lunedì 10 marzo 2008

La trasparente reticenza del prof. R. (parte IV)

Una data e un nome

L’estate giunse rapidamente, ma il sole già declinava la goffa circonferenza spezzata da un orizzonte che separava realtà ed immaginazione. 
S. risaliva il corso velocemente stretto da marciapiedi alti e da palazzine severe, aveva lo sguardo piegato e la via si alterava  distendendosi a metà tra le sue pupille castane e una lacrima che recalcitrante provava a ringoiarsi dentro all’animo.
Tornava indietro, aveva sempre provato a ritornare, sebbene non avesse avuto una direzione precisa quel suo convinto imprimere tra le ore stentate il tambureggiare dei tacchi lungo il tragitto. Era come un labirinto che conduceva al punto di partenza, laddove l’entrata non
consentiva l’uscita, e tra quei viottoli di montagna non sembrava possibile sperare che si squarciasse un varco fuggente attraverso spianate ove trafugare ampie fette di libertà all’inesorabilità, contraddizioni alleggerite dal peso dei rimproveri, dall’assoggettamento ad un’empia coerenza che riconducesse all’ordine i clandestini strepiti di diserzione a quel granitico cortile dorato.
Se lo ripeteva voracemente come lo
stornello di una litania di cui fosse talmente convinta da potersi accontentare di una occhiata transitoria sui suoi pensieri, ci era cascata ancora una volta. Nel lasciarsi afferrare dalla traversata di un nembo nel suo cielo, aveva immaginato che fosse stato possibile osservare quel piccolo mondo dall’alto, imparare ad amarlo finalmente sibilando un addio.
Senza neanche presenziare completamente alle sue azioni, S. si tuffò in una tavernetta dall’insegna lignea appesa ad una vecchia e sottile trave di ferro infilata tra le grigie mura.
Non ci era mai stata prima lì, e passò lestamente i polpastrelli della sua mano sinistra ad asciugarsi le inquietudini ancora affacciate sotto gli occhi.
Andò verso un tavolino, si sedette in attesa di ordinare da bere.

