita che mi porgono persone che non contatterò mai. Avvocati, giornalisti, commercialisti, diplomatici australiani, istruttori di yoga...
Conservo i biglietti del primo teatro e del primo cinema ingiallito che condivisi con una persona evaporata così presto in una maniera impensabile... e conservo le ombre.
Conservo ogni cosa che possa essere per me la vita che ho scelto, o quello che non sono mai stato. E non sarò mai.

E la pioggia non mi bagna. Lo senti un aereo che porta lontano? Possesso. Non posso sentire nulla. Ho solo 13 canali di merda in tv tra cui scegliere.

Gocce che mi par di individuare nei rigagnoli nell'aria non perfettamente linda.
Non mi bagno, non mi bagno. Piove fuori, piove dentro anche se spunta il sereno e si accendono le luci. Ma non mi bagno.
E i maiali volanti si stanno scannando nella riunione.

Esco fuori e torno alla mia panchina, e lo aspetto. Non viene. Non si ingiunge su questa provocatoria posa di indolente sbeffeggiamento della sorte. No che non viene, il dolore.  Accendo la seconda, la penultima della serata. E lo cerco il senso di tutto questo. Dei rimpianti e delle rivincite, dei ricordi e delle persone lontane nello spazio e nel tempo. Mi chiedo che cosa rappresentano ancora, ciascuna di loro. Nulla.
Mi chiedo poi che pensano loro. Una vaga curiosità di cui, sì, non mi frega poi granché. Perché il cielo non cambia, e lo Scorpione il suo giro lo fa. Anyway.

Faccio poi una cosa di cui mi pentirò un secondo dopo averla conclusa.
Penso che dovrei prendere il mio telefono, e poggiarlo su un cassonetto anche se è un modello vecchio che non si prenderà mai nessuno. E andarmene in Africa.
Terza sigaretta.
Le dieci cose che più detesto in questo preciso istante: le inutili newsletters sui cambi di riferimento di Bankitalia; le convocazioni per l'assistenza agli esami; il pomodoro fresco rifilatomi a tradimento nelle pietanze senza preavviso; chi su msn intrattiene altre conversazioni mentre parla con me; i cani morti per strada mentre corro; rispondere a messaggi idioti, anzi ricerverli, perché tanto non rispondo uguale; quando mi si ringrazia; le donne che parlano esclusivamente il dialetto senza conoscere l'italiano corrente; discutere con chi presumo stia lì con la sola funzione di fregare l'ossigeno che potrei respirare io; rivedere i vecchi filmini con gente che è morta, come sta facendo quello stronzo di mio fratello in questo momento.

Si alimenta un po' questo schizzo di pioggia. E non arriva nulla, e le boccate stanno per terminare.  E parte di noi è anche nelle rinunce, e le rinunce sono parte di noi. Lasciamo una traccia anche in quello che non tocchiamo, in quello che non vogliamo.
In coloro che rifiutiamo. O semplicemente non prendiamo nemmeno in considerazione.

