venerdì 10 ottobre 2008

L'importanza di essere onesto

- Alcor, non si può più andare avanti così…

- Hai assolutamente ragione Miche’, non si può proprio…

- Se le cose non cambiano, resteremo sempre a questo punto, e gli altri continueranno a farsi i cazzi loro come vogliono…

- Eh, "il mondo è della gente disonesta", così si dice; però, orsù, diciamocelo  che è pure un po’ colpa nostra se le cose vanno sempre a cazzo…

- Ma è ovvio, Alcor! Allora perché mi lamento? Sicuramente è colpa nostra! Siamo poco intraprendenti, poco coraggiosi, bisogna essere più determinati, più radicali!

- Eh sì, il buonismo non paga, lo dico sempre io! Ci si beccano mandrie di rinoceronti dritti nel posteriore… Qualche volta bisognerebbe saper menare mazzate…

- Come dici? Ma stai diventando violento? Non ti si riconosce più… eri uno molto pacato…

- …no, niente. Però dati gli esiti… ci si stufa un po’…

- Già, Alcor, ti capisco, un po’ alla fine ti devi incazzare! Sennò sembra che non te ne fotte proprio niente di ottenere qualcosa! E non si fa mica la guerra per perderla!

- Infatti. Comunque hai ragione. Bisogna tornare ad alzare la voce!

- Ma il fatto è che noi possiamo urlare quanto vogliamo, Alcor. Non ci ascoltano, non ci ascoltano…

- Eh, Miche’… a chi lo dici…

- Possiamo parlare, parlare, parlare… E scrivere! Possiamo scrivere qualsiasi cosa, dappertutto, riempire pagine e pagine, ma niente… Non ci prestano proprio ascolto….

- Non dirlo a me, Miche’….

- Sembra che più li rassicuri, più ti capita di dar loro una speranza, più sono diffidenti! Più sei sincero, più ti prendono per matto…

- Sì, sì… è proprio così, Miche’…


- Secondo me… (boccata di sigaretta) …è tutta colpa della televisione!

- Fammi fare un tiro… (boccata di sigaretta) …ma è proprio che ormai siamo troppo assuefatti a gozzovigliare coi coglioni, e poi le persone non sanno più nemmeno parlare… Confondono le cose, non distinguono le parti. Baci, abbracci così gratuiti, senza significato, fiducie malriposte, illusioni dilaganti, sorrisi inneggianti, terre promesse che non esistono…

- Ma è colpa della televisione, Alcor, te l’ho detto…

- Ma no, è che nessuno bada decentemente ai cazzi suoi. C’è un insano egoismo: badano tutti alle false apparenze, al dover dar conto agli altri pure per essere felici, Miche’….

- Ma poi ti rendi conto? I nostri cari amici, ne vogliamo parlare? Nessuno ti aiuta, nessuno si fa carico di questa situazione deprimente… tutti senza stimoli, senza motivazioni…

- Ho capito, Miche’, però come diavolo pensi che ti possano aiutare quelli? Ognuno se la gioca da solo questa competizione…

- Eh lo so, qua s’è diffusa ‘sta storia che dobbiamo andare sempre da soli… Ma stando soli non si ottiene nulla, lo capisci Alcor? Diventiamo solo dei miseri nombrilisti.

- Eh, perché in compagnia che cazzo hai ottenuto finora? E poi anche gli altri hanno i loro inconvenienti, lascia perdere…

- Forse hai ragione tu, Alcor…

- Togli il forse…

- Ma tu come la vedi la situazione?

- Io? Vado avanti, faccio quello che posso…

- Già, beato te che hai questo ottimismo, Alcor. Io sono spesso tentato di passare dall’altra parte…

- Dall’altra parte???

- Sì…

- Ma sei impazzito, Miche’?

- Lo so, sarebbe imperdonabile da parte mia…

- Be’ imperdonabile no, bisogna avere sempre rispetto… però non puoi essere così drastico, che cazzo!

- Non riesco a mantenere la tua stessa coerenza, Alcor, lo sai. Io sono debole di carattere…

- Ma che cazzo c’entra la coerenza? Non è che si cambia così, per scelta, a seconda di come ci si sveglia la mattina! Io sono così, perché sono, non perché lo stabilisco…

- Eh, quando uno le cose le sente dentro…

- E pure fuori Miche’, te lo garantisco…

- Ma il fatto è che ci manca una struttura, un’organizzazione fatta bene… ci manca tutto…

- L’organizzazione? La struttura? E che vuoi fa’ il bordello, vuoi fa’?

- Ma come cazzo ti muovi senza un apparato, Alcor, mi prendi in giro?

- No Miche’. Non ho capito, davvero, di che cazzo stai parlando!

- Ma come? Parlo di quello che ci manca, che ci serve!