Era stanca di ammettere ancora una volta la sua sconfitta. Stanca di doversi imporre un ordine, di doversi affidare a dei traguardi di serenità postuma. Stanca di dover odiare le immagini replicanti di se stessa che popolavano un passato da cui non imparava abbastanza, e che dissipava nel numeroso baule di rimorsi, zeppo di foto di persone diverse che rispondevano sempre allo stesso unico nome.
Quando le capitava di ritrovarsi sulla sua stessa ribalta attori di uno spettacolo vecchio, aveva sempre pensato di poter riafferrare l’accomiatato copione, correggerlo in tutto quello che le era parso sbagliato e guasto, per darsi un’altra possibilità. Aveva sempre pensato che le luci sulla sua scena, i costumi da indossare nelle diverse occasioni che avrebbe attraversato con l’esperienza fossero sempre state delle occasioni perfette, rovinate poi soltanto da lei, dai lineamenti della sua persona che le impedivano ogni volta di trovare un comodo passaggio tra gli abiti diversi che avrebbe dovuto
via via indossare per arricchirsi e sentirsi sempre splendida attraverso vite sempre diverse e continuamente rinnovate.
Le capitavano questi improvvisi flashback reali a renderle l’onere della prova che non fosse imputabile a lei la ferita da cui trasudava quell'inclinazione al disastro che sentiva di conservare, che la inchiodava a sentirsi debitrice inadempiente con le obbligazioni del passato, quelle che s’appendevano come zavorre alla sua voglia di scappare e scegliere finalmente la sua vita, o la sola brama di sentirsi all’altezza di poter fare una scelta.
E mentre brindava alle altre cambiali rilasciate ai suoi rimorsi alzò lo sguardo nel locale che già si riempiva della sera. Poca gente, atmosfera da vagabondi avventurieri, da gente profonda mantenuta a galla nella vita leggera, musicisti sconosciuti suonavano ricordi in bianco e nero nelle numerose foto appese sulle pareti. Pensava che esistesse una forma di passato che più si tingeva di grigio, più si arricchiva di mistero e valore, a differenza dell’insostenibile futilità che graffiava ancora più irritante le sue riflessioni. In una bottiglia di vino del ’61 posata su una mensola accanto a brocche di terracotta riconobbe il senso della pazienza e del desiderio a voler quasi far passare sotto silenzio i suoi anni sino farli scomparire dalla storia. Pensava su cosa volesse significare vivere come fosse una goccia di quel nettare frizzante scaldato dal ventre di vetro che impediva all’aria di smussarne i caratteri e gli aromi, una purezza preservata e consacrata. Avrebbe pagato qualsiasi cifra per un sorso di quel vino. Sino a quando solo un lontano ricordo avesse reso un qualunque valore a se stessa e a tutti i suoi rimpianti, si sarebbe potuta assopire anche lei su una mensola, dietro una tranquilla e trasparente reticenza.
Un colpo di tosse maschile la distolse. Proveniva da un tizio che si chinava a raccogliere una matita che le era scappata di mano poco più in là, su uno sgabello nei pressi del bancone centrale dove erano appesi calici e boccali.
Una rigida custodia per chitarra era poggiata alla sinistra di costui, che indossava una giacca scura nella cui tasca destra sembrava in quel momento riporre un piccolo taccuino.
Erano trascorsi mesi, quasi un anno, ed il prof. R. era lì, apparso come dal buio.
S. si alzò e raggiunse il balcone ad una certa distanza dalla posizione del professore, incredula. Sentiva crescere dentro una specie di catarsi e di risentimento, la confusione che nella luce attenuata dalle umide lanterne si stava vagamente acquietando, lasciava il campo ad un tipo di
inquietudine di cui non coglieva il senso. Mentre intorno a lei una melodia folk irlandese cominciava a sfiorarle l’udito.
Questi guardava davanti a sé con il capo leggermente reclinato in avanti ed i capelli che davanti agli occhi ne coprivano ogni attenzione. S. non le era vicino ma egli, tra le fisarmoniche ed i cauti violini, avrebbe potuto riconoscere la sua voce, qualora questa le fosse ancora impressa nella memoria.
Premurosa di non colpirlo e disturbarlo con gli occhi, lo guardava con le parole spezzate dinanzi alla sua bocca socchiusa. Lo guardava mentre sembrava che la vita gli scivolava addosso con reciproca noncuranza. Intero ed inscindibile scambiava qualche cenno di mano al grassoccio con i baffi e le bretelle che gli riempiva il bicchiere.
Un attimo dopo che quest’ultimo servì R., virò il suo sguardo in direzione di S. che con voce lievemente alta e ansiosa volle farsi sentire:
-
Prendo anche io quello che ha preso il signore. - Indicando con un timido gesto dell’indice lo sgabello su cui un disattento R. era poggiato - Il professore sarà ben lieto di offrirmi da bere stasera. -
A quelle parole, R. si voltò e bastarono pochi istanti per riconoscerla. Piegò lentamente il collo verso la sua sinistra e le sorrise. Con un cenno all’uomo fece segno di versarle da bere, e con un altro cenno a S. la invitò a sedersi accanto a lui.
-
Che stai bevendo? -  
-
Lo fanno con le loro mani, è del ’61. -
S. bevve un sorso dal suo calice. Sembrò di mandar giù anche le migliaia di domande che avrebbe voluto rivolgergli. Esse perdevano di importanza attimo dopo attimo.
-
Non sapevo che tu suonassi la chitarra - le disse lei, come se la corda del loro dialogo non si fosse mai interrotta in quei lunghissimi mesi di distacco che parevano cancellarsi in ogni parola che scorreva dall’uno verso l’altro.
S. parlava e percepiva questo lento ricomporsi frenato soltanto dalla sottile amarezza latente che serbava dentro per quella sua improvvisa scomparsa, ma se questo l’avesse aiutata a disperdere nell’oblio anche tutto il tempo trascorso da allora, allora, avrebbe provato a soffiare su quella esile bufera.
R. non ne sembrava affatto consapevole, e nei limiti della sua irreprensibile compostezza manifestava una certa tranquillità. Ma bastò poco, perché l’accumulo di S. giungesse a saturarsi dalla voglia di non contenersi più.
-
Sei sparito senza dir nulla, senza lasciare traccia, senza un saluto. - Irruppe lei con tono incalzante ma non aggressivo coprendo la voce di R.
-