Ed ogni scelta contiene in sè il dubbio opposto, ogni bivio un'orma della propria volontà sulla sorte.
Siamo 0 ed 1. Come un interruttore non direttamente gestibile sugli eventi, come il sistema binario che è alla base dei modelli matematici che consentono questo splendido trionfo della tecnologia schifosa che consente di comunicare meglio di quanto non si è capaci di fare di fronte ad un eletto bicchiere di vino.
Ed i pugni in bocca ed i calci in culo sono come lo scalpello di Michelangelo sul bianco marmo della nostra vita. Anche tutte le sozzure che abbiamo ingoiato, la merda a cui abbiamo assistito per noi e per gli altri a cui volevamo bene. Chi se ne è andato lasciandoci una mano senza calore in nostra assenza, chi con una promessa da mantenere con arduo coraggio. Le bruttissime parole con cui si demolisce la fragile vita di una persona che, nonostante i suoi difetti e problemi, mi voleva bene. Le colpe e la condanna a vedere un baratro laddove gli altri vedono un forellino da uncinetto.
La amara constatazione che non riesco più a sentirmi infelice. Che non ho più nemmeno il coraggio di piangere per qualcosa.
Che non riesco più a bagnare di lacrime il mio viso.
Che non ho più compassione per coloro che soffrono dei propri limiti e della propria angosciosa incapacità di risollevarsi dai propri complessi di qualsivoglia natura, che l'angoscia è un sentimento pericoloso per gli sciocchi (cit. Kierkegaard).  Li comprendo nella mia razionalità più aberrante che s'è eretta a furia di conservare troppe cose, ma dinanzi ai quali non sarò capace di riuscire ad elargire consigli, e nemmeno una sacrosanta, commossa, compartecipe pietà.
Non esiste un dannato manuale di istruzioni per vivere, e ciascuno deve arrangiarsi il proprio tragitto.
La gente mi cerca, mi cerca, mi cerca e si rivolge a me, alla mia figura, al mio pupo. Si offre di ascoltarmi proprio quando io vorrei chiedere a chiunque intorno di mettermi a tacere.
E poi finisce col riversare il suo sé addosso al mio caos calmo (porca puttana se non le rivivo quelle situazioni).
Che le cose o sono tutto o sono niente, per me.
Che accontentarsi di arrivare secondi equivale a non aver mai partecipato.
Che dentro si sa benissimo che tutto è stato ardimentosamente costruito per cercare di sentirsi sempre uguali agli altri ragazzini che correvano perchè impauriti dall'essere catturati dai vigili perché rischiavano di rompere i vetri di qualcuno col pallone. Mentre il tuo culo era parato dal nome e dalla discendenza che prevedeva per te grandi progetti... voglio una canna, e la voglio adesso.
Che quando si è deprivati dell'istinto al dolore è peggio dell'essere privati della felicità.
Che le colpe si depositano come metri che allungano soltanto quella solitudine e quella minima distanza con cui si è già fatto il punto di doversi confrontare nel profondo più profondo.
Che si attende solamente chi in quel profondo più profondo è capace di mettere le mani e capire in silenzio.
Che far star zitta la ridondante eco di una vita che si ripropone sottolineando ogni singola frase che non è mai, mai, mai, mai lasciata al caso è un compito penoso, anzi uno strazio.
Che non me ne fotte niente di dover stare attento alla diplomatica tensione tra burattini permalosi di cui si abbevera questa fitta trama di relazioni interpersonali.
E se faccio qualcosa per gli altri è perché non si può accettare passivamente tutto infibulando la speranza...
Chi dice che sono pessimista è un ciuccio di quelli registrati all'anagrafe dei cialtroni.
Se amo è solo per una forma di egoismo estremo che si compiace ed eleva fino alla completa rinuncia a se stessi.

Ed anche se è mitologia, la frase della Genesi "andate e moltiplicatevi" racchiude l'unico cavolo di senso compiuto che si può dare all'esistere. Perché Courbet non è un idiota a dipingere determinati quadri che fanno sorridere solo i castrati mentali e i vermi. E che guarda caso si invecchia non appena si varca la soglia dell'età utile al raggiungimento dell'unico infinito che è possibile solo mediante la procreazione.
Siamo individui o siamo membri arruolati in una specie animale? La fortuna di essere cavallo, diceva Pirandello.
Circuìti a dover fenomelogicamente contenere moltitudini, tesi, antitesi e sintesi. C'entra anche Hegel? Certo che c'entra, il contrasto e la cenciosa soluzione mescolata che vien fuori sono il paradigma per non capire un cazzo e vivere felici senza chiedersi il perché di niente.
Al di fuori di questo architrave annichilente per l'uomo pigro, senza neppure la coscienza del proprio evanescente inglorioso destino, ci sono solo due strade: la nevrosi, o l'arte.
La sensibilità è quella dote non gratuita che consente di stare dappertutto e capire, o "sentire" empatia per quelle esistenze che in ogni caso narrano fuori qualcosa che in noi s'è già sviluppato. Solo chi ha vissuto conosce e può spiegare. Io ho vissuto? Non smetterò mai di chiedermelo. Dal punto di vista geografico, no. Del resto, francamente me ne infischio.

