mercoledì 13 febbraio 2008

Quasi pronto



Ce la posso fare, sì, sono pronto... sono quasi pronto, mi basterebbe solo un altro mese, anzi due, facciamo anche tre, ma se mi ci impegno mi basterebbe anche una settimana. Lo sapevo che l'avviso sarebbe arrivato prima o poi, lo sapevo perché è scritto nel regolamento del mio lavoro che ogni sei mesi dobbiamo rendicontare su  quello che stiamo facendo.  So anche che i mesi si son dati la mano per volatilizzarsi in un lampo lasciandomi senza aver concluso un accidenti. Con le idee più confuse di un tapiro in cerca di formiche in Siberia. Son due giorni che riempio la mia stanza di una bella canzone che dovrebbe suggerirmi dei pensieri. Il fatto è che determinati pensieri su determinati argomenti non fanno breccia nel mio cervello, franano come le radici della lattuga in un terreno d'argilla. Sono così rivestito d'indifferenza che non provo nulla. Asciugato, intonso, a tratti quasi invincibile. Così calcolatore e razionale dal non sopportare tutti i passaggi di un'equazione lineare nelle umane interazioni, così tremendamente semplice, ma così carica di inutili tautologie. Le possibili variabili esogene del modello: io ed un'altra qualsiasi persona  col cervello e vagina-dotata, che appaia più o meno gradevole ai miei occhi e non solo, che sappia formulare i periodi ipotetici con necessaria correttezza, che abbia una cognizione alquanto precisa della consecutio temporum, che non mi annoi in quelle due ore che dovessi decidere di concederle ciarlando circa corbellerie variegatamente assortite; l'output dell'equazione: un tranquillo, scontato e così razionalmente placido scambio di fluidi. Non ho più la testa adeguata per annusare, insinuare, far trapelare scabrosi intenti tramite pastrocchi ritmati abilmente artefatti in suadenti sonetti che fungano da testa d'ariete nelle mura di cinta dell'ipocrita consuetudine del cerimoniale sancito da un falso buon gusto.
Ti va? Non ti va? Hai il ciclo? Hai sonno? Hai fame? La mamma non vuole? Hai troppo sole, poco sole? Più acqua, meno acqua? Rispondi!!!
Quando al contrario parlo in una certa maniera è perché vorrei far capire perché detesto affacciarmi dai parapetti situati a più di dieci metri d'altezza, e quanto invece amo i panorami, ammirandoli però a mezzo km dal precipizio. E dell'arte che si nasconde nel preparare i tramezzini con tonno, maionese e verdurine sott'olio. C'è del lavoro da fare.
Un'altra presentazione, solo un'altra presentazione, 5-6 slides in power point in 10 minuti, e poi posso dedicarmi alla campagna elettorale della sinistra... del centro-sinistra... del centro-centro-sinistra... insomma di Walter.
La canzone risuona oggi in una giornata ponte tra ieri e domani, ed io so cosa vuol dire. Il patetico domani è il primo che passerà inosservato dopo anni di sottomessa violenza al mio portafoglio... e questo è un mese che ho sempre odiato. E detesto anche parlare di queste cose con tutti questi maledetti casini che nascono ogni giorno mentre i cialtroni che tessono queste dannate trame non se ne fregano un beneamato tubo; mentre il tesoretto sembra essere svanito nel nulla nonostante l'eco imperituro delle urla del mi babbo alla vista di quel che restava della sua ex tredicesima quasi estinta; mentre Valentino Rossi se la cava con un pacca sulla spalla che sembra canonizzare tutti i pii ladri di caramelle; mentre ieri sera ho scorto di nuovo la scrivania di noce da Vespa ed un pessimo presentimento mi si è affacciato nonostante le illusioni generate dal discorso che Walter ha tenuto su quella specie di muto e solingo terrazzo. Mentre i vescovi che hanno a cuore la sorte e l'educazione dei giovani lanciano anatemi sull'acclamata scena di sesso di Nanni con la Ferrari. Ma dai... ma a chi la racconti 'a prete? Che si vede lontano un miglio che c'hai i calli alle mani... A parte che se si desse davvero ascolto a quello che i vescovi predicano sull'argomento tutti i maschietti del mondo sarebbero una massa di eunuchi complessati, o al massimo un esercito di ciecati, qualora qualche peccatuccio ce lo si conceda nella grazia e nella devozione. Io ci tengo alla prostata e alle ghiandole dell'impazienza, e credo che l'astinenza faccia brutti scherzi all'equilibrio mentale, ed io dell'equilibrio mentale ho bisogno perché ci campo nonostante le aliquote IRPEF... ma perché voi, messi divini, non date l'esempio facendovi castrare?  