Pensavo che non te fossi nemmeno accorta. - Continuò lui scavalcandola senza soverchiarla, ma riprendendo le fila del suo discorso, come un monologo recitato da entrambi con un’unica voce.
-
Come puoi dire una cosa del genere? Eravamo insieme quella sera. -
- Vivere una sera od un istante non reca in sé la certezza di esserci anche il successivo, o l’altro ancora… -
-
Però potevi dirmelo, non siamo stati estranei. -
R. non rispose e bevve, guardò alla sua chitarra forse per non cogliere l’aria di parvente rimprovero issata nel volto di S.
- Scusami… - disse S. temendo di aver oltrepassato una coltre incomprensibile, ma che aveva avuto già modo di accettare come un dato di fatto.
-
Come stai S.? - Provò un inaspettato e non maldestro tentativo di gettare un ponte verso la balbettante incertezza di S.
-
Non lo so. Non mi è importato nulla di te quando sei sparito. Ma poi ti ritrovo qui, dopo tutto, e mi sembra di pensare che se tu non fossi andato via, forse la mia vita sarebbe stata diversa, che tutto quello che ho passato non sarebbe mai capitato. Avrei avuto un pensiero che mi avrebbe impedito di concedere ogni centimetro della mia mente a chi mi ha fatto star male ancora una volta. Che magari sarebbe accaduto ugualmente, ma ora che mi accorgo che ci sarebbe stata la possibilità di non soffrire, tutto questo mi fa rabbia. Sapere che tu ti sia potuto portar via una briciola dell’illusione di oggi, e della speranza di ieri, non lo accetto. Anche perché non capisco come faccio a pensare tutto questo di te, che non parli, che scrivi in silenzio sul tuo libricino parole che non leggerei mai. Io che a stento conosco il tuo nome e ti ho sentito parlare di tutto, fuorché di te. E adesso sei di nuovo qui a confondermi… - Era un fiume in piena S., e non riusciva a non trattener le lacrime con la stessa applicazione emotiva con cui voleva lasciarlo inerme dinanzi alla possibilità di fargli credere che lui sarebbe potuto diventare importante.
-
Che cosa è successo? Che stai dicendo? -
-
Se tu non fossi andato via, forse lui non sarebbe tornato, ed io non starei qui, a desiderare di affogare la mia vita in una bottiglia di vino del ’61! -
-
È così allora? Posso solo apparirti come un’attenuante su cui riversare la mancata speranza che da sola non si riuscita a riconoscerti? -  Piano, il prof. R., per non sembrare severo.
-
Non lo so, non lo so. - S. era avvinta dal pianto ormai. R. le si avvicinò la strinse, e le raccolse le lacrime. A quel contatto S. restò immobile, avvertì il calore, avvertì il non essere sola, non guardò in volto la persona che la stava raccogliendo, ma sentiva di sentirsi protetta, sentiva quasi di potersi addormentare in un sonno che l’avrebbe completamente aperto l’alba di un giorno più lontano da quel suo strazio.
-
Bevi un altro sorso di questo… - disse lui porgendogli il calice. Lei bevve. - E adesso andiamo via, andiamo a fare due passi. - Le prese il braccio forse la sorreggeva nei suoi passi incerti, ma fuori da quella taverna, sotto una tiepida notte, i passi di S. diventavano sempre più saldi, e il tambureggiare delle orme sulla strada, lasciava lentamente spazio ad una carezza dei passi sul cammino.
Camminavano in silenzio, nessuno dei due parlava.
S. avrebbe voluto raccontargli tutto della sua vita, ora che si sentiva al sicuro, voleva che quel sentirsi a casa che assaggiava passo dopo passo potesse riempirsi di lei, potesse essere un accogliente giaciglio dove poter entrare e sistemare tutto per la comodità del proprio sguardo e per il calore del proprio abbraccio.
Ma lasciava quelle fantasiose creazioni soltanto per sé, le covava in silenzio assorbendo il mite ristoro nella sua intensità. Sarebbe rimasta in piedi per tutta la notte, sospesa tra tutte quelle cose che avrebbe potuto essere e che comunque sapeva che non sarebbe mai stata, tra tutte quelle promesse ritrovate incomplete, come lettere interrotte a metà sulla propria scrivania che prima di apprendere il destinatario dimenticano in fretta il nome del mittente.
In quell’ultimo sorso che R. gli aveva offerto sembrava aver dissuaso ogni pressione, relegando ogni ricordo ad un bagaglio di falsa sicurezza di cui non sentiva aver bisogno. Non abbisognava più delle sue incertezze per completarsi ai suoi stessi occhi. Nella mano di R. che gli teneva il braccio sembrava assorbire il coraggio per mandar via tutte le forme di vita nelle quali lei s’era incarnata in passato, e che abusavano di vani troppo spesso ampi nella sua coscienza. Come maschere di cui sentiva di volersi liberare e che ricacciava nell’oblio.
Camminavano, e si ritrovarono presto nel viale lungo il quale tanto tempo addietro s’era intrecciato il cammino di entrambi. La ringhiera dava a quella strada l’impressione di scorrere come un infinito balcone aperto sulla valle e sulla notte.
Il prof. R. le lasciò il braccio e si avviò verso la ringhiera.
S. rimase indietro e lo guardava di spalle, mentre questi alzava la testa al cielo. S. lo raggiunse e si appoggiò al parapetto. La non ripida scarpata sotto i loro sguardi si lasciava ingoiare dal buio della notte, oltre qualche albero e qualche cespuglio la nuda roccia della montagna spariva ai loro piedi. Il prof. R. mostrò ad S. come ad ovest le stelle d’estate erano già tramontate, e come l’oriente avesse già terminato la gestazione delle gemme invernali. Nell’arco di un giorno, se il sole si fosse spento, si sarebbero potute vedere le stelle di un intero anno. Non si sarebbe dovuto attendere un intero giro del mondo intorno al sole per ritrovarsi al centro della propria porzione di cielo, il sorriso di un’occasione che si pensava perduta, la sensazione che ogni giorno si sarebbe potuti giungere puntuali all’appuntamenti con la propria vita, e che quel che era sembrato un secolo, avrebbe richiesto soltanto un attimo. Bastava che si spegnesse per un attimo il sole.
-
Ma senza il sole non ci sarebbe la vita - disse S. che ponendosi dinanzi a R. posò le sue mani su quelle di lui, infilate nelle tasche dei suoi pantaloni.
R. la guardava, e pur non avvicinandosi ulteriormente le accarezzò il collo col dorso della mano.
-
il sole… - disse quasi sussurrando - … ci sono raggi di sole che non si spengono all’ombra, restano lì dove si sono posati. - Continuando dolcemente ad accarezzarle il collo.