Quando si smarrisce l'illusione di essere eterni, tutta la vita che resta è segnata. Ed io l'ho smarrita troppo presto. L'ho persa a 13 anni. Come una specie di verginità cupa che ti protegge.
E una volta perduta ti consente di dare un valore, e non un prezzo, anche alla sofferenza che tuttora mi appare così banale. E che non mi è giustificata pressoché da nulla.
E quando nulla diventa degno delle lacrime, nulla è degno di esistere davanti ai tuoi occhi.

Ho sedato una rissa. Ho cercato due amici e li ho raggiunti. A piedi, senza quella macchina che pressochè tutte le sere passa Figlio d'un cane.
L'ultima volta che ho gironzolato da solo in notturna con la mia macchina ho ascoltato a palla il Dies Irae del requiem di Giuseppe Verdi.

Quando non voglio essere pensato, cercato, benvoluto, considerato.
C'è un grosso fascio di stecche di cioccolata nel frigorifero in cucina. Poiché ci si dimentica dei dolci in rari momenti di dolcezza che tuttora non esistono, e non avendo a disposizione un secchio di nutella gigante, ad essa mi rivolgo. E mentre mi accingevo a rifornirmi della dose minima di sopravvivenza compatibile con il regime monastico che ho imposto alla mia alimentazione, ho guardato mio padre dormire sul divano di casa.

E per un attimo ho pensato che se dovessi ridurmi così alla sua età, preferirei non arrivarci mai. Probabilmente diventerò anche peggio, ma intanto cominciamo a definire e a programmare. Perché io resto un leninista convinto, nonostante qualche sbavatura da parte di quest'ultimo.


L' angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia, un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita, non siamo né un giorno né vita...







martedì 3 giugno 2008

Age of school memory




Che se amo l'Inglese c'è una ragione profonda.
Non si poteva ascoltare quel tuo accento e quella tipica inflessione che al solo ricordo evoca le verdi reti cinte di galleggianti impetroliati, attorno alla quale relativa mucillaggine s'inerpicavano i vispi ed epatitoferi mitili dei due mari.
Tant'è che ti rimembro ancor, quando bruttezza splendea negli zigomi tuoi scavati da una ruspa marina alla ricerca di bombe inesplose del dopoguerra, quando sovente mi capita di transitare dinanzi ai pur odorosi molluschi e crostacei succulentemente e diossinamente esposti sui banconi di Cicce u'gnure, accanto alla bancarella che traffica magliette tarocche di Ibrahimovic e Kakà.
Viso perennemente abbronzato, e quel mento appuntito che s'allungava oltremodo innanzi, quando strisciavano le tue labbra, lingua e incisivi abnormi al complicato pronunciare dell'allora complessissima -th inglese; che se mi riaffiora alla mente quel suono quasi quasi mi fa guarire da quest'attuale fase di insensibilità estrema che non patisco soltanto io, ma anche la mia inguinal proboscide ipotecata dai sentimenti.
Che fregatura. Lo dico sempre io.

Che se anche eri racchia, dopo un anno circa non è che questa cosa me la ricordassi più. Magra come un tronco smunto interrato a guisa di menhir per condurre i cavi del telefono, nell'era del satellite e delle radiazioni cancerogene che fanno un baffo alle intossicazioni da cozza cruda... E quella tua patologica concavità pettorale, così coerente nell'insieme dei severi lineamenti del tuo volto racchiuso nella folta e lunga chioma scura, e del metallurgico temperamento, che ti bastava uno sguardo lancinante nell'aere per far sgretolare le palle al più fiero e temerario dei tuoi dirigenti.