Sarebbe un atto sublime di ripudio delle peccaminose tentazioni e del satana che si cela in quei 5 secondi dove non si capisce, e non si vuole, una volta tanto, nemmeno capire più niente. Volete tutelarvi nel caso qualcuno cambi idea? Per la miseria, dopo il caso Bobbitt non c'è da preoccuparsi, Berlusconi chissà quanti trapianti si sarà fatto laggiù per godere dei rifornimenti di materia prima che Saccà gli inviava, suvvia... e se non rompete l'anima con la ricerca sulle staminali, tempo due anni e trovano anche un rimedio per una rigenerazione spontanea con sole tre pasticche al giorno, magari chiamano anche Ronaldo a farvi da sponsor dopo che ha testimoniato per la ricrescita dei capelli. Io lo so che l'uomo ha bisogno dell'ombra del peccato che gli si attacca al collo come una sciarpa di finta lana cambogiana in estate, e che ti fa venire le macchie rosse in gola, ma qualcuno può aver freddo ad agosto, qualcuno può pensare che al bene serva il male per non rendere tutto banale e che la notizia più sconvolgente degli ultimi giorni non è che Giuliano Ferrara fa una lista contro l'aborto, ma che stanno facendo sloggiare le locatarie delle vetrine del piacere ad Amsterdam... e le conseguenze saranno un aumento degli affitti a causa dello spostamento verso sinistra della curva dell'offerta, oppure una rivalsa sui costi variabili che tenderà a rendere meno sicuro, meno igienico e meno qualitativo il servizio. Questi sono i drammi che la modernità propone, non la secolarizzazione od il timore per la Cina aggressiva degli eredi di Deng Xiao-Ping. Datemi il tempo di andare ad Amsterdam a rendermi conto e poi fate quel che volete!
Diamine... devo lavorare, devo scrivere, calcolare, preparare le diapositive e darmi una ripassata agli integrali indefiniti... sono pronto, sono quasi pronto... BASTONI!!! E non hai pietà tu di me?
Domani. Sì, lo so che lo ripeto da due anni, ma lo faccio domani... stavolta è vero. Intanto oggi, vogliamo parlare del ruolo del poeta nell'oltretomba, oppure del ruolo dell'oltretomba nella poesia? Oppure del ruolo della letteratura nella gastronomia? E se io mi suicidassi?
Già li vedo a dipingermi come un bravo un ragazzo, che ogni tanto aveva solo qualche mania, parlava da solo... e a volte quando gli si rivolgeva la parola neanche rispondeva, non guardava, ma chi sei? Ma che vuoi? Ma ti sei visto le scarpe? Cioè, io vengo a trovarti in casa e tu ti fai trovare con le pantofole? Ti comunico ufficialmente che con me hai chiuso.
Che mal di testa... ma perché? Dopo tutto lo sapevo, lo sapevo che io non volevo trasformare la mia vita in un limite che tende a 0, che sarei diventato la derivata di una costante... a me piace ballare. No, non vado alle feste, e non vado in discoteca, io non ballo. Però mi piace vedere la gente che balla, a me piace sentire quel fremere dentro che mi porta a pensare che se fossi solo, e non ci fossi io stesso a guardarmi, forse mi riuscirei a muovere con un buon ritmo, chiudendo gli occhi e sentendo il tempo e la cadenza delle note che mi pizzica le dita, mi solletica i polsi, che mi fa ondeggiare clavicole e gomiti, e rende malleabili le mie ginocchia... sarei anche pronto, quasi pronto, come in quella discoteca dove suonavano David Bowie sul lungofiume a Pescara. Senza neanche bere, solo un po' di fumo passivo dalle fragranze più diverse e dagli effetti imprevedibili. No, non ero pronto quella notte a Pescara ero anche stanco... quel giorno poi andammo, un attimo prima dell'alba, a prendere caffè e cappuccino; mentre io mantenevo ancora in mano la mia beck's ancora a metà, si discuteva su chi fosse più rompicoglioni tra la polizia o i carabinieri. Eravamo quasi d'accordo che questo sarebbe potuto dipendere dal grado di delinquenza del luogo in cui ci avrebbero potuti fermare, ma avrei preferito che qualcuno ci fermasse davvero con la paletta, così avremmo tastato con mano, io magari avrei chiesto allo sbirro: scusi ma lei si ritene più rompicoglione di un carabiniere? Finita di corsa la birra guardavo il bancone dei dolci mattutini e agitavo il cucchiaino nella tazza del mio cappuccino. Un ricco vassoio di bigné m'aveva fatto capire che alla fine ho sbagliato davvero tutto. Che dovevo fottermene di ogni cosa s'agitasse sotto il sole o la luna, e che avrei dovuto ignorare persino le stelle. E senza rinnegarmi più di tanto sarei potuto diventare un tranquillo e sorridente pasticciere. Un ballerino pasticciere trotskista.