S. sollevò il suo sguardo, R. aveva gli occhi chiusi e le labbra appoggiate in un accenno di sorriso non voluto. E senza nemmeno rendersene conto, prendendo la mano che la stava accarezzando salì sulle punte dei piedi e lo baciò provando ad abbracciarlo.
R. rimase immobile, aprì gli occhi e non si smosse.
Seguiva i movimenti delle labbra di S. senza però infondere nulla di sé. Sembrava non voler rivelare nulla nemmeno con lievi e incomprensibili fughe dell’anima.
S. si staccò senza rancore, capì che non c’era nulla da fare, non ne comprendeva la ragione, non ne coglieva il senso, ma quel suo sentirsi a casa contribuì affinché si rese conto che il mondo intero non ce l’avrebbe fatta contro di lui.
R. era semplicemente così.
-
Non mi sono mai accorto dell’importanza del sole, prima che illuminasse qualcosa di meraviglioso - disse R., riprendendo ad accarezzarle il collo.
S. si allontanò questa volta.
-
Tu non sei capace di amare. - Gli disse senza guardarlo. - Eppure le tue labbra non sono così aride e fredde. -
-
Non sono mai stato educato all’amore, non lo conosco. C’è troppa luce ed io non riesco a guardare oltre questa ringhiera se c’è la luce. Al buio non si vede nulla, e non mi importa. Ma se adesso fosse giorno io non sarei capace a stare davanti a questo panorama senza farmi tremare le gambe e la schiena. Se tu non ci fossi, e se non ci fosse il mondo, io potrei appendermi su una staccionata ai margini di un abisso, non mi importerebbe nulla. Non avrei paura. Ma se tu venissi accanto a me, sull’orlo, io non ci riuscirei più a sopportare la mia presenza. Perché avrei troppa paura per te, le mie mani tremerebbero al pensiero di vederti sospesa, non avrebbero la forza di afferrarti e tenerti al riparo da un passo fuorviante. E così cambierebbe tutto, io non sarei più io, tu ne andresti via da sola. Non posso darti quello di cui tu hai bisogno. -
-
Tu pensi di saper tutto… No, non importa. Che cosa c’è che ti priva di vivere nella normalità? –
-
Questa normalità non mi appartiene, io non dovrei nemmeno esserci… Addio S. - Disse impugnando la rigida custodia della chitarra che aveva appoggiato alla ringhiera.
-
Parti? -
-
Non tornerò, stavolta. - R. si girò verso di lei, che nel frattempo aveva fatto qualche passo allontanandosi. Lei era ferma con lo sguardo chino, stretta nelle braccia. Poteva sentir freddo, ma probabilmente non avrebbe potuto cingerla col suo calore. Non avrebbe potuto violentare ancora di più la sua delusione. Però le si avvicinò e sfiorandole la mano, la baciò sul collo, laddove sentiva ancora premere un raggio di sole sulla pelle soffice di lei.
E senza un cenno, si avviò dandole le spalle. S. lo guardava sparire. Si fermò davanti ad un cestino per i rifiuti, trasse fuori il suo libricino nero, e dopo averlo rigirato tra le mani per pochi secondi, lo gettò nel cestino vuoto. E lei non lo rivide mai più.
Andando verso casa S. passò davanti al cestino. Vi guardò dentro e vide il taccuino semi aperto. Lo prese. Lo aprì. Non c’era scritto nulla su nessuna pagina.
Eppure era il libricino su cui aveva visto sempre R. appuntare qualcosa, fare dei segni. Scorse le pagine voracemente alla ricerca di una risposta e giunse ad un’unica pagina piena di segni. Era piena di scarabocchi incomprensibili, segni nervosi senza alcuna razionalità, tutti in quell’unica pagina. Tutti con penna o matita scura. Non c’era alcuna parola, tranne una data, scritta con una penna rossa.
Ripose quel libricino nella sua borsa, era un oggetto dal quale non avrebbe voluto mai liberarsi, un ricordo che forse l’avrebbe protetta, perché nel corso dell’esistenza nulla sarebbe potuto mai sembrare scontato.
Dopo qualche giorno in città riaprirono le scuole, e la vita riacquistò il suo andamento solito e prevedibile.
S. era lì, puntuale al suo posto, come un’immanente pedina del destino, solo un po’ più consapevole. Mentre guardava il calendario delle lezioni vide il vecchio segretario sistemare alcuni documenti e volle dargli una mano. Improvvisamente un foglio cadde fuori da un fascicolo che recava la data dell’anno scolastico precedente. S. si chinò e vide che il foglio era una notifica di trasferimento a carico del prof. R. Il documento portava un luogo di nascita, il nome di un paese che S. non riuscì a fare a meno di ricordare.
Terminate le sue ore, S. tornò a casa. L’autunno conservava ancora troppo dell’indolenza estiva, e si sdraiò sul letto stanca e con un forte mal di testa. Ad un certo punto il nome di quel paese cominciava a pullulare nella sua mente, prese il vecchio taccuino e con una penna rossa scrisse il nome del paese nella stessa pagina dove vi erano i ghirigori  e la data, quasi per scaricare su quella pagina il pensiero che le impediva di riposare.
Ma più che un pensiero, quello cominciava a sembrare un richiamo. Guardava la pagina con la data scritta ed il paese di origine di R. Se quella data era scritta lì avrebbe potuto avere un significato.
Accese il computer per fare provare a cercare una conferma alla sua supposizione, digitò la data e il nome del paese, ma non trovava nulla. Scorreva le pagine senza esito, quando ad un certo momento il suo pigro sguardo scemante fu colpito e cominciò a leggere un vecchio articolo di un giornale di quel paese.
Man mano che leggeva un senso di angoscia iniziò a colpirla. Lesse della triste sorte di un’intera famiglia, padre, madre, un figlio di cinque anni ed una piccola di due anni.
Padre impiegato, madre casalinga, una famiglia abbastanza conosciuta in un paese di pochi abitanti, un centro urbano sconvolto dal dolore. Il figlio era nato con una malformazione non gravissima, un problema al cuore che avrebbe però impedito al ragazzo di vivere una vita normale e che avrebbe potuto avere delle complicazioni in futuro. Dopo diversi tentativi i medici consigliarono alla famiglia che il piccolo fosse operato, se avessero rimediato presto, il problema sarebbe stato rimosso definitivamente. La famiglia intera fu così costretta a partire per raggiungere il centro ospedaliero presso il quale il bambino sarebbe stato sottoposto all’intervento.
S. proseguì a leggere.