- Eh, appunto…

- Quello che ci manca nel Partito Democratico…

- Partito Dem…Aaaaaaaaaaah… porca miseria…

- Ma scusa, Alcor, che avevi capito?

- Che stessimo discutendo di quello che manca…

- E cioè?

- La fica…

domenica 14 settembre 2008

C'è tempo





Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C'è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C'è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d'estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l'ora muta delle fate.

C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo, c'è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato
dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C'è un tempo d'aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce

un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno
avvisato.


Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

sabato 13 settembre 2008

Le pont

R. e Simone erano appena usciti dal quel frastornato locale all'Odeon. Simone rideva per un nonnulla, rendendo esemplari le cose più trascurabili del mondo, conferendo importanza a parole che altrimenti sarebbero state spente nell'oblio immediatamente dopo essere state pronunciate.

R. parlava un po' meno, e si fermava a contemplarle il volto ridente, felice, specchiando in quella spontaneità tutto quello che gli impediva di rinchiudersi una volta per tutte. Come il forte richiamo ad un isolamento che non era che una folle e debole attesa della sua polverosa estinzione.

Quando si attraversano certe cose c'è un'ombra dentro che non si dirada mai, che rende quasi vergognoso e sprecato l'esservi sopravvissuti.

Guardava Simone ridere contenta. Pensava a tante cose che si recava dentro con sé, annaffiando  tutto con quelle parole rimordenti che le aveva inutilmente detto. Per lei aveva fatto qualsiasi cosa. Come un pinball la vita li aveva fatti rimbalzare da un punto all'altro della forza del loro legame. Stretti e lontani, come un ventaglio che si allargava e poi si richiudeva senza che loro avessero mai potuto pronunciarsi.

E poi erano giunti, non si sa come, lì. In quella sera.

Intanto R. aveva deciso. Non avrebbe più scritto nulla da condividere col resto del mondo. Avrebbe covato dentro di sè, e per solo per sè, quel turbinio della vita nei prossimi brevi istanti.

Intanto Simone rideva, e non capiva. Intanto lui avrebbe voluto dirglierlo, ma non ci riusciva.
Intanto la scelta maturava. In un profondo spegnersi di tutti i suoni e nell'addormentarsi di tutte le voci.

La voleva accanto in quel momento. La strinse e la baciò con un fervore che sembrava affrettare qualche inspiegabile rincorsa dei giorni.

- Che hai R.?

- Nulla Simone...


E lei riprendeva a parlargli stringendogli il braccio in una maniera che se non fosse stata lei, gli avrebbe fatto male. Era quasi un trattenerlo lì. Un non volerlo lasciare libero.
Quasi che lei, quella parte di lei che ha sempre saputo tutto, stava comprendendo. Mescolando all'amore di non volerlo rinchiudere in una gabbia, quell'egoismo di trattenerlo forte accanto a sè.

R. non parlava ed era quasi impassibile.

Simone, ad un tratto, sembrò bloccarsi dal piangere.

Si affacciavano stretti da quel ponte tanto caro a Simone.

R. le accarezzava i capelli. E non l'amò mai così assordantemente come in quel momento.

Le accarezzò il volto, come avrebbe voluto fare tutto quelle volte che lei rifiutava ogni contatto.

- Hai un profilo splendido, Simone, quando alzi il viso e guardi verso il cielo. Fammelo ammirare un po'...

Le piegò il viso con le sue carezze, incontrando con le dita le diradate lacrime di lei. Lei gli sorrise, senza capire.

R. le fece scivolare sul mento le dita della mano,  con l'attrito di chi, quella donna l'avrebbe portata sempre con sè, aprendole tutto il mondo profondo che egli si portava dentro.

- R. ...  - ripeteva Simone.
- Non mi saresti mai bastata come nutrimento per i sogni e come anima del mio scrivere.

Costui la lasciò con molle ed evidente fatica. E si gettò nel fiume.




Questa era letteratura, la notizia del giorno è che probabilmente non scriverò più in questo blog. Per la semplicissima ragione che mi sono rotto le palle. E come disse Stéphane Mallarmé, non esiste eredità letteraria, perciò al momento opportuno, cancellerò tutto.

Ti amo, Simone.

Grazie a tutti.

giovedì 11 settembre 2008

Contrasti e memorie

Trascorrere mezza serata di fronte ad un personaggio.
L'altra mezza serata al telefono con la persona in carne ed ossa.
Che vento, che bel rumore.

C'è qualcosa che non funziona correttamente.