lunedì 11 febbraio 2008

Di sera, un geranio

 


       S'è liberato nel sonno, non sa come: forse come quando s'affonda nell'acqua, che si ha la sensazione che poi il corpo riverrà su da sé, e su invece riviene solamente la sensazione, ombra galleggiante del corpo rimasto giù.
         Dormiva, e non è piú nel suo corpo; non può dire che si sia svegliato; e in che cosa ora sia veramente, non sa; è come sospeso a galla nell'aria della sua camera chiusa.
         Alienato dai sensi, ne serba più che gli avvertimenti il ricordo, com'erano; non ancora lontani ma già staccati: là l'udito, dov'è un rumore anche minimo nella notte; qua la vista, dov'è appena un barlume; e le pareti, il soffitto (come di qua pare polveroso) e giú il pavimento col tappeto, e quell'uscio, e lo smemorato spavento di quel letto col piumino verde e le coperte giallognole, sotto le quali s'indovina un corpo che giace inerte; la testa calva, affondata sui guanciali scomposti; gli occhi chiusi e la bocca aperta tra i peli rossicci dei baffi e della barba, grossi peli, quasi metallici; un foro secco, nero; e un pelo delle sopracciglia così lungo, che se non lo tiene a posto, gli scende sull'occhio.
         Lui, quello! Uno che non è pú. Uno a cui quel corpo pesava già tanto. E che fatica anche il respiro! Tutta la vita, ristretta in questa camera; e sentirsi a mano a mano mancar tutto, e tenersi in vita fissando un oggetto, questo o quello, con la paura d'addormentarsi. Difatti poi, nel sonno...
         Come gli suonano strane, in quella camera, le ultime parole della vita:
         - Ma lei è di parere che, nello stato in cui sono ridotto, sia da tentare un'operazione così rischiosa?
         - Al punto in cui siamo, il rischio veramente...
         - Non è il rischio. Dico se c'è qualche speranza.
         - Ah, poca.
         - E allora... -
         La lampada rosea, sospesa in mezzo alla camera, è rimasta accesa invano.