Un lutto enorme ha colpito l’intero paese dopo la tragedia, e il sindaco ha deciso di far appendere una targa commemorativa sul muro della stazione. Dopo poche ore dalla partenza, a causa probabilmente di un’avaria al sistema locomotore, il macchinista aveva perso il controllo del treno. Il deragliamento pare dunque non essere stato causato da circostanze accidentali, le autorità avrebbero aperto un’inchiesta per accertare se vi siano delle responsabilità da parte della società di manutenzione delle macchine e delle carrozze.
Il tragico bilancio parla di una famiglia distrutta, tre morti, tutti e tre occupanti la prima carrozza, il padre, la madre e la piccola di due anni. Tra i feriti, c’è anche il piccolo sopravvissuto.
Il bambino, portato immediatamente in ospedale in stato di shock sarà presto operato per una malformazione all’atrio sinistro del cuore. La sua famiglia era partita per lui, per consentirgli di essere operato. Questo rende ancora più drammatico il caso di questo terribile incidente, ora che il bambino di cinque anni di nome R., apprenderà della tragica scomparsa della sua famiglia…


S. smise di leggere, e pianse.




The End



domenica 9 marzo 2008

giovedì 6 marzo 2008

To keep on being chosen, or you're finally choosing...



Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti di quella espressione scavata nel viso, a quella gente consumata nel farsi dar retta non spiegar nulla più di quel che narra il silenzio. Annoderai il nastro di un età sperperata a mantenere le palpebre vagamente appoggiate sulle suggestive fantasie dei programmi e dell’avvenire, come una carrozza che stride sui ciottoli lungo la pista degli anni, ad attimi increduli dove incespichi in rifugi insperati decorati da probabili scorciatoie.
Strade un po’ meno tortuose che sappiano frantumare il normale corso degli sbalzi e delle ricadute, rammendare le esperienze l
iete e i paghi ricordi in un solo percorso, facilmente valicabile, lì dietro l’angolo.

Chiuderai alle tue spalle quella porta, stavolta non prestando accortezza a non sollevarvi polvere. A non disturbare la silente quiete, e l’ultimo giro di chiave sarà tanto lento quanto rimestato agli odori che si spalmano sfumando via oltre alloa scorrere delle immagini di quei bagagli che lasci indietro, senza alcun rimorso di un futuro invadente.

Senza raccattare più nulla di quei pigri pomeriggi tesi a rincorrere un sonno precoce che chinasse la notte ed un sipario immaturo, senza aver più la voglia di sapere come sarebbe andata a finire, se tutto fosse stato sincero, nel ricuso della tua immagine risarcita allo specchio annoiato.

Qualcosa ancora rimane fra le pagine chiare e le pagine scure, cancello il tuo nome e confondo i miei alibi e le tue ragioni.
Diranno che avrai abbassato lo sguardo di fronte alle rinunce, che la causa del gelo che ti frantuma la cute sulle tue mani è nell’esacerbante notturno dell’inverno che ti porti dentro sempre e ovunque, e che riveste ogni maschera di presunta empatia col dolore, che in fondo ti sfiora appena come il dorso di una carezza che rasenta il morbido collo.
Non capiranno mai, che non mi bastavi...