E ciò che ammiravo nella tua assolutezza era quella distanza dalle poltrone del comando, quelle che non meritavano la tua smisurata intelligenza, e che ergonomicamente s'adattavano ai deretani dei più ignoranti.

Eri così puntuale dietro la porta allo scoccare della campanella da non lasciare neanche il tempo di pensare ad una minima forma di casino, annichilendo tutto intorno a te trionfavi con la tua austera e saggia, e filiforme freddezza. Quella freddezza da cui non trapelava nulla e rendeva quella tua inespugnabile vetta così tremendamente ghiotta allo sguardo di chi non si accontenterà mai del materno sorriso, così scontato e banale, al quale non c'è bisogno di chiedere e conquistare nulla... Ancor lo ricordo quando correggesti il primo compito in classe, e ce lo consegnasti il giorno dopo con una efficienza che rasentava la perfezione ineguagliabile. E quel 7 che mi affibbiasti e che non mi sono mai scrollato di dosso finché ci sei stata...
Perché mi cacavo addosso dalla adolescente fifa al solo immaginarti, per poi mutare col tempo radicalmente reazione al sol pensiero di te, brutta come il debito, ma terribilmente affascinante. Perché col passare dei mesi lentamente si scioglieva l'angusta placca da generalessa e veniva via via fuori una lontana parvenza di donna umana e sorridente, disponibile, riferimento certo e sincero.
In quella minima e invalicabile distanza vidi quasi un'amica, quella alla quale non avrei mai chiesto aiuto, che non m'avrebbe mai confidato nulla, ma che non c'era bisogno di sperimentare per riconoscere e mettere alla prova.

E noi, burloni senza pensieri ce lo chiedevamo spesso se esistesse qualcuno che te lo riusciva ad infilare per via del tuo fisico così scientificamente alieno all'essere erezionogeno. Scoprimmo infine ch'eri pure maritata e con un individuo alquanto facoltoso. Anche se il tuo non esser madre a quell'età poteva giustificare qualche ragionevole dubbio... ma a me non importava...
Al che il tuo mito per me accrebbe. Non per i soldi del consorte, ma per la sensazione di perfezione che intorno tutto richiamava. E la definitiva epifania giunse quando una volta chiedesti la consegna del compito con queste parole: "The time is gone... the song is over..." ed io che come da abitudine avevo già consegnato da tempo non riuscii a non risponderti: "..thought i'd something more to say". E sorridendomi mi guardasti ponendo in essere una sottile liaison psicologica che è tra i ricordi più belli di quegli anni.

Perché lo sentivo, cavolo, che mi volevi bene... forse non più di quello che volevi agli altri, ma quel bene è speciale ed inviduale e proprio di ciascuno che lo riceve. Perché tu sì che sapevi come muoverti tra la dolcezza ed il rigore, con le carezze e lo scudiscio, nella tensione machiavellica tra amore e timore che elevano il leader al di sopra di ogni altro simile del suo seguito.
Perché se non mi fosse capitato di aver conosciuto l'amore forse avrei potuto confonderlo con l'ammirazione totale che ebbi per te. Perché amore e ammirazione devono insistere per me sul medesimo oggetto, altrimenti non c'è storia. Perché sono talmente imbevuto di me da non poter mai lodare e adorare chi non mi suscita un minimo di ammirazione.

E nonostante le diverse e molto più attraenti signore che guardavo dall'altro lato della cattedra tu fosti l'unica alla quale mi decisi a scrivere.
Che quella mia aria repentinamente oscillante tra il malinconico e il birbante ti incuriosiva, e ciò mi onorava tu non potresti neanche immaginare... E quantunque di cortesi missive ne abbia compilate innumerevoli, quella lì che ti porsi una mattina, mentre raccoglievi i tuoi libri e i tuoi registri, non la dimenticherò... con quel mio ancora acerbo (16 anni) "I never met a woman as good as you"... così tanto sentito da non farmi tremare le caviglie in vista di una tua eventuale reazione.

