sabato 6 ottobre 2007

Mappa del cielo - Roma 8/10/2007 ore 00:00


La mappa del cielo parla da sè, segnalo solo che stanno per sorgere due gemme del cielo invernale, e che una fiamma azzurra sta per incidere nell'orizzonte est, ed è davvero la regina di tutte le stelle.
E con questa, direi che possiamo far calare il sipario.... A presto.
Quando, non lo so davvero....aspetto che il sangue torni a scorrere nelle mie vene, ciao.
Alcor


Ssssshhh.....



A chi in questo preciso momento mi ha un po' cavato fuori dall'abisso, grazie... onori davvero il tuo nome...



E tu...
chissà dove sei,
anima fragile
che mi ascoltavi immobile
ma senza ridere.
E ora tu chissà
chissà dove sei?
avrai trovato amore...

E la vita continua
anche senza di noi
che siamo lontani ormai
da tutte quelle situazioni che ci univano
da tutte quelle piccole emozioni che bastavano
da tutte quelle situazioni che non tornano mai
Perché col tempo cambia tutto lo sai
cambiamo anche noi...



mercoledì 3 ottobre 2007

qual'è la mia realtà?
quella che conosco, e che ignoro su questo volto


La mia verità è scritta dietro questa notte

è scolpita in questo notturno tra le stelle

è il sussurro di un angelo bianco.

E' una scala che si perde lungo i passi che portano dove sai,

un semplice enigma che non è nuovo a quello sguardo.

 


***La mia notte si illumina e TU sei la mia stella***

vorrei che una fiammella spezzata dal vento tornasse a splendere

come quel dolce primo bagliore

un'aurora che ho sognato diventasse un mattino senza tramonto

perchè qui ogni fetta di cielo a cui sono appuntate le stelle

mi parla  incessantemente di te.

Sei ovunque possa posarsi il mio sguardo ridente,

attendi nell'ombra dove si riposa il mio silenzio.

 

Sei in ogni tempo della mia vita

sei tra quelle parole che voglio tacere

ma che mi brillano qui, sospese tra le labbra

riflessi d'un mare che mi inonda il cuore.


|Soltanto un passo|

|In cima  a questo canto c'è la chiave|

|Risali ed illumina questa scalinata che ascende al cielo|

 

Yes it was plain to see, yes it was meant to be
Written in the stars
Written in the stars
Written in the stars 


(Queen, Made in Heaven)

 

