sabato 17 novembre 2007

Do Androids Dream of Electric Sheep?





Vangelis - Blade Runner - Rachel's Song


"Io non so perché il Nexus-6 mi salvò la vita. Forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l'avesse mai amata. Non solo la sua vita, la vita di chiunque, la mia vita. "
(Rick Deckard)


Doveva essere un sabato relegato al silenzio. Un sabato dove la pioggia ed il gelo dovevano fare da semplice contorno consolatorio alla necessità che io rimanga stipato in casa a completare il mio formidabile lavoro. Doveva passare sotto silenzio, senza riversare per forza parole che talvolta stonano alle mie stesse orecchie. Spulciando tra le pagine di questo blog mi accorgo che sono cambiate tante cose dall'inizio, ed è strano come queste "orme" che lasciamo qui e lì segnino e conservino testimonianza di queste nostre evoluzioni. Va bene che questo blog è capitato per puro caso nel mentre una pagina svoltava violentemente nel breviario della mia trascurabile vita, però non si è davvero mai uguali a se stessi a distanza di pochi attimi.
Così
spesso all'inizio, quando non mi allettavano le riflessioni forgiate dalla mia pachidermica noia, finivo col parlare di un film, di una canzone dei Pink Floyd; ora invece preferisco star zitto, e crogiolarmi nell'ozio mentale.
Anche perchè non ho più molto tempo da perdere. Ed anche perchè quel sottile strato di indifferenza che segue alle delusioni è sempre pronto a rivestire le mie mani come una fastidiosissima pellicola in lattice che elettrostaticizza la pelle. "Elettrostaticizza" non esiste? Non importa, lo conio io il termine, del resto, se l'evoluzione della ligua è affidata alle mestruazioni verbali del senatore Guzzanti, che ogni tanto nei suoi sproloqui cala neologismi improbabili come l'asso di coppe quando la briscola è a denari... allora io, che sono molto più intelligente, posso inventare tutte le parole che voglio. No, non sono diventato presuntuoso. Lo ero già prima. E comunque non sarebbe motivo di grande vanto sentirsi più intelligente di costui...
Per inciso, non ce l'ho col senatore succitato, è che poi mi rompo a prendere in giro sempre lo stesso politico... se qui in giro ci fosse un parente dello stesso, o egli in persona... mi dispiace.
Che c'entra questo coacervo di inutili subordinate, coordinate e periodi ipotetici, con Roy Batty? Nulla, certa bella gente me lo ha fatto tornare in mente poco fa'. E poichè non dormo seriamente da mesi e sto cominciando pure io a vedere le pecore elettriche, comincio ad avere dubbi sulla mia reale natura.
Per conoscenza, il titolo del post è il titolo del libro da cui è stato tratto Blade Runner, film "meraviglioso" uscito prima che io nascessi. Quindi io non l'ho visto al cinema, e se ci fossero andati i miei, magari forse non sarei qui a scrivere cazzate, e mi sarei risparmiato tanti inconvenienti, e tanti in più ne avrei risparmiati ad altri. Ma in fondo, mi sarei perso uno spettacolo che al di là di tutto vale la pena di gustare fino all'ultimo sorso, la vita.
Così come forse qualche dubbio sulla natura umana la nutriamo sul protagonista stesso del film, quello che assomiglia ad Indiana Jones. Ma è uomo, o è anche lui androide? E chi lo sa... andatevi a leggere le recensioni degli esperti.
Non biasimatemi, sto rintronato dall'odio inconsulto che sto nutrendo verso l'irreperibilità di alcuni dati Istat.  Dicevo, effettivamente il film è zeppo di dubbi, imprecisioni, incongruenze...  Sembra quasi che gli uomini siano androidi e viceversa. Però che strana confusione... fin troppo articolata per essere casuale e non foriera di qualche riflessione...
Perché forse voleva dire che alla fine, da qualsiasi "fonte" la vita provenga, che sia un desiderio, che sia un orgasmo, che sia un miracolo divino, che sia un miracolo della provetta, che sia un miracolo di un biomeccanico fabbricante di androidi... che cosa importa davvero? Il punto a partire dal quale si muove il primo passo? Oppure la strada ed il tempo che la vita, da qualsivoglia natura provenga, proseguirà sino al suo compimento?
In altre parole: cosa rende l'uomo tale? Il suo corredo cromosomico, la mappa del genoma? O la voglia di esserci, di camminare, di "pensare" (cogito ergo sum), che cosa ci dà un senso e ci completa? Forse è la capacità di essere liberi nei sentimenti che proviamo, quello che distingue un essere fatto di carbonio, acqua, amminoacidi ed un cuore, da una mera insensibile pietra di calcare...
E Roy, che bruciava con il doppio dello splendore, desiderava solo più vita, voleva esserci, semplicemente era umano...
troppo umano (Nietzsche).

"Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione... e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire."

Già è prevista anche la fine. Perchè lo dice anche Camus: nel compimento di ogni cosa, nel "limite", risiede la bellezza e la nostra perfezione. Tant'è che molto più romanzescamente Tolkien ne Il Silmarillion, descrive la fine come un dono concesso agli uomini, secondogeniti di Iluvatar, un dono che rende speciale ed "unico" tutto quanto s'è vissuto, che altrimenti si perderebbe in un insensato infinito, come una pietra calcarea che perdura per sempre.

Forse è meglio che torni ad incrementare ulteriormente la mia brizzolatura galoppante con i dati Istat...
È tempo, porca miseria, di terminare il lavoro, sennò stanotte altro che pecore elettriche...


giovedì 15 novembre 2007

Sweetness



Volgi altrove i tuoi occhi.
Io che ho perduto ogni maschera
Non tratterrò a lungo quella poesia qui accanto
Che mi trapassa come vetro nel vento
E già ne pavento l'assenza
Quando si scompone il silenzio
In vacilli di gèmiti che accennano piano
Porti via con te ogni eco di dolcezza
Quella che mi ha spento la notte

lunedì 12 novembre 2007

1/4 100





Elton John - The Measure of a Man



Homo Faber Ipsius Fortunae


Secondo Machiavelli non esiste la fortuna, ma ognuno è soggetto al suo destino. Ho sempre cercato di permeare i miei giorni con un profondo Umanesimo. Ho sempre voluto liberarmi dal fatalismo e dalla mesta accettazione dei bocconi che l'esistenza ha tentato di farmi ingoiare, fossero pillole dolci od amare. Ho sempre voluto cercarmi da me il fiero pasto del mattino, per non dover ringraziare altri che la mia volontà; senza dover idolatrare in astratte e petulanti litanie le mie angoscie, le mie sconfitte, le mie speranze svuotate di senno. Non ho mai avuto la tentazione di crearmi un dio da rimproverare per la amarezze che ho attirato con la mia paranoica sfiducia nel mondo. Ho fatto, ho disfatto, ho voluto sempre profondamente quel che facevo, ho cercato di imprimere la mia sudicia impronta sulla rotta che ho imbeccato, eppure ho sempre più maturato la convinzione di non averci mai capito niente nella vita.

Ma in fondo, chi se ne frega... E adesso assaporo così la mia sera, come scrissi in un racconto probabilmente destinato a marcire inedito:

" [...] I picchi lontani sarebbero rinati all’aurora, quando la mattina avrebbe ridipinto ogni cosa identica a come s’era assopita al tramonto, per un altro giorno in più, con nuovi sgualciti ricordi da riporre con cura negli stipi serrati, e una strada da perc
orrere al pomeriggio.
Sarebbe rinato identico il mondo anche per lui, che poteva solo immaginare da qualche parte oltre le colline, l’umanità vera e lontana che stesse brindando alla vita, nonostante non riuscisse a non credere, che nei preziosi calici che l’esistenza generosamente offriva nel meraviglioso convito, non ci fosse altro che nulla."


La grandezza di un uomo

Queste mani battute sono tutto quello che hai
Questo cuore infranto è diventato di pietra
Con l'orgolgio appeso al Muro
Arriva un tempo quando i castelli cadono
E tutto quello che rimane viene spazzato via nella sabbia
 
Sei fuori dal tempo, sei fuori luogo
Guardati in faccia
Quella è la grandezza di un uomo
 
Questo cappotto che ti sta come un guanto
Queste strade sporche che hai imparato ad amare
danno il bentornato ai miei amici dispersi
Sei stato all’inferno e sei tornato
Solo Dio sa come hai attraversato questa spanna
 
Ritorni a bussare, ritorni all'inizio
Fidati del tuo cuore
Quella è la grandezza di un uomo
 
È il fuoco negli occhi, le linee sulla mano
Sono le cose che capisci
Legami permanenti dai quali sei scappato una volta
Quella è la grandezza di un uomo
 
Hai fatto un giro completo, ora sei a casa
Senza l’oro, senza il colore
E questo è dove sei sempre stato
Dovevi perdere per imparare a vincere
E sollevarti dai i tuoi guai più che puoi
 
Ora potrai amare, ora potrai anche perdere
Ma potrai sempre scegliere

Quella è la grandezza di un uomo

Traduzione by Alcor


Foto di Jerry Uelsmann, 1996.