Conoscendoti pensai che saresti tornata il giorno dopo, che mi avresti chiamato in disparte, che avresti tirato fuori il mio foglietto dalla tua enorme borsa di pelle che tu definivi "un emporio", e che avresti imprecato dinanzi alle mie turpi inesattezze grammaticali, quelle che non mi schiodavano dai tuoi 7.
Invece nulla di tutto questo, ed io temevo soltanto che tu avessi cestinato quel mio ardito tentativo di arrivare a quella tua vetta d'umanità profonda. Lo sentivo, lo percepivo che invece avevi letto, perchè non potevi tradirmi proprio in quel momento. E non senza ansia, attendevo il conseguente conguaglio del mio atto... Mancavano pochi minuti e camminavi ancora tra i banchi leggendo un passo del MacBeth.

Passando dinanzi al mio posto ti cadde, o forse lasciasti che cadesse, un foglio ed io te lo raccolsi. Senza smettere di leggere Shakespeare, intercalasti la tua lettura con il tuo tipico "thank you".
Ma dopo qualche istante ti fermasti e voltandoti verso di me, ma senza guardarmi lasciando gli occhi sulle pagine, aggiungesti : " And... thank you for all, Alcor..." .
Cristo, e non hai alzato gli occhi dalla pagina non per fierezza, ma perché ti sentivi violata nella tua umanità, lo sentivo, lo vedevo tra le ciocche lunghe che ti coprivano il viso abbassato; che quella minima e invalicabile distanza non c'era più. Manco se t'avessi inculata.
Avevo vinto, e la vetta era scalata.

Ce lo dissero l'estate seguente. Che tuo marito ti venne dentro. E che potevo dire addio alla speranza che Joyce me lo potessi insegnare tu. Perché lo sapervo che era anche il tuo preferito. Venne una demente da ricovero psichiatrico. Il resto è solo la cronaca di un bel rimpianto.

Ci incontrammo dopo un anno nella tua città e tu portavi a spasso il pargoletto, salutasti tutti con un affetto mai visto in te prima. Ma il gioco delle parti non aveva più ragion d'essere. Io ero nelle file retrostanti i più appariscenti della compagnia. E tu individuandomi un po' distante mi salutasti chiamandomi per nome (e non per cognome), unica volta che te lo sentii pronunciare...

- Come stai?

- Io bene, e a lei professoressa, come va?

- Oramai sembriamo agli antipodi io e te...

E non seppi che cazzo rispondere, così mi limitai a sorriderle, questa volta davvero con un sorriso dissociato.

La salutammo perché ci apprestavamo ad assistere ad uno spettacolo di un'opera di Abraham Yehoshua, Possesso.
In quell'opera i membri di una famiglia si trovano a fare i conti con la scomparsa del padre/marito, e ciascuno di essi reagisce all'evento con qualche paranoico atteggiamento teso a malcelare l'ingombrante senso di sgomento e di colpa che sopraggiunge quando non si ha amato abbastanza.
Così il figlio era frequentemente preda di attacchi febbrili e iniziava ad avere problemi con la moglie, ossessionato da una sua prefazione ad una edizione israeliana de La Metamorfosi di Kafka, nella quale riviveva il suo tormentato rapporto col padre; la figlia decideva di voler troncare il suo rapporto con il marito ma senza la giusta convinzione; ed infine la madre/moglie che tentava di regalare a chicchessia qualcosa della sua casa, che la spogliasse non solo dal "possesso" materiale, ma del senso di colpa, del rimorso...

Eravamo alla fine del secondo atto, quella sera a teatro, ed accanto a me era seduta una signora anziana all'apparenza ricchissima. Una di quelle abbonate che vanno a vedere qualsiasi cosa tanto per perdere tempo:

- Però, è vero, nella vita si accumulano tante di quelle cose inutili che poi è difficile disfarsene...

- Signora, in questo caso si tratta di una metafora però.

- Come dici?

- Che gli oggetti che la vedova vuol regalare rappresentano un peso dell'anima ed il suo è un tentativo di rigetto dai suoi rimpianti e dai suoi sensi di colpa...