martedì 2 ottobre 2007

Caro Diario



Molto spesso parlo di me attraverso racconti, immagini, suggestioni, poesie, musiche. Momentanee svirgolate della ragione che mi riflettono e mi inquadrano, ma resta sempre un dipinto dall’immagine frammentata, i cui pezzi si confondono, non si comprendono. Non amo molto parlare direttamente di quello che vivo, quello che sento, anche se spesso l’ho fatto. E secondo qualcuno ciò aveva anche un buon odore. Ho  sempre l’abitudine a filtrare la mia luce attraverso il prisma, scomporla nell’iride e in vari colori, ed ognuno ci vede poi quello che vuole. Spesso non si vede niente. La verità è che potrei aver molto da raccontare, e troppe poche parole a disposizione, perché è una fase della mia vita in cui vita ed esistenza viaggiano su binari lanciati lungo destinazioni diverse. A volte le rotte coincidono, a volte si specchiano, altre volte si ostacolano. Perché io voglio affacciarmi alla finestra ma mi ritrovo troppo spesso di spalle al panorama, e guardo sempre dentro, scavo, metto la stanza sottosopra, sollevo mattoni, indago tra le fessure, assaggio la polvere e sforzo i miei occhi. E non trovo sempre che gli stessi pensieri. Qualcuno mi consiglierà di cambiare sostanze chimiche, o semplicemente di scegliere con maggiore attenzione i miei spacciatori. Il guaio è che sniffo solo aria pura e bevo acqua potabile (con rare eccezioni) dacché sono nato, e che le fantasie lisergiche sono un prodotto genuino col marchio “d’origine incontrollata” del mio cervello.
Oggi voglio far finta di parlare normalmente perché in questi giorni sto vivendo una serie di trambusti emotivi abbastanza violenti dentro, e devo sfogare. Vorrei avere aneddoti da raccontare, esperienze da divulgare, ma il fatto è che sono giorni in cui limito le mie incursioni sociali a rari improrogabili apparizioni, organizzo cose e coordino persone attraverso i potenti mezzi di comunicazione a distanza che il XXI secolo ci mette a disposizione per alienarci ulteriormente, più di quanto ciò non sembra essere congenito all’uomo in quanto ontologicamente pensato. Ed è normale che in tutto questo è semplice che spunti il solito Kant, quando va bene, o il vecchio Giacomino, quando va meglio. Scarico la posta elettronica con le ricerche che mi commissionano, ci sono i links alle banche dati, una marea di numeri e info da ordinare, organizzare, interpretare, e magari da “imbellettare” per permettere all’organismo politico committente di potersi autoesaltare per i risultati che io consento loro di ostentare a destra e a manca. Se non si sbrigano a pagare, giuro, che per quanto possa voler loro bene, gli confeziono un pacco regalo di lusso la prossima volta!   
Ho la mia mailing list di persone a cui devo puntualmente rompere le scatole, ho i volumi incolonnati alla mia destra, qualche centinaio di documenti in .pdf da cui farmi devastare le pupille dalla mattina alla sera. Ho il vantaggio di fare il tutto come più mi aggrada, e di recarmi sul mio fatuo posto di lavoro quando proprio c’è il rischio concreto che davanti al pc che usualmente utilizzo nell’ufficio (quello “sotto” il condizionatore), possano mettere una mia foto con la scritta “ci mancherai”.
Gli amici li ho, sparsi nel mondo ma li ho. Esco con una combriccola di gente che non appena mi incontra vuole abusare della mia mente e della mia voce per delle sciocche manifestazioni volte alla propaganda, alla divulgazione, alla oramai tramontata pratica di educazione delle masse indifferenti. Ed io qualche volta, anche per non annoiarmi a vita mi presto anche.
Vabbè fino a poco tempo fa’ avevo anche altro, ma quello è un tasto che è meglio non toccare…
