lunedì 31 dicembre 2007

Un gran finale sotto il cielo d'Orione





Hai bucato la mia vita


Leggere e rileggere quel che si scrive per scegliere sempre le parole più giuste. Sforzarsi di incamerare pensieri espandibili dai tratteggi indistinti, in queste parole che assomiglieranno comunque a confusi graffiti dell'anima su una pagina nivea.
Ed intanto siamo agli sgoccioli di questo anno. Sta andando via uscendo dalla porta di servizio; ha l'impermeabile stretto col bavero sollevato al collo circonciso dalla sciarpa nera che ondeggia ai passi, lasciando cadere  piccolissimi batuffoletti di cotone, o di qualsivoglia fibra chimica ivi presente.
Ha un ombrello a scatto che lo riparerà dalla pioggia di quel che gli cadrà addosso, di cianfrusaglie e pensieri che non occorre più celarsi dentro.
Qui i mattini sono gracili latori di tepore e mitezza, ma la notte mantiene sempre le promesse gelide dell'inverno, e stanotte non sarà da meno. Perciò amico mio che verrai con me, accertati bene che i  guanti di pelle nera aderenti, internamente foderati da un finissimo strato di lana bianca, siano ben infilati sulle tue dita.
E non bagnare i tuoi capelli per consentire alla tua chioma allungata di cadere più morbida ai lati del tuo capo.
Verranno a prendermi, come lascio che sia sempre in queste ricorrenze, e risalirò in un auto non mia le colline a nord-est. Là, dove dovrebbe impattare il vento. E' un posto splendido, un risucchio dall'album dei ricordi dove si raccolgono le immagini di luoghi cari senza età.
No amico no, non fumo, grazie lo stesso. Preferirò concentrarmi sulle immagini di questa notte e nelle promesse che ogni volta siamo soliti proferire, incuranti che ogni mezzanotte, ogni attimo è l'occasione per rivoluzionare tutto completamente. Che se il tempo e la vita sono una sterminata pianura, l'infinito è una circonferenza senza confini e con il centro in ogni luogo. Il luogo dove io e te siamo e saremo. Questa è la notte non dei ricordi, né dei consuntivi, e nemmeno delle illusioni. L'altra sera eri con me, e li guardavi come me in uno estraniante silenzio... ad un certo punto sembrava che fossero tutti scomparsi e invece rieccoli lì, ciascuno con le proprie storie ed i propri perché, ciascuno in sè, incurante di esserci, ma così incosapevolmente felice.
E stanotte ognuno avrà l'impressione di allacciare il proprio destino al rimorchio della sorte del mondo. Mentre lo siamo sempre stati, tu, io, e chiunque alla luce dei lanternini che scorgiamo dall'altura, brinderà al futuro. Io amo il verbo futuro. Perché etimologicamente "futuro" non è che una perifrastica del verbo sum, "sono", colui che sto per essere, sarò... e che tra un attimo già sono, che non aspetto perché lo sarò comunque... mi piace giocare nei pensieri che sguazzano tra il latino e la matematica.
Ci siamo sempre stati, anche a migliaia di anni luce di distanza, possiamo guardare lo stesso cielo nello stesso istante, disegnando una parallasse nella notte che ci può unire... no, non stavo dicendo a te, amico mio... non ci sei soltanto tu. Anzi, tu non ci sei un granché, per quanto dovresti essermi prezioso, ci sei stato pochissimo. Perché t'ho abbandonato ogni volta che una gazza ladra veniva a rapirti. Ma che vuoi farci, non impariamo mai davvero sino alla fine la lezione, e spesso preferiamo tornarcene a casa prima della prova.
Sono proprio felice oggi. Anche se non sarei dovuto essere qui dove sarò tra breve e che sto prefigurando in questo pendolo della mente che viene e che va. Ti guardo amico mio, e guardo ai casini che hai combinato in questi ultimi giorni. Alle persone che hai fatto piangere pur restando immobile e zitto quando t'hanno confessato che anni fa' c'era persino chi ti dedicava lacrime e versi carichi di sentimento, senza che tu comprendessi nulla. A chi ha osato smuovere il trespolo alla base dei tuoi piedi e su cui montava quell'orgoglio fasullo, che è poco più d'una stampella. Agli abbracci insperati di chi oramai disperavi di aver lasciato su un battello arenato su un melodioso fiume dell'europa orientale. Di tutto questo narrerà stanotte, che potrebbe anche apparire un punto alla fine di un racconto, ma domani ci sarà sempre un'altra storia a tirarti per le maniche della giacca. Aspettando chi magari appoggia le braccia stanche su un davanzale ai bordi d'una finestra che è molto di più d'una vetrina sospesa su quel che indugia tra l'animo e il mondo così avverso, provando a cercare qualcosa lassù dove tu non tramonti, e riavvolgendo nastri di pensieri che provino a riappacificare la notte. E forse mentre tu vecchio mio lasci che la tua vita sia bucata come la notte è bucata dai fori stellari da cui gocciola in terra il sommo amore, raccogli tutto questo sogno che cola stanotte dal cielo d'Orione, e portalo a casa con te. E non importa che possa essere solo polvere cosmica tra gli astri, c'è abbastanza luce per dipingervi i contorni di una speranza.