         Ma dopo tutto, ora s'è liberato, e prova per quel suo corpo là, piú che antipatia, rancore. Veramente non vide mai la ragione che gli altri dovessero riconoscere quell'immagine come la cosa piú sua.
         Non era vero. Non è vero.
         Lui non era quel suo corpo; c'era anzi così poco; era nella vita lui, nelle cose che pensava, che gli s'agitavano dentro, in tutto ciò che vedeva fuori senza piú vedere se stesso. Case strade cielo. Tutto il mondo.
         Già, ma ora, senza piú il corpo, è questa pena ora, è questo sgomento del suo disgregarsi e diffondersi in ogni cosa, a cui, per tenersi, torna a aderire ma, aderendovi, la paura di nuovo, non d'addormentarsi, ma del suo svanire nella cosa che resta là per sé, senza più lui: oggetto: orologio sul comodino, quadretto alla parete, lampada rosea sospesa in mezzo alla camera.
         Lui è ora quelle cose; non piú com'erano, quando avevano ancora un senso per lui; quelle cose che per se stesse non hanno alcun senso e che ora dunque non sono piú niente per lui.
         E questo è morire.
         Il muro della villa. Ma come, n'è già fuori? La luna vi batte sopra; e giú è il giardino.
         La vasca, grezza, è attaccata al muro di cinta. Il muro è tutto vestito di verde dalle roselline rampicanti.
         L'acqua, nella vasca, piomba a stille. Ora è uno sbruffo di bolle. Ora è un filo di vetro, limpido, esile, immobile.
         Come chiara quest'acqua nel cadere! Nella vasca diventa subito verde, appena caduta. E così esile il filo, così rade a volte le stille che a guardar nella vasca il denso volume d'acqua già caduta è come un'eternità di oceano.
         A galla, tante foglioline bianche e verdi, appena ingiallite. E a fior d'acqua, la bocca del tubo di ferro dello scarico, che si berrebbe in silenzio il soverchio dell'acqua, se non fosse per queste foglioline che, attratte, vi fan ressa attorno. Il risucchio della bocca che s'ingorga è come un rimbrotto rauco a queste sciocche frettolose frettolose a cui par che tardi di sparire ingojate, come se non fosse bello nuotar lievi e così bianche sul cupo verde vitreo dell'acqua. Ma se sono cadute! se sono così lievi! E se ci sei tu, bocca di morte, che fai la misura!
         Sparire.
         Sorpresa che si fa di mano in mano piú grande, infinita: l'illusione dei sensi, già sparsi, che a poco a poco si svuota di cose che pareva ci fossero e che invece non c'erano; suoni, colori, non c'erano; tutto freddo, tutto muto; era niente; e la morte, questo niente della vita com'era. Quel verde... Ah come, all'alba, lungo una proda, volle esser erba lui, una volta, guardando i cespugli e respirando la fragranza di tutto quel verde così fresco e nuovo! Groviglio di bianche radici vive abbarbicate a succhiar l'umore della terra nera. Ah come la vita è di terra, e non vuol cielo, se non per dare respiro alla terra! Ma ora lui è come la fragranza di un'erba che si va sciogliendo in questo respiro, vapore ancora sensibile che si dirada e vanisce, ma senza finire, senz'aver piú nulla vicino; sì, forse un dolore; ma se può far tanto ancora di pensarlo, è già lontano, senza piú tempo, nella tristezza infinita d'una così vana eternità.
         Una cosa, consistere ancora in una cosa, che sia pur quasi niente, una pietra. O anche un fiore che duri poco: ecco, questo geranio...



         - Oh guarda giú, nel giardino, quel geranio rosso. Come s'accende! Perché?



         Di sera, qualche volta, nei giardini s'accende così, improvvisamente, qualche fiore; e nessuno sa spiegarsene la ragione.


 


Luigi Pirandello, 1934

venerdì 8 febbraio 2008

In memoria Caligulae


Sono tre giorni ormai che se n’è andato. Di colpo, dopo aver visto il corpo morto di Drusilla, sua sorella ed amante. Prima di sapere che c’è la morte tutto sembra credibile, ora non resta che questo futile potere smisurato e ridicolo. Cesonia che ami Caligola, il mondo sorrideva al tuo amato attraverso i denti di Drusilla. Quando Caligola poggiava la mano sul corpo di un’altra donna, tutto il rimpianto della sua carne gli saliva alle labbra, e quando qualcuna si appoggiava alla sua spalla, l’avrebbe uccisa senza concederle un sorriso per punirla d’aver tentato d’imitare una tenerezza che non apparteneva ad altri che a lei.
Ha emesso un gèmito ed è fuggito via senza voltarsi. Se non torna lo sostituiremo, non sono certo gli imperatori che ci mancano, sono gli uomini che mancano. Mostro, Caligola, per aver troppo amato. Come si può continuare a vivere con le mani vuote quando prima stringevano tutta la speranza del mondo? Fare un contratto con la solitudine? Darsi delle ragioni, scegliersi un’esistenza tranquilla, consolarsi. Non è per Caligola…


Eravamo preoccupati per te, Cesare. "E con che diritto lo eravate?"
Ci sono da sistemare certi problemi che riguardano le finanze pubbliche, il Tesoro.
… il Tesoro è fondamentale, la vita umana non lo è. Ho deciso di esser logico. Tutti i sudditi devono diseredare i propri figli e fare testamento a favore dello stato. A seconda delle necessità metteremo a morte questa gente seguendo l’ordine di una lista a caso. La prima parola per salutare il ritorno di Caligola è stata: Tesoro. Avete fatto una scelta, e si gioca con le vostre carte, pagherete cara questa logica.
Sento crescere dentro delle presenze senza nome, segnate da volti orribili di una volontà disumana. Non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte, perché in quel momento tutto gli è indifferente tranne il colpo di spada che farà scivolare via il suo sangue. E Caligola renderà la libertà al suo popolo di schiavi singhiozzanti. Tutti condannati alla morte e alla libertà.