Ora, io scrivo con lo stesso automatismo con cui potrei bere quando ho sete. Ormai la scrittura è passata tra le mansioni del mio sistema nervoso parasimpatico, è una pratica fuori ogni tipo di controllo. Anni fa’ mi capitava di interrompere bruscamente il sordido peregrinare dei giorni, ne afferravo uno a caso dalla tasca polverosa della mia giacca, come fosse una minuscola biglia di vetro, e lo riponevo dinanzi agli occhi sulla mia scrivania. Lo guardavo dapprima con un sorriso di scherno e pietà, come un gatto che si divertiva a giocare con la lucertola uccisa prima di mangiarla. Ma lentamente quello sguardo sfumava nella rabbia che attraversava i bulbi dei miei occhi insanguinati dall’allergia primaverile. Quel giorno diventava il bersaglio inerme su cui si schiantavano interi vagoni di giorni deragliati senza binari né locomotrice; quella biglia di vetro una vittima sacrificale che avrei deciso di scaraventare al suolo per frantumarla in minuscoli granuli con la furia innescata dal vuoto accumulato inconsapevolmente sulle mie spalle.
Sono anni che non metto le mani in tasca, ed ho il terrore di calare gli occhi su quello che potrei trovarci. E questo non vuol dire affatto che abbia deciso di abbandonare quella sinistra abitudine, solo che adesso avrei da affondare un peso sul malcapitato giorno che ha la consistenza del piombo depositato in intere annate di dormiveglia esistenziale. Non lo so se farà rumore, “l
a tristezza in fondo al cuore come la neve, non fa rumore”.
Ecco che qualcuno lo devo citare per forza. Quello che so è che non vorrei più guardarmi dentro. Ho scritto tante di quelle meravigliose cazzate su questo blog, rasentando la stratosfera del cervello e del cuore, ancora non capisco come faccia qualcuno a leggermi, e qualcuna a chiedermi di non smettere. Lo dicevo ad una persona che ha il vizio di discorrere con me, voglio una vacanza.
Una vacanza nella quale rendermi conto di avere anche una testa, due braccia, un torace, un addome, e mi fermo qui non scendo più in basso… arrivo subito alle gambe ed ai piedi.
Vorrei che la mia mente fosse ogni tanto assalita dall’amletico dilemma di dover scegliere, tra Inter- PSV o Manchester-Roma, ad esempio stasera. Vorrei litigare con qualcuno, sì, devo trovare qualcuno con cui litigare, far finta di rodermi il fegato per una stronzata, e poi ritornare a parlare da solo come Nanni Moretti in Caro Diario. Parlare soltanto quando sono da solo.
Ecco vorrei starmi un momentino zitto dinanzi ad una persona speciale, correrle incontro, evitare di dire le mie solite quotidiane poetiche minchiate, togliermi i miei adorati occhiali da sole stile Bono in Acthung Baby 1991, illudermi che lei sia lì per me, ad attendermi, scendere da un treno e guardarla negli occhi, sorriderle, e racchiudere la mia vita intera in due parole semplici da regalarle per sempre: “ciao, finalmente…”.
Un attimo di vita così, assaporato e gustato fino all’ultimo nanosecondo, e poi fare un fischio a chi ha deciso di farmi nascere, per fargli presente che quel discutibile favore resomi 25 anni fa’ se lo potrebbe anche riprendere. Perché dalla vita avrei avuto davvero tutto il meglio.
Un sogno semplice, senza sforzare più di tanto in fantasie il mio cervello con cui ho da sempre un rapporto sadomasochistico.
Vorrei una casetta in montagna nei pressi di un lago, l’illusione di un piccolo mare tutto per me. Tuffarmici nudo d’inverno, galleggiarvi di notte guardando l’Orsa Maggiore spuntare alle spalle del colle in una notte chiara di luna. Canticchiare e pensarti, pensarti incessantemente mentre rendi più bello il disordine della mia vita. Perché tu non puoi mancare in tutto questo. E spero davvero che tu il vizio non lo perda.
Galleggio sul lago e mentre provo ad assopirmi tendo l’orecchio, vorrei che ci fosse una voce, una voce che ancora non so come intonerebbe quel canto notturno. Quella voce che mi sussurra ogni cosa che la mia mano trasforma in parole, ed il cuore in emozione.
E tutto è così simile all’infinito… e se qualcuno mi rubasse i boxer, mentre galleggio, sarei in una dimensione talmente felice che gli vorrei bene lo stesso. Sì, ondeggiando silente tra questi pensieri, io vi amo tutti.
Qualcuno di più, cioè *qualcuna* di più, ma saranno cavoli miei… la risposta, amico mio, "
is blowin’ in the wind… the answer is blowin’ in the wind…"