Occhi troppo stanchi di dover raccontare quel che ti consuma, troppo stanchi per non vergognarsi di confessarlo ai miei, così identici ai tuoi.

Perché in fondo sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti lo sai.

Ed ora che intercetti il vento con le braccia, come una vela che rastrella gli sforzi per la traversata di un oceano più vasto, senza che le ore siano dettate dagli umori e dalle angosce di chi t’ha vissuto la tua vita durante la tua non reperibile assenza, dimmi, senza un programma come ci si sente… Continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito, per offuscare disegni che non recano la tua firma, e i ricchi doni dell’alba non meritati se non le promesse misconosciute che la sera ha portato via con sé, senza alcun preavviso, senza chiedere scusa.
Tornerai ad amare per amore, o solo per averlo garantito.
Non sei riuscita a cambiarmi, ed io non ti ho cambiata lo sai.
Andrai a vivere con chi ti offrirà del whisky distillando fiori, o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori. O resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro, senza chiederti come mai…

… continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai.

(Scritto a quattro mani con un fabbro che come me amava il mare).

Nell'immagine: René Magritte,
Les Reveries du Promeneur Solitaire, 1926.













martedì 4 marzo 2008

From the Edge of the World








Ho sognato che il vento dell'ovest mi prendeva leggero per mano,
mi posava alla fine del mondo tra isole e terre lontane.
Camminavo al tuo fianco sul molo guardavamo le barche passare,
mi cantavi una musica dolce, più dolce del canto del mare.

L'orchestra suonava "The blackbird" nel bar sulla strada del porto,
i pescatori gridavano forte fra il vino, la birra e le carte.
Raccontavi le storie di viaggi, di strade, di amici caduti,
di amori incontrati lontano e di amori che il tempo ha perduto.

E i giorni correvano e il tempo nel sogno volava,
stringevo la donna delle isole, ballavamo leggeri nell'aria.
E i giorni passavano e l'oceano li stava a cullare
e il vento alla fine del mondo portava un canto del mare.

Seduti fra pietre e brughiere guardavamo i gabbiani volare

Raccontavi la storia del bimbo che un giorno scappò con le fate
Ma il vento dell'ovest chiamava ed il cielo d'Irlanda svaniva,
mi svegliai in una stanza deserta ubriaco mentre il sogno finiva.

E i giorni che passano sono lunghi e coperti di nero
mi trascino perduto nei vicoli a maledire una terra straniera
E i giorni son secoli aspettando di poter tornare
di nuovo alla fine del mondo cullato dal canto del mare.


- Modena City Ramblers -
Canzone dalla Fine del Mondo
La Grande Famiglia (1996)

domenica 2 marzo 2008

Mappa del cielo - Roma 3/3/2008 ore 00:00



Ritorna la Mappa del cielo. Ho voluto che per me marzo incominciasse così, anche perché il signore dell'inverno piega ormai le sue ginocchia a ponente, ed il superbo e temuto invertebrato del cielo, sta per sguainare le chele sulla soglia della porta orientale.
Solo che la mappa non è più animata. Il cielo quivi rappresentato è quello della mezzanotte tra oggi e domani.
La mappa animata del cielo visibile da Roma dal 3/3/2008 al 10/3/2008 la si trova cliccando qui.


Molto molto interessante è Saturno vicinissimo a Regolo (alpha Leonis), nonché Marte che è nei pressi della costellazione dei Gemelli e del Toro, arricchendo con la sua rossa luce un pertugio celeste che annovera perle del calibro di Aldebaran (Toro), Capella (Auriga), Castore & Polluce (Gemelli), Procione (Cane Minore), Sirio (Cane Maggiore) e tutto lo spettacolo di Orione.
Rigel, il piede di Orione tocca già le pendici del suo tramonto, e dietro il Leone primaverile che trionfa alto, segue la Vergine, con la sua perla Spica (alpha virginis).
Dall'arco del "manico" del Grande Carro, prolungando la direzione di Alioth, Mizar ed Alkaid, si giunge ad Arturo, stella luminosa della costellazione del Bifolco (Bootes). Mentre Vega (Lira) e Deneb (Cigno) fanno già percepire i propri temidi bagliori dal fronte nord-est, è la base del "triagolo estivo" che sta per ritornare.
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sabato 1 marzo 2008

Run, Alcor, run!