Caligola ha preso le nostre mogli e trucidato i nostri figli senza ragione. Attraverso Caligola, per la prima volta nella storia, la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza. Lui fa ciò che sogna di fare. Lui trasforma la sua filosofia in cadaveri. Voi dite che è un anarchico. Lui crede di essere un artista. Ma in fondo non c’è differenza. Le vostre ipocrisie e le vostre viltà mi danno maggiore protezione. Finché Caligola è vivo, si è alla completa mercé del caso e dell’assurdo, cioè della poesia.
Un’esecuzione mi attende, ma prima devo mangiare. Rufo è il cavaliere che oggi deve morire… Non mi chiedete perché? Bene, state diventando intelligenti, avete capito che non c’è motivo per vivere o morire. Sono sicuro che quel Rufo non apprezza questo piccolo rinvio. Eppure qualche istante strappato alla morte ha un valore inestimabile, è il lento gustare della vera libertà. Non guardarmi così, Muzio, anche se ho appena finito di divertirmi con tua moglie. Domani siano chiusi i granai, ci sarà carestia. Ci sarà flagello, è qui il potere. Si è sempre liberi a spese di qualcuno. La gelosia è davvero brutta, soffrire per vanità e fantasia. Vedere la propria donna che spalanca le gambe per ricevere un altro nel proprio ventre. Mescolare l’amore a questi miseri giochi di mucosa.



Tu che cosa bevi, Mereia? Una medicina per l’asma? Menzogna… è un antidoto contro il veleno. Tu temi che Caligola ti possa avvelenare. Mi sospetti, mi spii. Credi che io voglia avvelenarti e fai il possibile per opporti a questa volontà. Doppio delitto, perché se Caligola non volesse ucciderti, tu lo sospetti ingiustamente, il tuo imperatore… oppure volevo davvero ucciderti, e tu, lurido insetto, ti opponi al mio disegno. Ma se mi attribuisci la volontà e ti opponi, sei un coraggioso rivoluzionario contro il fato infame e il destino assurdo, e questo è bello: morire da vero uomo, per aver tentato di mutare il corso inesorabile dell’ingiustizia.



Giovane poeta, Caligola ti ha portato via tuo padre. Che cuore fetido deve avere! Quanto lo deve torturare quest’odio e questo male! E come deve essere immonda la sua solitudine…
Tu la conosci la solitudine? Quella dei poeti e degli impotenti… Mai si è soli. Dovunque ci portiamo dentro il peso del passato e del futuro, di tutti coloro che abbiamo ucciso, dei rimpianti, il male di coloro che amavano e non abbiamo amato di rimando, il peso del desiderio, del disincanto, della dolcezza e delle puttane, e la sorda banda degli dèi. Se solo si potesse godere di una solitudine vera, non infestata di fantasmi, la solitudine fatta di silenzio e tremore degli alberi ove lasciar sentire l’ebbrezza del cuore. La solitudine risuona di denti che stridono, di lamenti perduti. Se esiste una fuga da questo orrido silenzio? Il disprezzo.



Caligola, troppi morti, la vita si va sguarnendo, non esiste potenza senza incontrollata sottomissione al proprio destino profondo. Bisogna essere logici fino in fondo. Ho cancellato gli dèi dal cielo. Ho dimostrato che si può essere effimeri quanto loro, ogni uomo può esercitare il loro ridicolo mestiere. Un mio tragico respiro investe i timori e le vite di migliaia di uomini che hanno la debolezza di affidarsi agli dèi.