… Quel che sarà, quel che troverò lassù e allo stesso tempo quaggiù in fondo all’anima non mi importa, "nothing really matters, anyone can see, nothing really matters… to me… anyway the wind blows…" (F. Mercury, Bohemian Rapsody)

Vi racconto di Mr. Duffy


"Mr. James Duffy viveva il più possibile distante dalla città di cui era cittadino, tutti gli altri quartieri di Dublino gli sembravano volgari, moderni e pretenziosi. Alle smisurate pareti della sua stanza non pendevano quadri."

Un intellettuale egocentrico, un impiegato di banca amante di Mozart, "il suo amore per la musica l'induceva talvolta ad andare a sentire un'opera o un concerto, e questo era l'unico spreco della sua vita."



Non aveva compagni, amici, né chiesa, né fede religiosa, la sua esistenza trascorreva senza scosse: una storia senza avventure.

Una sera a teatro gli capitò di sedersi accanto a due signore, una madre ed una figlia. La madre, di un anno più piccola di lui prese a conversare. Duffy si stupì di quanto fosse poco timida.

"Gli occhi fermi di un cupo azzurro. Il loro sguardo manifestava un'iniziale nota di sfida, subito dispersa da quello che sembrava un deliberato illanguidirsi della pupilla nell'iride che rivelava per un istante un temperamento di accesa sensibilità."

Tornò ad incontrarla più volte in seguito, ed ogni volta cercava di entrare sempre più in intimità. Mrs Emily Sinico era sposata, il marito era il capitano di un mercantile in viaggio per il mondo.  Duffy e d Emily si incontravano spesso al tramonto, ma egli odiava i sotterfugi. Emily prese ad invitarlo a casa sua; il marito aveva escluso a tal punto la moglie dal rango dei piaceri da non riuscire nemmeno a concepire l'idea che qualcuno potessse provare simpatia per lei. Poco a poco, il rapporto tra Duffy ed Emily divenne sempre più intenso e profondo, lui le regalava libri, ne cominciò a condividere la vita intellettuale, lei lo incoraggiava ad aprirsi in maniera quasi materna, e lui prese a confidarle pensieri e turbamenti come mai avrebbe immaginato. "La compagnia della donna era per lui come la terra calda per una pianta esotica. La musica che continuava a vibrare nelle loro orecchie diveniva il tramite della loro unione. Un'unione che esaltava, smussava gli aspetti più duri del suo carattere..."
Incontri fugaci ed innocenti di anime che si avvicinavano piano, rompendo entrambi il muro della paura e della solitudine dell'anima. Ma quando una volta la mano di Emily premette con ardore sulla guancia di Duffy, egli fu colto dallo sconcerto.
"Non possiamo darci agli altri, apparteniamo solo a noi stessi.
" Pensava.

Duffy le chiese un incontro, e furono concordi nell’interrompere la loro relazione:
"qualsiasi legame, egli disse, è un legame di dolore."
Non la rivide più per quattro anni. Evitava di andare al teatro per non incontrarla, restò a scandire i suoi giorni con lento incedere e con attenta circospezione.

Una sera, mentre cenava come faceva abitualmente nella locanda, stava portandosi alla bocca il suo boccone scorrendo le notizie del suo giornale. Quando un piccolo trafiletto catturò il suo sguardo e nelle prime righe gli si spezzò il fiato. Uscì di corsa per leggere quell’articolo alla luce di un lampione su una fredda panchina di una notte irlandese.
Una donna era morta il giorno prima, s’era lasciata travolgere da un treno alla stazione, il suo nome era Emily Sinico. Un tragico incidente, una fatalità. L’articolo diceva che da qualche anno la donna era in preda a delle crisi nervose, dava segni di intemperanza, aveva l’abitudine di attraversare i binari durante la notte, quando usciva per comprare liquori. Era una donna sola. Nessuno venne ritenuto responsabile dell’accaduto.


"La cronaca di quella morte lo disgustava, così come lo disgustava ricordare che a quella donne aveva confidato cose quasi sacre. La sua compagna dell’anima aveva degradato nel vizio se stessa, ma anche lui. Come era possibile che lei fosse caduta così in basso?

Mentre la luce calava e la memoria cominciava a perdersi gli sembrò che lei gli toccasse la mano. Mentre stava seduto rivivendo il tempo che aveva trascorso con lei, si rese conto che lei era morta davvero, che non esisteva più, che era solo un ricordo. Cominciò ad avvertire un senso di disagio.