Buon Anno, a chi attende se stesso, a chi sogna, a chi non ne ha il coraggio o la consapevolezza. A chi fuori e dentro di me sa determinare il volto del mio sorriso e della mia delusione, come lo specchio che decide il sembiante con cui mi presento agli occhi  del mondo. A chi non c'è ma avrebbe voluto, e trova impossibile immaginare un futuro diverso dall'abitudine e dalle sorprese che richiedono una forte dose di incoscienza e instinto, oltre ogni schema. A chi non sa di essere importante... a chi non sa di essere una stella che può illuminare l'oceano sconfinato. A chi si sta cercando, a chi si troverà domani, a chi non è più nulla di quel che era ieri. A chi non dimentica, e a chi farebbe meglio a muoversi a dimenticare, a chi non si lascia afferrare dalla vita, a chi se ne fa travolgere smarrendosi; a chi per una parola mi ha trovato, a chi per una parola mi ha abbandonato lasciando una lacrima sul mio cuore. A chi mi sa rendere felice, e a chi mi ha tradito... A tutti che siete parte di un continente e partecipi della sua deriva verso il "futuri sumus", perché nessuno è un'isola, neanche se stanotte preferirà star sola, come la stella del vespro ai bordi del tramonto.

sabato 29 dicembre 2007

Pigs on the Wing





Pink Floyd - Pigs on the Wing




You know that I care what happens to you
And I know that you care for me too
So I don't feel alone
Or the weight of the stone
Now that I've found somewhere safe
To bury my bone
And any fool knows a dog
needs a home
A shelter from pigs on the wing


Roger Waters
Pink Floyd, Animals, 1977




Lo sai che mi prenderò cura di quel che ti succede
E so che anche tu tieni a me
Per cui non avverto la solitudine
O il carico del fardello
Ora che ho un posto sicuro
per seppellire il mio osso
Ma anche i matti sanno che anche un cane
ha bisogno di una casa,
un riparo dai maiali in volo.



venerdì 28 dicembre 2007

Autoritratto



"...Come vede, nella mia vita non c'è niente che meriti di essere rilevato: è tutta interiore, nel mio lavoro e nei miei pensieri che... non sono lieti.



Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza poter sapere né come né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria.



Chi ha capito il giuoco, non riesce più a ingannarsi; ma chi non riesce più a ingannarsi non può più prendere né gusto né piacere alla vita.



Così è. La mia arte è piena di compassione amara per tutti quelli che si ingannano; ma questa compassione non può non essere seguita dalla feroce irrisione del destino, che condanna l'uomo all'inganno. Questa, in succinto, la ragione dell'amarezza della mia arte, e anche della mia vita..."