Volete uccidermi, lo so. Per ritornare nella sicurezza e nel calore dei caldi letti nei quali consumare le vostre insensate esistenze. Non siete in grado di vivere in un mondo nel quale la più folle fantasia può introdursi nella realtà in un attimo, come una lama nel cuore. Tutti voi desiderate la morte di qualcuno, o la donna di qualcun altro, ma siete vili nella vostra sicurezza senza potere. Libertà e logica piegate alla pace e ad una felicità monca. Ma siete tutti colpevoli.
In questa mano Caligola regge la prova della congiura dei traditori e dei colpevoli che cospirano la morte del loro imperatore e dio. Non c’è bisogno di prove per mettere a morte un uomo, ecco che queste carte siano bruciate. E voi tutti diventate innocenti del vostro tradimento. Congiurati, come siete belli ora che siete innocenti. Neanche gli dèi possono rendere l’innocenza senza punire. Ammirate la potenza rivoluzionari di Caligola!



Caligola ha mal di stomaco, ha vomitato sangue stanotte. "Giove, prendi la mia vita per la sua!"



Grazie Cassio, non merito tanto amore. Non ne sono degno. Addio, amico, ricorda che Caligola ti ha dato il suo cuore. È bello vivere. Ammirare le vergini in riva al  mare coperte di veli trasparenti cinte di mimose. La senti la bellezza della vita nel cielo fresco e vibrante, Cassio?  Mettetelo a morte, a che gli serve la sua vita? Se ci avesse tenuto davvero non se la sarebbe giocata così inutilmente… Quando si perde si deve pagare.



Sei rimasta tu sola accanto a Caligola, dolce Cesonia. Alla follia del tuo amato hai sacrificato i tuoi giorni e stai invecchiando. Non varrebbe la pena che anche l’ultimo testimone sparisse? Amare qualcuno vuol dire accettare d’invecchiare con esso. Caligola non è capace di un tale amore. Esiste un male maggiore: accorgersi che anche il dolore per la scomparsa di chi ami passa col tempo, non ha più senso. Non resta neanche l’ombra dolorosa di un amore spezzato, né la dolcezza di una malinconia. Io vivo, io uccido, esercito il potere delirante del distruttore, al confronto del quale il potere del creatore non è che una pallida imitazione. È tempo che cali il sipario su di te che dici di amarmi, inutilmente.  Anche tu eri colpevole, Cesonia cara.



Anche tu sei colpevole Caligola, ma ti capiranno mai? No, loro non capiscono, loro giudicano senza capire ascoltare, nemmeno un pallido e sfuggevole sentire. Ed anche tu, ti giudichi. Come ti ammiro per questo potere di giudicare! Hai ritrovato il vuoto nel quale l’anima si placa. Sei l’imperatore, ma sei anche niente. Sei un tronco vuoto e cavo, senza cuore, un vuoto malefico dove si agitano le ombre e le passioni. Potresti essere tenero, Caligola, ma non c’è niente che vada bene in questo mondo, eppure, ti basterebbe l’impossibile che hai cercato a braccia distese sino ai confini del mondo.



Tendo le mani e non incontro che te, sempre te, come uno sputo sul mio viso. Te, nel chiarore splendido e dolce delle stelle. Te, che sei come una ferita che vorrei strapparmi di dosso con le unghie perché il sangue infetto possa sgorgare con la vita a fiumi. Dove posso trovare tanta tenerezza da soddisfare la mia sete? È pesante questa notte come il male, ed il dolore umano.





Costruito intorno a: A. Camus, Caligola, 1944
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martedì 5 febbraio 2008

Suggerimenti per la politica immigratoria

Nativi vs Immigrati/terroni





Con la splendida collaborazione di Peter Gabriel che ha firmato la colonna sonora di questo piccolo massacro. Se solo Calderoli avesse un minimo della classe di Bill il Macellaio, mi sentirei un po' meno incline ad andarmene definitivamente ai Five Points...

lunedì 4 febbraio 2008

Guarda Emily che gioca...