Ci sono diversi modi per scegliere di scegliere la vita. Uno potrebbe essere prestare ascolto alle varie sollecitazioni a mezzo SMS che prima o poi mi condurranno a farmi scegliere di togliere la vita al mio telefono cellulare. Chiudere i libri, spostarli con un gesto fermo del mio braccio accantonandoli in prossimità del limite della scrivania, oltre il quale si precipita ineluttabilmente nel vuoto. Accontentare persone che reclamano una mia partecipazione più assidua ai consessi ludico-alcolico-sociali rigorosamente previsti ogni venerdì. Vestirsi più o meno decentemente ma non troppo, fare sforzi sovraumani soprattutto di carattere lessicale, per mimetizzarsi e diventare invisibile all'interno della compagnia. Fare una passeggiata vespertina piacevole e raggiungere il luogo dedito  all'appuntamento; sghignazzare mentalmente allo scorgere nelle espressioni lievemente contrariate degli altri compari quanto fastidio si cela nei loro "non ti preoccupare le macchine ci sono già", dopo aver notificato loro per l'ennessima volta che io il mio mezzo l'avrei lasciato al calduccio nel mio garage. Costoro non sanno che io il mezzo lo adopero prevalentemente solo quando serve, ossia quando espleta le medesima funzioni di una camera d'albergo. Sicuramente meglio la camera d'albergo, ma certe volte la celerità nella predisposizione degli incontri ha una produttività marginale molto più elevata della comodità. Per non parlare dei vantaggi di costo... e noi si preferisce essere sempre monopolisti, nonostante tutto.
Dunque, riprendendo, raggiungere con l'altrui mezzo il luogo che, ma guarda un po', è sempre lo stesso, ed io, coerentemente al canovaccio dell'eterno ritorno più scellerato di tutta la fenomenologia del pensiero universale, avrei introdotto sempre il mio consueto doppio Manhattan in gola. Avrei scambiato due chiacchiere con qualcuno, avrei riso, avrei detto la mia. Avrei poi gentilmente rivolto alla tizia de cuius l'ultimatum a dimenticare cordialmente il mio numero di telefono, per il semplice cortese motivo che, quando abbiamo garbatamente consumato, le comunicai dolcemente che il sottoscritto ha candidamente deciso di non volersi affabilmente ed inevitabilmente compromettere nel lungo periodo. La cosa che più in maniera repellente detesto è l'essere cercato in maniera ossessiva e martellante, soprattutto da chi dice di non capirmi e vuole comprendere cose che non capisco nemmeno io.
Un mio carissimo amico ieri mi ha detto che ho guardato troppo i film di Nanni, io gli ho risposto che i film di Nanni sono troppo simili a me.
Un altro modo sarebbe quello di invitare alcune persone a recarsi a raccogliere lumache nel deserto mongolo, e anziché andare al punto di ritrovo virare la rotta verso tutt'altra direzione... spegnere il telefono per una mezz'ora abbondante. Aver piacere di incontrare gente che ti ferma per sapere per quale motivo i pini secolari sul viale sono stati rimossi, oppure qualche altro tipo di ragguaglio sull'andamento lento di un borgo di provincia che a stento si ricorda del fatto che la Terra è rotonda. Perché se fosse stato Tolomeo a prevalere su Galileo, qua sarebbe cambiato ben poco...
Niente doppio-Manhattan, niente ore piccole, scegliere la vita e andare a letto presto.
Svegliarsi con le campane della chiesa che non mi rallegrano un tubo, ma mi insinuano già all'alba la fiaccola del mal di testa tra le sinapsi. Lavorare un po', per non sentirsi in colpa, e perché non si sarà mai del tutto liberi. Una mano che scrive, un occhio che tiene i calcoli sotto controllo, frammenti di idee che sgattaiolano già via dai miei doveri verso il ripostiglio dove riposano le mie nuove scarpette bianche da corsa.
E' umido tutto intorno, l'aria sembra essere pastosa e malleabile. L'attrito sotto i piedi si fa sentire, il mondo non è sempre un tappeto morbido e lascivo che scorre sotto il calpestìo dei nostri passi dapprima lenti, poi man mano che l'aria si scioglie ed il fiato si scalda, sempre più avidi di voler scacciare fuori dalla mente tutte le sozzure che la intorpidiscono, e fare posto al niente più beato, all'ossigeno e a null'altro. Man mano che scorre la vita sotto le gambe, giungo al limite giornaliero che mi impongo per non sfottere il mio particolare e fragile equilibrio atrio-ventricolare, di cui Madre Natura mi ha fatto dono, molto generosa, grazie. Ma non doveva disturbarsi così tanto... in fondo il mio soggiorno è tanto involontario quanto indesiderato.
Arrivo al punto indicato, e mi dico
ma io sto bene. Mi sento bene... visto che sono arrivato fin qui tanto vale che arrivo alla fine di questa contrada. E non torno indietro. Un cartello alla mia destra mi informa che ho varcato un territorio comunale, so dove mi trovo, so che non sono a casa, e la cosa non mi dispiace affatto...
Sono quasi alla fine della contrada, al doppio del percorso stabilito in partenza, e prima di toccare il nuovo limite, è la fantasia a superare le mie gambe ancora fresche ed il mio cuore malconcio.