- Ma no, è che effettivamente si accumulano tante cose inutili...

- Va be', va...

- Vuoi una caramella, ragazzo?

- Sì grazie, signora. È alla menta, vero? Grazie.

Occorre una gran pazienza col genere umano.





lunedì 2 giugno 2008

Alberi di plastica








Essere letti è un problema. Benché sia sciocco pensarlo quando si scrive un blog con la barbara intenzione di essere letti.

Il muro è quella sigaretta strafottente che condensa il proprio immancabile ego dopo aver consumato il corpo di un'altra persona. Una cicca calpestata di cui non ti importa più nulla già un secondo dopo la boccata apicale.

Altro è invece rendersi conto da un po' di tempo di avercelo moscio nei confronti del resto del mondo  perché una stretta alla gola ha monopolizzato tutte le possibili attenzioni (o attrazioni) attive e passive, fattive e fattibili.

Chiudo e apro, chiudo e apro, chiudo e apro, chiudo e apro. Chiudo. Apro. Mi fermo. Torno indietro.

Una tendina semi-trasparente della doccia dietro la quale si insaponano, e poi risciacquano usando del bagno-schiuma al profumo d'arancio, delle fittizie ombre misconosciute; e poi sperare che tutto si palesi chiaramente solo dopo un po' di tempo, a parziale risoluzione di un'enigma che a ricordarlo è solamente il creatore. Come per dire: "ricordi quella volta che ti dissi quella cosa? Volevo intendere questo..., stavo pensando a quello quando..., ho fatto quell'altro perché..., e così via...".
Si spera che le parole siano state rimosse ma non tutte, che sia rimasta la loro impronta ma non ricalcata più di così.

Un equilibrio che non esiste tra la voglia di urlare e quella di non essere ascoltati.

Reggi. Pesa un po', anche per me che ho le braccia rigide e non abbasso mai lo sguardo.

Quando ci si rivela, qualcosa cambia. Inevitabilmente. Non è vero che lo specchio risponde sempre con lo stesso volto.

Tutto quello che ho da dire è che ho entrambi gli alluci rotti.

Li vedo spuntare mentre galleggio, come piccoli faraglioni prospetticamente collocati molto lontani. E ho le mani molli e lessate. Le buche che da tempo immemore ho scavato intorno alle unghie sono ancora più evidenti nei lembi di pelle non pervenuti. "Ma perché diamine le guardano le mani? Dannazione...".

L'acqua è ancora timida nella sua primigenia e virginal titubante accoglienza. È più diffidente, nella febbre gelida di quando piano s'appresta a tàngere l'intima sacca maschile, anatomicamente denominata scroto, allorché ci si appropinqua a penetrar le onde parche che rinviano l'orizzonte. Un gioco di contatti e carezze meticolosamente e reciprocamente incerte, sondaggi preliminari prima della completa, inebriata immersione e del vigoroso, incosciente, contemplarsi vivo lungo ogni sentiero della propria pelle.

Assomiglia a quell'ultimo tocco oltre il quale non è consentito ad altro consolatorio abbraccio di poter imitare e portar via quell'esclusivo pegno che ti alberga nel cuore.
Percepirlo nel sentirsi solleticare da una vertigine che si raccoglie in fondo all'ultima cellula dei piedi.

- Una cosa che ho notato è che ti sei firmato non col tuo nome in alcune cose che mi hai scritto. È una cosa un po' squallida.

 - Ora capisci perché quell'unica parola apparentemente banale e scontata... Un nome di plastica in fondo alla quarta pagina, non ha senso... Non mi ricordo con che parola mi definisci tu.

- Te l'ho detto, anti-convenzionale
.

- Ah... (avevo capito anti-concezionale....)

Se solo mi potessi voltare e correre per tutto il tempo.


But I can't help the feeling 
I could blow through the ceiling

And it wears me out

Essere letti è un problema.
E non esserlo anche.