Ogni volta che mi addormento il pomeriggio mi sveglio sempre con il mal di testa e con un latente sostrato di sonno che mi impedisce di adempiere al meglio le rituali gesta con cui è sancito ormai che debba compiersi il giorno. Perché bisogna sempre adempiere le scritture. E su un registro  c'è scritto che devo fare determinate cose entro un determinato tempo, altrimenti il sinedrio e gli anziani non mi fanno arrivare a trentatre anni. Nessun Barabba si propone per uno scambio di incombenze e responsabilità? Nemmeno un Cireneo che mi dia una mano lungo la scalata al colle ventoso? Vabbè finiamola con la metafora blasfema, non vorrei dare adito a tutti coloro che mi accusano di superbia e boriosità.
Ieri mattina derogavo all'adempimento dei precetti della mia apocrifa esistenza, e appoggiavo il tallone delle mie lucidissime scarpe nere alla parete di un grande palazzo settecentesco che faceva ombra su una miriade di pargoletti mascherati intenti ad perfectum gaudium.
Ammiravo il folto addensarsi di quell'indistinto sciame di homini sapiens chiamato società. Giovani coppie alla maldestra ricerca della prole istantaneamente smarrita mentre ci si era voltati un secondo a salutare quell'altra coppia che invece la prole la regge al guinzaglio. Teneri fanciulli imbacuccati da pagliacci o fatine, e la lacrima disegnata sulla guancia che non è solo un trucco a matita, che sognavano invece di scorrazzare disordinati per la piazza travestiti da qualche violento guerriero dalle mani grondanti di sangue. Entrare per un attimo nei panni della propria innocente fantasia, dove follia e spontaneità si intersecano e si abbracciano. Nella parata di angosciate porcellane di buona famiglia io vedo gli anarchici e i ribelli a cui servirà solo pompare la giusta dose di autocoscienza. Ovviamente la vita di ognuno sperimenta tangenti che non si identificano in un genere specifico. La giovane coppia che mi ha messo al mondo apparteneva alla schiera di quelle che mettevano il guinzaglio alla prole, ed esibiva il proprio prodotto infagottato da gentile imbecille, mentre costui nella sua mente covava di essere Jack lo Squartatore. Soprattutto quando in tenera età rimasi estremamente affascinato dal XXVIII canto dell'Inferno e dalla pena riservata al seminatore di discordia Bertram dal Bornio.
Mentre ogni tanto mi distraevo dal rimirar il social consesso, perché i filantropi avventori sociali che mi accompagnavano mi richiamavano ai loro monotoni argomenti, una giovane coppia che frequentavo è subentrata nel mio campo visivo. Il papà portava in braccio un bimbo di neanche due anni. Per diverse ragioni senza importanza non ho più contatti con queste persone. Fino a qualche mese fa’ quel bambino però lo prendevo in braccio, lo coccolavo, ci giocavo così come adoro confrontarmi con la sincerità di chi non capisce un tubo di quello che dico, e che mi risponde sempre e solo ridendo. L’inconsapevolezza, che è la massima delle libertà e la più avvilente delle catene. A volte quel piccolo mi era sembrato l’unico essere umano che era riuscito a darmi un’identità, ogni volta che mi vedeva batteva le mani, era la prima lezione che gli stavo impartendo per farne un buon militante prima ancor che sempre azzurra non potesse essere più la sua età. Lo guardavo ieri da lontano,  camminava, ha imparato bene e si confondeva tra le gambe dei giganti. Avrà rimosso ormai il mio volto dalla sua flebilissima memoria; un giorno diventerà un ragazzo ed io avrò i capelli completamente bianchi e gli occhi indeboliti.
Gli parleranno di me, gli racconteranno la storia di uno spregevole bastardo. E mi guarderà torvo mentre io attraverserò la strada oppure mi rinverrà nel sinedrio della sua piccola ridicola realtà. Realtà così prona nel dispensare giudizi senza appello e senza disporsi ad ascoltare, in nome di superstizioni morali corrotte dal non esser capaci di guardare oltre la sterpaglia che cinge il proprio orticello coltivato a cavolfiori e ignoranza. Ma questa per me sarebbe una sconfitta atroce, perché vorrà dire che non me ne sarei andato. O peggio ancora, che sarei potuto essere tornato. Qui forse, non ci tornerei nemmeno a morire. Vorrei non avere alcun luogo da ergere a tomba del passato e del futuro.
La persona a cui il piccolo si rivolgeva battendo le manine, è morta già.
L’Emilio di Rousseau, un giovane che doveva forgiarsi
e educarsi nell’amor proprio, e nella purezza di una vita senza contaminazioni sociali che trasformano l’individualità e l’originalità in egoismo e paura. Finché sei innocente, Emily, giocare e non pensare è gratis.