Perché visto che sarei giunto fino a lì, mi sarei detto che tanto valeva arrivare fino al mare, quell'altro mare, quello che bagna il dorso dello stivale e dal quale anni fa' sono giunti venti di guerra e miseria.
E ci sarei arrivato, con l'anima c'ero già. E una volta giunti fin là, tanto valeva continuare a correre tenendo fedele il mare alla mia destra, correre senza che giungesse mai la notte, scorgere il Gargano spuntare dalla nebbia al di là di una vasta pianura levigata dal vento di libeccio. Correre sino alle prime colline daune che risalgono i ricordi lungo i primi gradini dell'appennino più tenue, tratteggiate da ruscelli e ponti, fiumiciattoli a secco e assetati, come i campi arsi e gelati che attendono invano la pioggia e voltano già le spalle ad una primavera a cui non avranno messi da offrire. Le alture di paesi arroccati su punte quasi inaccessibili e scenari di paradisi denudati dall'incantevole solitudine, persino il vento è catturato, intrappolato e costretto a far girare enormi e disordinati mulini meccanici che violentano le promesse di una pace accomodante tra le frange degli alberi, che ha lasciato il passo al virare magnetico di queste braccia di giganti di piombo.
Ancora, continuare a correre lunga questa dorsale che amo e che mi ha restituito semplicemente alla vita quando tutto sembrava essere predeterminatamente avulso da ogni mio desiderio, con il mare alla mia destra, i monti abruzzesi alla mia sinistra, con costellazioni di case sparse e piccoli alveari di uomini posti lassù in cime che si affacciano inarrivabili al mio sguardo volto alla strada che scivola ora su un terreno morbido, vicino dove si infrangono le onde. Accanto alle gallerie dove scorrono treni e storie di gente che non conosco e che mi par di voler portare via con me, affinché non si riduca tutto sempre e soltanto in un incontro fugace, ma affinchè ci fosse sempre una seconda volta, sempre un'altra possibilità.
Non per lenire le ferite, ma per sorridere ancora.
Scorrendo case di amici e persone lontane che sono lì, nei pressi della mia corsa... non posso fermarmi a salutarli, perché visto che sono giunto fin qui tanto vale continuare a correre e toccare quei monti che già mi capitò di attraversare, quelle schiere di ghiaccio in cui ho raccolto alcuni dei ricordi più lieti che hanno segnato il tratto più
radioso del mio involontario soggiorno.
Ancora correre lungo i valichi che aprono i cancelli di un paese dove non sarò compreso, dove dovrò farmi capire con gli occhi o con la forza di un'espressione. Qui ci sono già stato, c'è ancora lo stesso odore di cipolla che manifesta quanto sia lontano da me il mondo che si schiude man mano che l'orizzonte alle mie spalle cancella il mio scontato giaciglio di cui sono stanco.
C'è ancora lo stesso ordine di case sparse, di sguardi freddi, di pulito e completo... e visto che sono giunto sin qui, tanto vale continuare a correre in terre che non ho mai visto, bagnarmi i piedi e riposarmi lo sguardo sulle sponde argentee del Mare del Nord. Non sono stanco, non sono domo, ogni mio passo allarga le pareti di una casa più vera che sento mia più di ogni altra eventuale dimora al mondo...
Sono arrivato, e sfioro un orizzonte che non ho mai neppure immaginato, lungo ricordi e speranze ho risalito il tempo che è stato e quello che potrebbe essere, potrei scendere e risalire questa abissale distanza dalla realtà alla mia voglia, e lo farò... continuando a correre...
Non corro per affermare un principio, non corro per un'idea, né per star meglio, né per sentirmi leggero né risoluto contro-vento.
Avevo semplicemente voglia di correre...
Mentre la mia anima si è persa nello scorrazzare lungo lidi che non so se riuscirò mai a lambire con lo sguardo stanco dei miei giorni corporali, i miei passi cominciano a farsi incerti, ed il mio respiro si accorcia e si insegue esponenzialmente. La strada per tornare indietro è sempre faticosa, svogliata, è una rinuncia ed una sconfitta... e questo mio corpo è un sarcofago troppo stretto per contenermi, una dimensione che non fa a misura con la mia voglia, con la mia vita...
E' davvero tardi, i miei simili potrebbero sedersi a tavola, mentre io corro piano ma ci sono ancora, e guardo lassù la libertà di un raro rapace che ancora non ha abbandonato queste colline.
So con certezza che l'aver prolungato il mio tragitto desterà preoccupazioni, ma se mi fossi perso davvero allora sarebbe stato del tutto diverso. Placati i pensieri di chi affida palpitazioni e preoccupazioni sulla tenuta del mio cuore allo sforzo, o sulla mia semplice prolungata assenza dai loro patetici schermi di scenate paranoiche, sarei stato davvero libero. Libero anche di lasciar fuggire via l'anima spegnendo definitivamente il corpo, libero di farlo tenendo lontani da tutto questo coloro che mostrano l'ardire e la pretesa di volermi bene, di cercarmi, di sottrarmi a questo senso di libertà e silenzio, come il vuoto sconfinato ove splendono le stelle.
Ora, però mi fermo, perché sono un po' stanchino.