Sette anni fa, mi svegliai presto. Una mattina come tante perché mi sentivo piuttosto triste. Ed avevo ben ragione di esserlo, perché quel giorno sarebbe cambiato il mondo (sciocchezze, il mondo era già cambiato, le solite definizioni da politica da bar). Il mio mondo sarebbe cambiato.
Quella mattina mi iscrivevo all'università, mi immatricolavo, dopo mesi di lotta furibonda, scioperi, manifestazioni, occupazione del cesso, volantinaggio presso il parentado, dichiarazione di prigionia politica, tentativi di convincere la famiglia che io fossi un buono a nulla. E come tale meglio se destinato a non fare un cazzo, se non ad arrovellarmi  in cervellotiche macchinazioni nichiliste.
Magari tentare la botta di culo e sperare di prestare una simile, e pressoché inutile, mansione  lungo il tragitto di sviluppo dell'umanità ricavandone un tozzo di pane, un bicchiere d'acqua, un letto, un cesso, un libro, e una caterva di sogni da non realizzare.

Piccola parentesi: stanotte ho fatto un sogno di merda, mi sono svegliato odioso e col mal di testa. Nonostante tutto, pulcherrima, mi scoppia il tuo viso nel cervello, come una bottiglia di birra dimenticata nel congelatore.  Non che io ti possa dimenticare, intendiamoci. Chissà a che età si potrebbe accostare una similitudine del genere... chiusa parentesi.

E se penso che un mio amico parrucchiere riesce a fatturare oltre tremila euro al mese, sono sicuro di aver fatto una grande cazzata quella mattina.

La cultura non vi renderà mai persone migliori, fidatevi.
Perché in questa realtà imbevuta nel relativismo come un maxi assorbente, aiutatemi a capire, di grazia, che cosa vuol dire essere persone migliori?
Avere una elevata considerazione di se stessi? No, è impossibile, l'egoismo non basta.
Io ricorro a Darwin, sempre. Ogni essere vivente è una monade appartenente ad un corpus più generale: la specie. Più egli contribuisce alla procreazione della specie, più egli ottempera all'unica cosa per la quale esiste.
Sarà un caso che l'orgasmo è la punta massima di piacere sperimentabile? La competitività sociale e il successo economico sono espedienti inconsci che l'uomo persegue per garantirsi quanti più orgasmi possibili.
Pertanto, sprecare neuroni per scrivere codeste attuali stronzate, e poter citare il pensiero e le gesta di uomini grandiosi, a che cazzo serve?
Serve a complicarsi la vita punto e basta. Non garantisce più orgasmi di quanti se ne assicuri un deficiente qualunque, di quelli che non sanno leggere né scrivere, né parlare, né pensare.
 
Succede che diventi adulato da tutti, grande oratore e bella presenza. Atteggiamento schivo e reticente. Magari ci si diletta pure a scrivere cazzatelle sparse nei ritagli di tempo, uno dei pochi contatti di umanità che ci si consente senza timore di contaminarsi.
Il successo è dei coglioni. Quelli che la fanno facile perché oltre non possono andare, e non ingenerano sciocche responsabilità nei pensieri altrui.

Tanto valeva beccarsi i soldi, almeno.

Quella mattina era coerente col mio intrinseco, quasi calvinista, destino di condanna.
La tecnologia sarà pure ininfluente nel condizionare la felicità umana, ma se mi fosse venuta incontro quel giorno, come le analoghe mattine di settembre dei restanti quattro anni, a farmi evitare una fila di cinquecento persone allo sportello della segreteria, forse, non avrei sollevato la mia anima dal costante richiamo del suicidio, ma presumibilmente un sorrisetto di pacata soddisfazione me l'avrebbe indotto.

Soprattutto quando giunge il sospirato turno e ti appresti ad affrontare la megera armata di timbro e spillatrice, che ti scruta in maniera torva per scandagliare i lineamenti che il caldo torrido scioglieva sulla mia faccia, che progressivamente assomigliava sempre meno all'ineluttabile e impassibile individuo che riempiva la fototessera allegata alla triste domanda.

Ti accorgi di aver dimenticato quella cazzo di marca da bollo da ventimilalire, e devi ripartire dal via, per aver pescato la carta errata dal mazzetto non degli "imprevisti", ma del "com'era prevedibile stronzo".
Per concludere, la macchina tamponata, perché il danno doveva essere perfetto.

Apro una parentesi: pulcherrima, io muoio dalla voglia di vederti, eh, cazzo... chiudo parentesi.

Torno a casa distrutto e convinto di aver fatto la scelta peggiore della mia vita. Dopo un po' mi fidanzai con la persona sbagliata, e questa scelta finì al secondo posto nella bad parade. Poi iniziai il dottorato e questa scelta scivolò al terzo posto. E lì permane, per fortuna. 