Ora che non c’era più si rese conto di quanto aveva dovuto sentirsi sola, seduta in quella sala una sera dopo l’altra. Ed anche lui sarebbe stato solo, ecco, sarebbe divenuto un ricordo, ammesso che ci fosse stato qualcuno a ricordarsi di lui.

Percorreva i medesimi viali lungo i quali aveva passeggiato con lei quattro anni prima. Era come se la donna fosse vicina a lui, nel buio."


Perché decise di sottrarle quella speranza? Quel rifugio? Perché l’aveva condannata alla solitudine? Perché era un rapporto sbagliato? Ma ora sentiva la sua natura morale cadere a pezzi…


"Una sola creatura gli aveva dimostrato un po’ d’amore e lui le negò vita e felicità, abbandonandola ad un’esistenza vergognosa. Sapeva che in quel viale buio c'erano esseri acquattati lungo il muro che lo stavano guardando e desideravano che lui se ne andasse. Camminava indietro, col ritmo della locomotiva che rintronava nella mente, si fermò sotto una pianta e lasciò quel fragore svanire. Restò fermo per qualche istante in ascolto. Il silenzio della notte era assoluto. Ascoltò ancora: silenzio assoluto. Sentì che era solo."


La solitudine è colei che adombra la triste rinuncia a vivere i sentimenti, a lasciarsi ingabbiare dal tormento che spoglia la vita delle sue morbide piume, rendendo le nostre ali freddi e spogli telai di una struttura arrugginita che non è più leggiadra nel planare semplicemente fra le nuvole. Duffy... non è andata via soltanto Emily quella notte, anche tu sei stato travolto da quel treno. Anche la tua vita si è fermata lì, quando hai deciso di non amare. Quando durante il banchetto della vita ti sei alzato senza chiedere scusa, e sei scappato via...
e non dare più la colpa al mondo, o a lei, per la rinuncia triste a quello che non sei...



Lo sai cosa vuol dire stare giorni interi a buttar via nel niente solo il niente;




fai mille cose, ma sono sempre i tuoi pensieri che scelgono per te diversamente.



Son stanco d' aver detto le cose che dirò, di aver già fatto le cose che farò,



ma è tardi, troppo tardi, piangere ormai sulla rinuncia triste a quello che non fai...



Non è la luce o il buio né l'ero ed il sarò, non è il coraggio che ti fa dir "vivrò",



è solo un' altra scusa che usare vuoi per la rinuncia triste a quello che non puoi...



Non voglio prender niente se non so di dare, io e chissà chi decidono ciò che posso,

non ho la voglia o la forza per poter cambiare me stesso, e il mondo che mi vive addosso...



I passi in corsivo sono tratti da: J. Joyce, Un caso pietoso, in Gente di Dublino, ed. Mondadori.

L'immagine è una scultura di A. Giacometti, Uomo che cammina.

I versi alla fine sono tratti da: F. Guccini, Canzone della triste rinuncia, in Stanze di Vita Quotidiana, 1974.

Quel pochino che resta, è mio. Ed è per me, solo per me, nient'altro che per me. E non ci sono riferimenti a persone o cose, né passate, né attuali, né eventuali.



lunedì 1 ottobre 2007

Mappa del cielo - Roma 2/10/2007 ore 00:00

Ottobre inizia malissimo, non sono superstizioso, ma inaugurare il mese dimenticandomi della mappa del cielo non è buon segno della mia salute mentale. Forse ho preso una bella botta in testa... vabbè va, proviamo a fare le persone razionali e normali, dopotutto io sono un uomo di scienza, (metafisica, ma sempre scienza è).

In questi sei giorni che ci separano dalla mezzanotte tra oggi e domani alla mezzanotte tra domenica e lunedì prossimi, salvo eventuali altre dimenticanze della mia mente infetta, non cambia moltissimo. La mappa cambia colore perchè la luna è in fase calante e ci avviamo verso il novilunio.