Luigi Pirandello, Autoritratto




Sono giorni in cui prendo le mie parole, raccolgo i miei salubri silenzi, e porto tutto a casa. Accanto a me. Così le placche del mio cerebrale mantello sussultano senza sviluppare bradisismi vocali e turbolenze verbali. Così si scuote meno aria, e la polvere pirica non infiamma le mie dita dedite al racconto. Così il sisma però non si dilegua. Perdura. E ha diritto alla sua quotidiana razione di fuga dalla quiescienza nella quale lo ricaccio a stento. E devo adombrarmi, dietro le spoglie mnemoniche dei miei eletti. Dietro parole non mie che ricalcano i miei medesimi pensieri. Quando non fluisce abbastanza senno, e sentimento. Quando si è capito il gioco, e non è più la stessa storia. Un'altra storia, per mutuare una normale espressione a me preziosa. Emblema di un tempo, d'una treccia di fili d'oro, ricordi e pensieri.
Sto dipingendo un'ombra che eclissa il sole. Sto dipingendo una mistura di ciò che mi manca e ciò che non ho mai conosciuto, sto dipingendo una voce ed un silenzio, sto dipingendo i contorni di qualcosa che attendo e che vive dentro di me e nella mia mente, come forse non esiste neanche così come vien fuori dalla mia penna. Sto idealizzando le negazioni d'un età mai semplice, anche durante i giorni di risate e bravate. Sto idealizzando una fuga dalle strade diritte che si snodano tra viadotti impervi e curve accecate dalla foga di arrivare. Sto idealizzando un viaggio senza punto d'incontro oltre la speranza. Sto imparando a conoscere mondi di cui non colgo gli accenti e le abitudini. Spogliandomi dalla crosta e dalla placenta ardente che m'ha incastonato al carbone, impedendomi di splendere come un diamante pazzo.
Sto dipingendo qualcosa che neanche osservo accanto al mio esistere brullo e scontato all'apparenza di chi non ha mai scavato nel comprendere cosa scorresse in quell'invaso, se fosse il triste Stige, o il fulgente Lete. Sfolgorante dimenticanza che tutto rasserena e placidamente rinnova nell'incoscienza di sé.


Sto dipingendo, qualcuno o qualcosa non ancora l'ho chiaro dentro; se ha i contorni di un eterno esterno o di un giorno nuovo. Se m'appartiene o se l'osservo allontarsi ancor, o gemer nei miei notturni insonni, all'eco d'un ugual bisbiglio della vita al mio sordo intento. Quel che si ritrae al sol per non patir di quel calor l'assenza. La sembianza di quel soverchio sentir su tutto il resto, in un ristoro che scandisce in coro, il ritmo del mio canto e del mio abbandono. E non so perché e per cosa s'addormentano questi giorni, quel che dà per gli occhi una dolcezza al core, che 'ntender no la può chi no la prova. Il mio sentir, a questo stormir di voci, ratto s'apprende. E quel ch'io vi vedrò i gatti lo sapranno. 



giovedì 27 dicembre 2007

I gatti lo sapranno




Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l'alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.


Ci saranno altri giorni,
si saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.


Farai gesti anche tu.
Risponderai parole
viso di primavera,
farai gesti anche tu.


I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l'alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.


Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffieremo nell'alba,
viso di primavera.


 Cesare Pavese, da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1950.



mercoledì 26 dicembre 2007

Il Battello Ebbro


Poiché discendevo i Fiumi impassibili,
mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio
e inchiodati nudi a pali variopinti.

Ero indifferente a tutti gli equipaggi,
portatore di grano fiammingo e cotone inglese
Quándo coi miei bardotti finirono i clamori
i Fiumi mi lasciarono discendere dove volevo.

Nei furiosi sciabordii delle maree
l'altro inverno, più sordo d'un cervello di fanciullo,
ho corso! E le Penisole salpate
non subirono mai caos così trionfanti.

La tempesta ha benedetto i miei marittimi risvegli.
Più leggero d'un sughero ho danzato tra i flutti
che si dicono eterni involucri delle vittime,
per dieci notti, senza rimpiangere l'occhio insulso dei fari!

Più dolce che ai fanciulli la polpa delle mele mature,
l'acqua verde penetrò il mio scafo d'abete
e dalle macchie di vini azzurrastri e di vomito
mi lavò, disperdendo àncora e timone.