Mi concedo al letto. Canticchiando parasimpaticamente
svegliatemi quando finisce settembre. E invece no. Ad un certo punto si ascoltano delle urla licantropiche che lo stato di sospensione para-vitale lentamente mi fa riconoscere come generate dalle corde vocali paterne.
Comincio ad armarmi il palato di invereconde bestemmie, nonostante non avessi inteso l'oggetto del delirio genitoriale.
Percorrendo il corridoio come fosse stato il miglio verde, cominciavo a distinguere tra quei tonfi latrati delle parole sputacchiate in un italiano medio e senza pretese: "la guerra, la guerra!!!.

E con le stalattiti agli occhi, mi sedetti sul divano davanti la televisione nel momento in cui crollava la prima torre. Ricordo che cambiai espressione sul mio viso, e riuscii a muovere una minima falangetta soltanto il giorno dopo. Si muoveva soltanto l'indice della mano destra, di tanto in tanto, per saltare da un canale all'altro tra i vari programmi televisivi.

Non mi abbandonerò mai, qui dentro, in considerazioni storico-politiche. Perché non me ne è mai importato nulla, in verità, se gli aerei fossero stati dirottati dagli scagnozzi di Al-Qaeda, o se gli americani stessi c'entrassero qualcosa. Questi discorsi hanno accompagnato sempre e soltanto discussioni disgustose esternate indecorosamente tra le sputacchie e i sedimenti di una bevuta da baretto intossicato.
Perché nel tritacarne ci stiamo dentro un po' tutti, in un modo o nell'altro.

Volevo entrare nella mente di chi si gettava dai grattacieli per non finire carbonizzato, provare il tetro sfizio di volare, sapendo che da lì a poco di lui sarebbe rimasto un fotogramma impersonale da magazine gossipparo socio-politico. Volevo entrare nei pensieri palpabili degli inconsapevoli che all'improvviso si son trovati a dover fare i conti con la morte imminente che ne avrebbe azzerato le vite, e che loro sentivano avvicinarsi lesta e insaziabile.
A coloro che non hanno fatto in tempo a chiedere scusa per i conti lasciati in sospeso. A coloro che mandavano un sms alla persona che amavano, incondizionatamente, sapendo che non l'avrebbero più rivista, sperando di sopravvivere in un ricordo non loro.
A tutte quelle parole che non si sono potute raccontare, alla vita che non si è potuto condividere, alle occasioni buttate nel cesso di un aereo che cadeva per i capricci di qualche coglione.
Coglioni di quelli che non hanno cultura, e hanno avuto il loro successo di metastasi universali.

Volevo entrare nella mente di una persona che muore. Per capire cosa vuol dire rinunciare per sempre ai propri desideri, alla propria speranza, ai ricordi, ai sentimenti, alla vanità delle proprie sofferenze e delle proprie rinunce.
Alle stronzate che quotidianamente sperperiamo, e alla felicità che sciaguratamente rinneghiamo per motivazioni ridicole e miserabili.
Perché al di là di ogni percorso, quell'attimo consapevole prima della fine, è probabilmente l'unico attimo in cui si è davvero persone migliori. Quando si ha la lucidità di confrontarsi col nulla più cruento, quello che cancellerà senza pentirsi ogni traccia dell'infinito che abbiamo conservato dentro.

Quel giorno la morte, quella mite e silenziosa, si trasformò in un circo con cui infestare il mondo di barbarie e paura. Un palcoscenico con cui si è voluto ammazzare anche la coscienza dei sopravvissuti.

Ed io mi vergogno, profondamente.
E non rinuncerò mai ad espandere la mia vita. Pur nella spasmodica attesa del mio attimo di persona migliore.

Simone de Beauvoir, quando morì Sartre disse: "
Sa mort nous sépare. Ma mort ne nous réunira pas. C'est ainsi; il est déjà beau que nos vies aient pu si longtemps s'accorder".

Chiusa un'altra parentesi, che ho aperto senza volerlo, confidando nell'intelligenza altrui.

mercoledì 10 settembre 2008

martedì 9 settembre 2008

Ma c'è una poesia che proprio...


"...E vestitele bene le poesie! Cercate bene le parole! Dovete sceglierle! A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola! Sceglietele, che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere! Da Adamo ed Eva: lo sapete Eva quanto c'ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta? Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa... Ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre! Innammoratevi! Se non vi innammorate è tutto morto! Morto, tutto è... Vi dovete innammorare e diventa tutto vivo, si muove tutto, dilapidate la gioia! Sperperate l'allegria! Siate tristi e taciturni con esuberanza! Fate soffiare in faccia alla gente la felicità! E come si fa? Dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! Eh?..."

Certe volte mi chiedo dov'è la felicità.
Oggi la felicità è stata una telefonata mentre stavo sminuzzando le mie zucchine bollite. Una telefonata mediante la quale mi si chiedeva quale fosse l'astro vicino la luna crescente.
Non poteva che essere Giove.

E poi, impelagarmi in monologhi in cui mi lascio per strada i condizionali.

Provare a strangolare la gente è una cosa piacevole, tra l'altro.