domenica 11 novembre 2007

Mappa del cielo - Roma 12/11/2007 ore 00:00

Ad oriente Cancer si fa sempre più nitido ed alto, nonostante non brilli chissà quanto. Anche se qui intorno a me di cancerine ne ho diverse, e brillano eccome! Già comincia a spuntare Regolo (Leone) alle sue spalle, mentre Vega si spegne dolcemente a nord-ovest. Non so perchè, eppure la costellazione del Leone mi ricorda serate di primavera di qualche anno fa'. E siamo ancora a metà novembre... Corre davvero il tempo, ed io comincio a rendermene conto, al giro di boa dell' 1/4 di secolo della mia vita.
Quella vita che pare non esser più così importante quando, in maniera assurda, si continua a morire come è successo oggi. Non accenno mai alla cronaca, ma certe volte è difficile star zitti.

sabato 10 novembre 2007

Non più Muro





Pink Floyd - A Great Day for Freedom




Ieri è stato il 18^ anniversario della caduta del muro di Berlino. La cronaca impazzita di questi tempi lascia poco spazio alle riflessioni su eventi che devono restare impressi nella memoria collettiva come fossero i compleanni della nostra civiltà.
Io me lo ricordo, avevo 7 anni, ma me lo ricordo. Ricordo quel vecchio divano a tre posti di velluto verdone posto a circa tre metri dalla tv, ricordo mio nonno che pretendeva di sedersi al margine destro di questo, e ricordo il cuscino che soleva mettere dietro la schiena per mantenerla diritta, di modo da non ricordare gli acciacchi di un'esistenza onestamente forse meno opprimente di quella di un minatore belga, ma comunque assai intensa.
Vedevo gente in festa che tra fuochi d'artificio e birra a fiumi, con martelli, pale, bastoni cercava di demolire anche le singole pietre che precipitavano da quei bastioni in frantumi. E mi chiedevo perchè. Mi chiedevo il senso della distanza e della separazione. Mi chiedevo che cosa poteva portare a quella totale rinuncia della libertà, al senso della presenza dei confini tra i popoli.
Adesso io non riesco a canticchiare realisticamente "Imagine" di John Lennon, illudendomi di poter concellare la mappa politica del planisfero, e far sì che negli atlanti resti solo la mappa fisica. Non sono nemmeno un pacifista integralista senza se e senza ma. Con gli anni si capiscono tante cose, e tutte riconducono a quel senso di incomuncabilità che l'egoismo proprio dell'uomo non farà mai estinguere del tutto. Il male non lo si cancella, punto e basta, la violenza c'è e bisogna farci i conti. Citerei Darwin, citerei Hobbes, ma me li risparmio volentieri.
Ricordo i giorni con la febbre alta da bambino ed il terrore che infestava i miei incubi che materializzavo nell'enorme figura di un muro che si ergeva a dismisura dinanzi a me. Non mi schiacciava, non mi toccava nemmeno, diventava enorme dinanzi a me e con indifferenza mi atterriva, perchè cancellava il mondo oltre i miei occhi, soffocandomi... Il muro è sempre stato il mio spettro, fuori e dentro è la stessa cosa. Eppure di Muro qui ho parlato tanto. Quel giorno un muro cadde e la gente che si incontrava ai due lati di questo, s'abbracciava e si baciava come se fossero stati vecchi amici. E' più o meno quello che provo quando sento il muro crescere in me, la voglia abbracciare e salutare qualsiasi essere umano che potrei incontrare come fosse un vecchio amico. Sentirmi un unico essere con tutti, per il semplice fatto che esistiamo. Questo è il mio senso di pace. Ebbene sì, abbraccierei anche Silvio, anche se lui pur sforzandosi mi arriverebbe a malapena all'altezza dello sterno, lo abbraccierei e gli direi: ti voglio bene.



A Great Day for Freedom


Nel giorno in cui i muri caddero
Gettarono i lucchetti a terra
Ed alzando i bicchieri,
levammo un grido perché era arrivata la libertà.
Nel giorno in cui i muri caddero
La Nave dei Folli s'era finalmente arenata
Le Promesse accendevano la notte
come colombe di carta in volo.
Ho sognato che non eri più al mio fianco
Non restava calore, né orgoglio
E anche se avevi bisogno di me
Era chiaro che non potevo fare niente per te
Ora la vita si svaluta giorno per giorno
Mentre amici e vicini se ne vanno via
E c'è un cambiamento che, pur con rimpianto,
non può non essere fatto.
Ora le frontiere si spostano come deserti di sabbia
Mentre le nazioni lavano le loro mani insanguinate
Di lealtà, di storia in sfumature di grigio.
Mi sono svegliato al suono dei tamburi,
La musica suonava, il sole del mattino entrava,
Mi sono voltato e ti ho guardato
E tutto tranne un piccolo residuo è scivolato via, ….scivolato via.




(Pink Floyd, A Great Day for Freedom, The Division Bell, 1994)




Traduzione da http://www.pink-floyd.it/testi/home.htm