Emily prova ma non capisce
Ha spesso la tendenza a farsi prestare
I sogni di qualcun'altro fino all'indomani
Non c'è un altro giorno
Proviamo in un altro modo
Libererai la tua mente e giocherai
Giochi gratis oggi
Guarda Emily che gioca
Poco dopo che si è fatto buio Emily piange
Guarda fissa attraverso gli alberi, afflitta
Quasi non emette un suono fino all'indomani
Indossa un vestito che tocca terra
Galleggia su un fiume
Per sempre
Emily, Emily

Syd Barrett, See Emily Play, 1967
Pink Floyd - Relics


sabato 2 febbraio 2008

To be or not...? Hotly not.


Dubita che le stelle siano fuoco, dubita che il sole si muova, dubita che la verità sia mentitrice, ma non dubitare mai... È una bella prigione, il mondo. I commedianti non son capaci di tener segreti, dicono tutto. Questa è follia, se pure c'è del nesso. Ci son più cose in cielo e in terra, che non sogni la filosofia.
I giorni che si dipingono dell'ozio che divora e restringe le maglie della gabbia non dovrebbero conoscere l'alba. Reietti nella tetra notte senza sogni e senza risvegli, senza tumulti o brevi spazi di cielo squarciato dal quale trafugare frammenti della volta serafica per lenire le turgide ginocchia rapprese dalla stritolata menzogna di dover respirare, camminare, assorbire gli odori e osservarsi far questo impotentemente.
Parlami di te... Io non so, né voglio raccontarmi.
Se è lo specchio a voltarmi le spalle, io mi rifletto in chi legge. Non si è né buoni né cattivi come non si è tante altre cose ancora. La bontà è la luce che a sprazzi e ad istanti illumina l'oscuro animo umano. Occorre la fiaccola bruciante per accendere la luce e l'essere pensante a quella luce può poi scegliere la direzione per muoversi nell'oscurità. Si può perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo è l'importante. Quando la luce ritorna non mi sorprendo. Ci soffierei su per spegnerla prima, visto ch'io non ne ho bisogno. Basta conservare il proposito, cioè la direzione, nel lato oscuro. Una corona che sappia tracciare i contorni della luce del sole, necessita di un'eclisse totale. Che si spenga il giorno... che bruci la notte di un falso crupuscolo e di un ermetico rotolare di passi verso la stazione. Torna indietro, zoppo robivecchi, il treno non ha ancora fischiato. Il sole sorge dove tu non guardi.

Chi indovina tutte le citazioni?

venerdì 1 febbraio 2008

Berlusconi redux !?


Le barruffe chiozzotte di questi cialtroni mi hanno stremato. Non ce la faccio più... non so nemmeno se avrò la forza di tornare a fare i girotondi col grande NANNI. Non ho voglia di fare campagna elettorale, perché questo vorrà inevitabilmente dire che dovrò molto spesso metter via la maschera dell'inutile grafomane fine a se stesso, sublimando la mia soglia di indifferenza, e "scendere in campo".
Che scatole... non si vive mai una primavera tranquilla...
Confidando nelle doti da negoziatore filibustiere del Presidente Sindacalista Marsicano, sapremo presto se la scheda elettorale potrà essere una valida alternativa all'attrezzatura per l'igiene personale "posteriore" (ndr, carta igienica: c'è gente in giro che non coglie al volo le metafore). Attenti quando nella cabina elettorale procederete a celebrare il rito di consacrazione della classe dirigente nella maniera che merita. Perché l'inchiostro con cui vengono stampati i simboli lascia macchie ed aloni sgradevoli. Non vorreste mica ritrovarvi con uno scudo crociato, oppure con una fiamma, una foglia di marijuana verde, o peggio ancora, con una Forza Italia tatuata sul deretano? Magari un bel ramoscello d'ulivo... Se vinceremo, e a me sognare piace un sacco, mi farò tatuare il simbolo del Partito Democratico sulla natica sinistra. Perché sappiate che uno spettro si aggira ancora per l'Europa, non si tingerà i capelli rossi, ma gli insegnamenti dell'uomo di Treviri non si confutano, quello spettro sono io.

Ricordo un'immagine per me sacra, ricordo di battaglie e speranze... Era la primavera del 2006, e tutti coltivavamo un unico auspicio.


PER NON DIMENTICARE