E da allora mi sono immerso nel Poema
del Mare, infuso d'astri, e lattescente,
divorando i verdiazzurri dove, flottaglia
pallida e rapida, un pensoso annegato talvolta discende;

dove, tingendo di colpo l'azzurrità, deliri
e lenti ritmi sotto il giorno rutilante,
più forti dell'alcol, più vasti delle nostre lire,
fermentano gli amari rossori dell'amore!
   
Conosco i cieli che esplodono in lampi, e le trombe
e le risacche e le correnti: conosco la sera
e l'Alba esaltata come uno stormo di colombe,
e talvolta ho visto ciò che l'uomo crede di vedere!

Ho visto il sole basso, macchiato di mistici orrori,
illuminare lunghi filamenti di viola,
che parevano attori in antichi drammi,
i flutti scroscianti in lontananza i loro tremiti di persiane!

Ho sognato la verde notte dalle nevi abbagliate,
bacio che sale lento agli occhi dei mari,
la circolazione di linfe inaudite,
e il giallo risveglio e blu dei fosfori cantori!

Ho visto fermentare enormi stagni, reti
dove marcisce tra i giunchi un Leviatano!
Crolli d'acque in mezzo alle bonacce
e in lontananza, cateratte verso il baratro!

Ghiacciai, soli d'argento, flutti di madreperla, cieli di brace!
E orrende secche al fondo di golfi bruni
dove serpi giganti divorati da cimici
cadono, da alberi tortuosi, con neri profumi!

Quasi fossi un'isola, sballottando sui miei bordi litigi
e sterco d'uccelli, urlatori dagli occhi biondi.
E vogavo, attraverso i miei fragili legami
gli annegati scendevano controcorrente a dormire!

Io, perduto battello sotto i capelli delle anse
scagliato dall'uragano nell'etere senza uccelli,
io, di cui né Monitori né velieri Anseatici
avrebbero potuto mai ripescare l'ebbra carcassa d'acqua

libero, fumante, cinto di brume violette.
o che foravo il cielo rosseggiante come un muro
che porta, squisita confettura per buoni poeti,
i licheni del soie e i moccoli d'azzurro;

io che correvo, macchiato da lunule elettriche,
legno folle, scortato da neri ippocampi,
quando luglio faceva crollare a frustate'
i cieli oltremarini dai vortici infuocati;

io che tremavo udendo gemere a cinquanta leghe
la foia dei Behemots e i densi Maelstroms,
filando eterno tra le blu immobilità,
io rimpiango l'Europa dai balconi antichi!

Ho veduto siderali arcipelaghi! ed isole
i cui deliranti cieli sono aperti al vogatore:
E’ in queste notti senza fondo che tu dormi e ti esìli,
milione d'uccelli d'oro, o futuro Vigore?

Ma è vero, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti.
Ogni luna è atroce ed ogni sole amaro:
l'acre amore m'ha gonfiato di stordenti torpori.
Oh, che esploda la mia chiglia! Che io vada a infrangermi nel mare!

Se desidero un'acqua d'Europa, è la pozzanghera
nera e fredda dove verso il crepuscolo odoroso
un fanciullo inginocchiato e pieno di tristezza, lascia
un fragile battello come una farfalla di maggio.

Non ne posso più, bagnato dai vostri languori, o onde,
di filare nella scia dei portatori di cotone,
né di fendere l'orgoglio di bandiere e fuochi,
e di nuotare sotto gli orrendi occhi dei pontoni.


Arthur Rimbaud

domenica 23 dicembre 2007

Auguri

Cari amici per qualche giorno non credo che scriverò su questo blog, ergo auguro a tutti i passanti di trascorrere un Natale sereno; volevo parlare di un'opera teatrale famosissima relativa al Natale, ma lo faccio dopo la festa, almeno nun c'i 'ntussicamm Natale... intanto un assaggino... Auguri a tutti.






Eduardo De Filippo, Natale in casa Cupiello, II Atto.

Mappa del cielo - Roma 24/12/2007 ore 00:00

Il cielo della vigilia, anche se non vedo comete... la Holmes se ne sta andando...